“Ci sono parole più assassine di una camera a gas».
Simone de Beauvoir
L’odio è il modo più semplice ed economico di sentirsi buoni. E quello nei confronti di Israele è il sistema più comodo con cui buona parte dell’Occidente cerca di mettere a tacere la sua coscienza.
Lo pensavano Adorno e Horkheimer, lo scrive Giulio Meotti,
giornalista de “Il Foglio” quotidiano, nel suo ultimo libro inchiesta: “Muoia Israele – la brava gente che odia gli ebrei”, pubblicato di recente da Rubbettino, con la prefazione di Roger Scrutor, filosofo britannico, che scrive: “Pensateci e comprenderete quanto utili siano gli ebrei per le persone che si ritengono virtuose, ma che non assaporano il costo reale di esserlo. Quindi non dobbiamo sorprenderci se, nonostante tutto quello che è successo agli ebrei nel XX secolo, loro debbano essere ancora una volta l’obiettivo del pregiudizio razziale o se gli intellettuali ipocriti, le ong e i buonisti si sono coalizzati nell’odiarli».
Centosessanta pagine, diciotto capitoli, in cui il giornalista, laureato in Filosofia all’Università di Firenze, autore di Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele, tradotto in più lingue, vincitore del premio Capalbio, descrive in modo puntuale le azioni di boicottaggio economico e accademico, le dichiarazioni di ostilità subiti da Israle immediatamente dopo la guerra del Libano del 1982.
Con particolari e dichiarazioni inediti l’autore porta avanti una teoria: non esiste al mondo alcun Paese contro cui si sia scatenato tanto odio. C’era un tempo in cui in difesa dello Stato di Israele e degli ebrei si schieravano i migliori intellettuali europei come Pablo Picasso e Eugene Ionesco, e in Italia personaggi come Benedetto Croce, descritto da Meotti come un intellettuale molto coraggioso, e Eugenio Montale. Oggi Israele, sempre sotto assedio, è rimasto solo, delegittimato e condannato a morte dalle classi dirigenti intellettuali, giornalisti, scrittori, registi, Premi Nobel, musicisti ed è in modo sistematico elevato a sentina di ogni male.
Israele, che un tempo ha sofferto l’Olocausto, oggi viene assimilato alla Germania di Hitler, un usurpatore di terra, avido e paranoico. Israele, nato da una lotta per la decolonizzazione, è diventato il simbolo del colonialismo, per cui sono giustificati parole di fastidio e attacchi di ostilità tanto feroci. E l’aspetto che sorprende, leggendo il lavoro, è che a schierarsi in modo preconcetto non sono ignoranti, ma persone che non ti aspetti, buone, rispettabili, i vanitosi dello star system, gli artisti, i filantropi, le ong. Tra questi molti ebrei. Meotti scrive: “Gli intellettuali sono sempre stati pronti a tradire gli ebrei. Gli intellettuali italiani lo fecero quando a chiederglielo fu una circolare ministeriale fascista. E furono prontissimi a commemorarli quando un’altra circolare ministeriale, nel dopoguerra, li voleva sensibilizzare alla pietà, chiedendone in pegno una smorfia di sussiego”.
A pagina 15 il giornalista scrive: “Ai governi arabo islamici si perdona tutto: la polizia organizzata da ex criminali nazisti, le forche di ebrei a Bagdad, le stragi di curdi e neri sudanesi, il nazionalismo fanatico. Contro Israele, invece, non occorre neppure portare delle accuse fondate, basta indicarlo come odioso, per poi attribuirgli, ricorrendo alla superstizione, di essere la fonte di ogni male, di essere diventata una fortezza da Deserto dei Tartari e non la patria dell’umanità. E così lo Stato d’Israele può essere tranquillamente tacciato di imperialismo dai governi e dalle opinioni pubbliche di tutto il mondo perché oltre a custodire la memoria delle vittime del nazismo, si è preso anche l’obbligo morale di impedire con le armi che nessun altro Adolf Hitler, nessun movimento terroristico o nemico giurato dell’ebraismo possa far sorgere una nuova Auschwitz”.
Secondo il giornalista è da “un giudizio prepolitico, di natura morale, esoterico quasi, imperioso e condizionante come tutti i giudizi che scaturiscono irresistibili dal fondo della coscienza, che nasce l’odio per Israele e per gli ebrei, che riprende vita il timore che l’oscuro, l’irrazionale, primitivo appello alla sopraffazione degli ebrei prevalga ancora una volta, contro ogni logica, contro ogni progresso. Per questo l’alba della pace per gli ebrei deve rimanere ben al di sotto dell’orizzonte”.
