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Giustizia, gli sfrattati di Giuseppe Marotta

“Qualche collega dice che il nostro è un lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare, ma ti assicuro che non è così: la professione è nobile e di ben altra pasta. Noi eseguiamo dietro impulso di un giudice che ha accertato, fino a prova contraria, chi ha torto e chi ha ragione. Non agiamo mai di nostra iniziativa. Certo, entriamo nelle case, nelle aziende, la nostra azione è invasiva, perciò cerchiamo di muoverci in punta di piedi”.

E’ così che Giuseppe Marotta, 49 anni, di Pompei (Na), descrive la sua professione, quella di ufficiale giudiziario, che svolge dal ‘96. Un mestiere che richiede fermezza e nello stesso tempo capacità di mediazione, come scrive nel suo libro, pubblicato di recente da Corbaccio, intitolato “Sfrattati”.

“Non ho scelto di fare l’ufficiale giudiziario – spiega Giuseppe – è accaduto. Ho iniziato come commesso giudiziario prima ancora di laurearmi. Poi ho proseguito con i concorsi nel Ministero della Giustizia e il primo concorso che ho vinto è stato quello di assistente Unep (ufficio esecuzioni notificazioni protesti), poi quello di funzionario Unep e così mi sono ritrovato ufficiale giudiziario.

Giuseppe, per molti l’ufficiale giudiziario è un “mostro”, una persona senza cuore che entra a casa delle persone e le butta fuori. Spesso si tratta di persone povere, malate, che non sanno dove poi andare a sbattere. E’ così?

L’ufficiale giudiziario notifica atti giudiziari, esegue pignoramenti di beni, sfratti, sequestri,

protesti cambiari e obblighi di fare e non è certamente un “mostro”. Credo di aver scritto SFRATTATI anche per sfatare questa nomea attribuita all’ufficiale giudiziario. Certo, nell’immaginario collettivo siamo visti un po’ come dei senza cuore, zelanti e freddi esecutori delle sentenze dei giudici. Ma non è così. Non vi è alcuna nostra azione che non sia preceduta da una richiesta di collaborazione con il debitore o la persona che deve essere sfrattata.

Come collaborate?

Spieghiamo qual è il nostro ruolo e il motivo per cui abbiamo bussato alla loro porta. Per quanto riguarda gli sfratti, poi, posso assicurati che non c’è sfratto che venga eseguito senza prima aver dato la possibilità alla famiglia, che deve essere sfrattata, di esperire tutti i tentativi possibili, affinché possa trovare un nuovo alloggio. Spesso ci riusciamo e la famiglia ci ringrazia per le proroghe che le abbiamo concesso. Alcune volte, invece, il tentativo fallisce e allora siamo costretti a farla uscire, in certi casi, anche con la forza pubblica.

A tanti ufficiali giudiziari danno la colpa di suicidi.

Il suicidio, il giorno dello sfratto, è un’amara realtà: in questi ultimi tempi di crisi profonda accade sempre più spesso. Lo sfratto certifica un fallimento, una promessa non mantenuta di pagamento del canone. Immagina i padri che non riescono più a garantire un tetto ai loro figli, immagina la loro disperazione. E spesso lo sfratto giunge dopo aver perso il posto di lavoro, dopo la separazione dal coniuge e così il suicidio sembra l’unica soluzione possibile. Una liberazione. L’ufficiale giudiziario per tali sciagure non ha colpe. Anzi, spesso, di fronte al tentativo di gesti estremi da parte di debitori o sfrattati, è proprio l’ufficiale giudiziario che riesce a trovare un escamotage per rinviare di qualche mese lo sfratto o trovare una soluzione affinché si possa tentare una rateizzazione dei pagamenti. Per quanto riguarda i furbi, be’, quelli ci sono sempre stati. Nel romanzo li chiamo i professionisti della morosità: persone che prendono in affitto un alloggio in un Comune, pagano le prime due rate del canone e poi non pagano più e aspettano lo sfratto che, come già sanno, non arriverà prima di due anni. Dopo lo sfratto si spostano nel Comune accanto e ripetono lo stesso gioco. A volte accade che prendono in affitto un appartamento, non pagano il canone e lo subaffittano agli extracomunitari ignari dell’inganno, e così ci guadagnano due volte.

