Per un anno e mezzo l’hanno scambiato per un pazzo. Ma lui, tosto, è andato avanti e ha salvato la sua azienda.
Si tratta di Vincenzo Sgambetterra, 58 anni, calabrese, presidente della Laryo (www.laryo.it), a Villasanta (Mb), che per diciotto mesi ha rinunciato al suo stipendio. Obiettivo: garantire quello dei suoi sette dipendenti e non chiudere l’azienda, in profonda crisi economica. L’ha fatto con i suoi due soci: Fabrizio Bassanello e Stefano Dossi, tutti e due di 34 anni, quando, quattro anni fa le cose cominciavano a mettersi male per la piccola realtà imprenditoriale, che è nata nel 2000, come azienda di distribuzione, inserendosi velocemente nel mercato del manufactring elettronico, Nessun rischio fallimento, ma molto vicino era quello della chiusura.
“Non è stato facile – afferma Sgambetterra – ma non avevamo alternative. Nel 2008 la nostra piccola azienda, che vende macchine per il montaggio automatico di schede elettroniche, è stata investita da una profonda crisi. Abbiamo avuto un crollo del fatturato del 64 per cento per un anno e mezzo. I clienti non acquistavano più le nostre macchine, perché a loro volta non ricevevano più ordinazioni. Un periodo nero, in cui abbiamo scontato anche gli effetti di una crisi di fiducia. Di qui la decisione di rinunciare ai nostri utili e reinvestirli nell’azienda. Non era giusto che le conseguenze del collasso ricadessero sui dipendenti e le loro famiglie. La nostra decisione è stata apprezzata molto da loro. Si immagini che una volta un mio dipendente, Fabio Coronati, mi disse: ‘Se rinunci tu, rinuncio pure io’. Una frase che non dimenticherò mai e che allora mi fece sentire il calore, la solidarietà della mia piccola impresa. Cosa successe? Fui, però, costretto a raccontargli una bugia e a dargli la sua busta paga”.
E la famiglia, come prese la sua decisione? “Mia moglie – replica il presidente – capì subito. Anzi, le dico una cosa: il coraggio della mia decisione è venuto dalla sua forza, dalla sua pazienza. Non è stato semplice. Lo ripeto. Abbiamo fatto delle rinunce. La mia è una famiglia monoreddito. Lavoro solo io. Però, ora raccogliamo i risultati di quella decisione. Ancora oggi mi arrivano tante mail, alcune molto commoventi. Una in particolare: quella di un imprenditore. Aveva intenzione di trasferire la sua azienda, che produce software, in Inghilterra, ma poi ha cambiato idea, leggendo la mia storia. Ha capito che è importante non piangersi addosso, tener duro e continuare a lavorare qui nel nostro Paese, per non impoverirlo”.
Oggi qual è la situazione? Grazie al coraggio dei tre soci l’azienda ha potuto comprare a pochi chilometri una nuova struttura tre volte più grande di quella precedente (700 metri quadrati). Ha rafforzato la rete commerciale, acquisito nuovi clienti e il fatturato comincia a crescere. Dai 900 mila euro del 2009 si è passati ai 2 milioni e 200 mila euro nel 2010, ai 3 milioni e 200 dell’anno scorso. “Il problema adesso – aggiunge – è un altro: l’accesso al credito. Ma andiamo avanti. Abbiamo tanti progetti per il futuro. Uno su tutti, avviato nel 2010. Vogliamo diventare in Italia un punto di riferimento per l’Europa. Per questo abbiamo allestito uno show room, una sorta di centro di addestramento, a cui hanno aderito già due aziende coreane. Abbiamo i numeri, le persone. Ce la possiamo fare. Non smettiamo di insistere, perché cresce in noi la speranza. Oggi l’immagine dell’azienda è cambiata”.
Si sente un tipo tosto e quanto? “Per le idee mi do un nove – risponde – Ma aggiungo che uno può essere tosto, anche senza fare azioni eclatanti. Per esempio, solo ascoltando i clienti. Penso di saperlo fare e per questo mi regalo un bel dieci”.
Sarà così, visto che, una volta uscito dalla sua azienda, Sgambetterra si dà alla sua famiglia, ma anche alla parrocchia. Lì regala un po’ del suo coraggio e della sua capacità di sperare. Sempre.
Cinzia Ficco

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