Israele, dunque, nazificato, nonostante gli ebrei israeliani abbiano restituito alla Galilea il suo splendore biblico, abbiano trasformato in un giardino fiorito le pietre morte del Negev e nonostante una delle regioni più depresse e abbandonate del mondo sia diventata grazie al loro ingegno un Paese moderno e democratico, libero, tecnologicamente avanzato.
Israele, lo stato più ricco di nemici che si vorrebbe trasformare in un brutto ricordo. Israele che da vittima diventa carnefice dopo la guerra dei sei giorni, e a cui bisogna dare una lezione, mentre la pietà è riservata solo agli arabi. “Neppure della Siria di Assad – scrive ancora Meotti – dell’Iran dei mullah, della Corea del Nord, si dice tanto male”.
Ma tant’è. I due filosofi ebrei tedeschi Adorno e Horkheimer l’avevano detto: “i crimini dell’Olocausto hanno creato un senso di colpa così profondo che alcuni tedeschi biasimano gli ebrei per la Shoah e applicano agli ebrei di Israele standard morali che non chiederebbero a nessun Paese”. Da allora il pogrom simbolico continua. E a sentire Meotti il Paese più ostile sarebbe la Spagna, che non ha quasi più ebrei, eppure ha i tassi di odio nei confronti dei giudei più alti.
Ampio spazio Meotti dedica a Gunter Grass che – dice – “era un grande scrittore, un Nobel, di sinistra, benpensante, dunque davvero il paradosso del nuovo antisemitismo mascherato da critica di Israele”. 
Meotti, l’Occidente è stato prima compassionevole nei confronti di chi aveva sofferto, poi duro, aggressivo verso il vincitore della guerra dei sei giorni. Cosa è successo?
L’Europa non perdonerà mai gli ebrei per Auschwitz. La loro esistenza è un rimorso vivente. Ma soprattutto, di Israele, non perdonerà mai l’ebreo con il fucile, che si difende, non si arrende.
Israele, secondo i suoi nemici, puzza di imperialismo, ricchezza, è uno Stato avido, paranoico, che ruba la terra, che manovra gli States, alleato dei più forti, che ammazza i bambini. Come smentire queste accuse?
Israele oggi è il primo Paese al mondo per numero di musei pro capite ed il secondo per numero di libri pubblicati. Nelle vie delle grandi città, come Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme , in quelle dei piu moderni borghi rurali, sorprende il numero eccezionale di librerie, più fitte che da noi i negozi di abbigliamento. Aver fatto di questa gente un popolo avido di cultura è uno dei più grandi prodigi di Israele, grande quanto la riconquista del deserto. Eppure di Israele oggi si devono far vedere il conflitto, il muro, i carri armati, il filo spinato, i mitra dei coloni, gli arresti dei militari palestinesi, i morti.
Parlare di biblioteche e rinascita del deserto può bastare secondo lei a trasformare Israele in una vittima del risentimento e del senso di colpa?
Non basta. Il fatto è che lo tsunami antisemita non può essere sconfitto. Israele e gli ebrei e con loro i civili devono difendersi, impedire che il virus dell’odio e della menzogna distrugga ancora le democrazie. Come ai tempi del nazismo.
Qual è secondo lei l’accusa più infamante rivolta allo Stato di Israele?
Aver rubato la terra. È terra santa ebraica, ma la menzogna ha fatto sì che gli ebrei diventassero dei ladri di storia, terra, acqua, luoghi santi.
Leggendo il suo libro è possibile scorrere una lista considerevole di intellettuali, Università, Ong (che chiama i creatori di grandi Coscienze), giornalisti, ostili. Alcuni di questi sono ebrei, l’ha scritto in un altro libro. Non è strano che i nemici siano così tanti? E, soprattutto, appartenenti a Paesi diversi?
Gli ebrei che odiano se stessi sono antichi quanto la Bibbia. Nei ghetti nazisti c’erano poliziotti ebrei. È un fenomeno triste e tragico.
“Sta tornando la nebbia del ’39”, lei scrive a pagina 116. Non le sembra di esagerare?
È persino peggio. Siamo di fronte a una nuova catastrofe.
Come vede la giornata del 27 gennaio?
La abolirei. È pura retorica che serve a placare il senso di colpa e consente all’Europa di usare la Shoah contro Israele, a trasformare gli israeliani in aguzzini. Una vergogna.
Si arriverà un giorno alla pace?
Solo quando gli arabi islamici rinunceranno all’ipnosi di eliminare Israele. Non so se sarà possibile.
Perché cinque libri su Israele?
Nascono da un’ esperienza personale. Per me è stato decisivo scrivere il libro-inchiesta sulle vittime israeliane del terrorismo. Sono diventato amico di molte famiglie.
Cinzia Ficco

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