 

L’altro giorno a Pesaro è successo questo http://www.catenaumana.it/httpwp-mep5agl7-2go/. Si è scaricata la responsabilità sulla mancata proroga del blocco degli sfratti.

Il caso di Luigi non è un problema di mancata proroga degli sfratti, poiché, essendo un moroso, non avrebbe beneficiato, comunque, della proroga. Negli anni scorsi la proroga per legge veniva applicata solo agli sfratti per finita locazione nei confronti di coloro che avevano determinati requisiti: vivevano in città ad alta densità abitativa, con un anziano nel nucleo familiare di oltre 65 anni, oppure un malato terminale o un portatore di handicap, o figli a carico dell’inquilino. Inoltre il reddito annuo lordo complessivo familiare doveva essere inferiore a 27mila euro.

E quindi?

Secondo dati statistici gli sfratti per finita locazione incidono per il 4 – 5 % sull’ammontare degli sfratti in corso. Per cui nel 95 % dei casi si tratta di sfratti per morosità e tra questi rientra anche lo sfratto di Luigi. Nelle sue condizioni è scandaloso che non vi sia un’assistenza immediata, che sia lasciato da solo a rivendicare un diritto elementare: quello di avere un tetto per sé e la sua famiglia. La casa è un bene primario e in quanto tale dovrebbe essere garantito a tutti coloro che sono in difficoltà, che non riescono a rialzarsi dopo aver perso il posto di lavoro. Gli assistenti sociali purtroppo denunciano serie difficoltà a trovare alloggi e fondi per le persone come Luigi, e la precarietà del nostro Stato sociale di fronte a casi simili si manifesta in maniera evidente: ci sono tante persone nelle stesse condizioni di Luigi.   

Quanto è difficile fare oggi l’ufficiale giudiziario? Ci sono, immagino, zone a rischio.  Che fate, scendete a compromessi?

Oggi è più difficile, certo: la crisi ha esasperato gli animi e, come ho detto prima, spesso noi entriamo in case di persone che sono state licenziate, hanno figli da sfamare e, a volte, coniugi che li hanno abbandonati. Ci confrontiamo con tutte le classi sociali: dai poveri, che non sanno più a che santo votarsi, ai ricchi sfondati. E i rischi ci sono in entrambi i casi. Con questo lavoro ho capito una cosa: non è vero che la povertà è sempre sinonimo di umiltà e la ricchezza, invece, sempre espressione di furbizia o arroganza. Spesso le parti sono invertite: ho incontrato poveri cattivi e ricchi galantuomini. E il rischio è quello di non capire mai con chi hai a che fare per davvero, se con un furbo matricolato o un debitore onesto. Poi ci sono i delinquenti, quelli veri, i pezzi da novanta i quali conoscono per bene le nostre funzioni, sanno chi siamo e rispettano il nostro ruolo fino in fondo. Con quelli non abbiamo mai grossi problemi. Sono più pericolosi i bulletti di quartiere, che ti minacciano o impediscono di entrare in casa e in questi casi c’è poco da discutere: afferro il cellulare e chiamo i carabinieri o la polizia e, come per incanto, ogni prepotenza si dissolve.

Vi muovete da soli?

Noi andiamo in giro da soli, senza scorte e non siamo armati: entriamo in casa per pignorare i  beni o per eseguire uno sfratto, azioni che infastidiscono non poco e, a volte, qualcuno reagisce come non dovrebbe. Per gli sfratti quasi sempre ci avvaliamo della forza pubblica, per i pignoramenti no: la chiamiamo solo in caso di resistenza. E di compromessi non si ne parla. Ai debitori chiedo collaborazione e spesso la ottengo. Con i duri discuto ben poco, chiamo i carabinieri. 

C’è un caso che ti rimarrà impresso per sempre nella tua testa?

Ci sono tanti casi, ma quello che mi ha segnato per molto tempo è stato lo sfratto effettuato nei confronti di una signora di un quartiere popolare di Milano, un po’ di anni fa. Era sepolta in casa come i protagonisti dell’omonima serie televisiva su real-time. Quando abbiamo aperto la porta siamo stati investiti da un odore di rancido. La signora che occupava l’appartamento aveva portato su, al sesto piano di un palazzo di case popolari, dodici cani che aveva rinchiuso in una stanza: gli addetti al canile municipale accertarono che tre erano morti da tempo e gli altri otto erano denutriti da far pietà. Ricordo che li presero in braccio, uno alla volta, perché non riuscivano più a camminare. Sul pavimento c’erano montagne di vestiti, coperte, centinaia di bottiglie di plastica vuote e scatole di panettoni aperti e smangiucchiati. Lo sporco imperava dappertutto. I lampadari erano avvolti da ragnatele fitte, i materassi nella camera da letto erano divelti, le porte degli armadi sfondate a pugni. Mi fece davvero pena quella signora: aveva uno sguardo perso e reggeva una busta di plastica tra le mani. Dentro, i vestiti.  Continuava a ripetere che doveva andar via, che era in ritardo nella consegna del lavoro.

Cosa successe?

Le vicine mi raccontarono che, tanti anni prima, era la sarta più brava del quartiere, poi una disgrazia le aveva portato via il marito, incidente stradale, e l’unico figlio che aveva era un tossicodipendente, in carcere per rapina. Un vero strazio. Mentre giravo in quella casa lugubre, mi colpì una foto appesa a una parete, che ritraeva la signora con il marito e un bambino piccolo che si tenevano per mano, appoggiati e sorridenti, in un giorno di sole, sul cofano di una vecchia fiat 127 scintillante: era stata una famiglia felice.

Quella degli ufficiali giudiziari è una categoria particolare, mi dicevi, poco considerata dal Ministero della Giustizia.

É una categoria particolare della pubblica amministrazione: non abbiamo un orario di lavoro, perché dobbiamo concordare la nostra attività con le esigenze di servizio, cioè con le scadenze degli atti giudiziari che dobbiamo notificare o con le sentenze e i precetti che dobbiamo eseguire. Non avere un orario di lavoro può essere un vantaggio: in fondo noi organizziamo autonomamente la nostra giornata lavorativa. Può accadere che un’esecuzione di uno sfratto, un pignoramento o un sequestro ci porti via molto tempo e, in questi casi, non possiamo certo sospendere tutte le operazioni e dire che il nostro orario è finito. Inoltre, per eseguire in tempo tutti gli atti affidatici, siamo costretti a utilizzare le nostre autovetture, senza alcuna autorizzazione ministeriale in merito.

Perché?

Secondo una circolare del Ministero della Giustizia, noi dovremmo raggiungere i luoghi di esecuzione con i mezzi pubblici. Fa ridere, ma è così. Io lavoro nei Comuni dell’hinterland milanese, per cui, se dovessi rispettare quella circolare, eseguirei una, al massimo due esecuzioni al giorno e qualche notifica. Perciò sono costretto a utilizzare la mia autovettura. È una circolare che non ci tutela in caso di incidenti stradali: se non siamo stati autorizzati a usare le nostre autovetture, mi chiedo come potremmo rivendicare, in caso di incidente stradale, un risarcimento al Ministero della Giustizia?

Come torni a casa? Qualche volta hai sensi di colpa, provi delusione?

Cerco di lasciare in ufficio, o fuori dalla porta di casa mia, tutte le sventure e i grattacapi del lavoro. Più che sensi di colpa direi che, a volte, ho delle frustrazioni per non essere riuscito a eseguire delle esecuzioni come avrei voluto. L’ufficiale giudiziario cerca di ripristinare un diritto leso, accertato da un giudice con una sentenza. Se c’è un debitore è perché da qualche parte c’è un creditore in attesa di essere soddisfatto. Recuperare un credito in Italia è un’impresa spesso destinata all’insuccesso e per liberare un appartamento occorrono almeno un paio d’anni, e, a volte, confrontarsi con le facce deluse dei creditori insoddisfatti, che non sono riusciti a recuperare alcunché, o che hanno perso migliaia di euro di affitto, non è per nulla gratificante.

Siete tutelati dalle associazioni sindacali?

I sindacati, come in tutte le categorie, sono sempre su posizioni diverse l’uno dall’altro. Cinque anni fa con l’AUGE (associazione ufficiali giudiziari in Europa), di cui faccio parte, ho avviato un progetto per cambiare lo status dell’ufficiale giudiziario, da dipendente pubblico a libero professionista. Una riforma simile, in ventuno Paesi europei, è stata un successo. Sembrava fatta: avevamo un disegno di legge, pronto per essere approvato, ma i sindacati hanno ostacolato il progetto e così è stato tutto accantonato. Da poco mesi è entrata in vigore una nuova riforma delle esecuzioni, che potrebbe dare un impulso a tutta l’attività del recupero del credito, spina nel fianco della giustizia italiana.

Ce la farete?

Spero che i sindacati facciano fronte unico e spingano sul Ministro della Giustizia affinché approvi quanto prima i decreti di attuazione, che ci consentirebbero di indagare per bene sui patrimoni dei debitori e scovare finalmente i tanti furbetti che tentano di occultare i propri beni. 

Che fine farà questa figura tra una decina d’anni?

Non so, ma spero che sia una figura sempre più specializzata e, soprattutto, informatizzata in pieno, visto che oggi la maggior parte di noi non ha ancora un computer sulla propria scrivania. 

Quanto ti senti tosto?

Questo lavoro, come ti dicevo, mi mette in contatto con un’umanità variegata e questo mi dà sicurezza. Per cui, nonostante le paure e i pericoli che non mancano, cerco di affrontarlo sempre con il piglio giusto e la dovuta calma. Certo, ci vuole coraggio per entrare in casa di sconosciuti da soli e senza scorte, ma questo lavoro non è solo una prova di coraggio, è anche capacità di creare empatia. Una buona dose di conoscenze di psicologia non guasta. Sembra strano ma spesso tanti, il giorno dello sfratto, per non morire di disperazione, raccontano all’ufficiale giudiziario anche quello che potrebbero tacere per dignità o pudore, segreti impenetrabili, paure ossessive, fatti intimi della loro vita. Insomma, tirano fuori i panni sporchi e mostrano la polvere sotto il tappeto, così come se fossimo dei confessori. Purtroppo, quando si cade in disgrazia, non essere ascoltati è terribile, e io ho voluto raccontare anche questa disperazione.

Cosa vorresti che cambiasse del modo di lavorare degli ufficiali giudiziari?

Mi piacerebbe avere un computer sulla scrivania, l’abilitazione alla posta elettronica certificata, l’autorizzazione a usare la mia autovettura: poche cose che aiuterebbero a migliorare il lavoro. Al Ministro chiederei di approvare i decreti attuativi della nuova riforma sul processo esecutivo, che consentirebbe un immediato accesso alle banche dati dell’Agenzia delle entrate, ai conti correnti dei debitori. Ecco, sarebbe un’occasione per dare slancio all’attività di recupero del credito in Italia. Si sa quanto la lentezza dei processi e l’incertezza nel recupero del credito scoraggi gli investimenti nel nostro Paese degli imprenditori stranieri. Occorre dare strumenti adeguati agli ufficiali giudiziari, realizzare quella che i giuristi chiamano la “effettività della legge” sarebbe un grande passo verso la realizzazione di una giustizia concreta che in fondo è poi la funzione principale dell’ufficiale giudiziario.

                                                                                                                                                                                                   Cinzia Ficco

 

 

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Written by Cinzia Ficco

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