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Guk Kim, 25 anni e tre aziende

E’ alla terza azienda. Eppure ha solo 25 anni. L’ultimo suo progetto si chiama Cibando. 

Il tipo tosto questa volta è Guk Kim, di origine coreana, ma che vive in Italia da quando aveva cinque anni.  Guk ha iniziato la sua carriera imprenditoriale quando frequentava il liceo scientifico nella Capitale.

Oggi è alla sua terza impresa, rivestendo il ruolo di amministratore delegato. Laureato in Economia e Business Administration alla John Cabot University, negli ultimi anni ha fondato molti siti web, tutti attualmente operativi e considerati dei casi di successo. Supervisiona lo sviluppo strategico e l’amministrazione generale della sua azienda attuale, collaborando sui vari aspetti con il suo team, dislocato in varie parti d’Europa.

Cibando, appunto l’ultima sua idea, è un’applicazione che consente agli utenti di trovare i ristoranti più vicini, scoprendo subito tutte le caratteristiche del locale. Nasce nel 2010, partendo da una necessità e da un’intuizione del suo fondatore.  “Quando ero alla guida di Mobatar – spiega –  società che avevo fondato nel 2008, azienda di promozione e marketing con un focus sul mobile – non sapevo dove andare a mangiare nei miei spostamenti per lavoro da Roma a Milano. In quel periodo viaggiavo molto per incontrare investitori e potenziali clienti. Milano, infatti, per me era una città nuova. Mi capitava di utilizzare spesso il servizio 89.24.24, ma era a pagamento e l’operatrice al telefono non mi dava informazioni dettagliate relative a prezzi e piatti particolari, che potevano essere proposti. Da qui, la scintilla. Mi dico: ‘Perché non realizzare un’applicazione realmente utile per gli utenti e consentire non solo di trovare un ristorante, ma, soprattutto, di capire cosa offre quel determinato ristorante? In questo modo ogni utente può avere la possibilità di beccare il ristorante giusto per le propri esigenze. Così la sua scelta diventa più consapevole. Siamo partiti con l’idea più semplice possibile e l’abbiamo realizzata nel modo più economico e veloce possibile. Dopo aver fatto questo, abbiamo puntato subito a trasformare l’idea in un’attività che rendesse. Cibando ha tre sedi a Roma, Milano e Londra. E serve  più di millecinquecento clienti. Vogliamo aprire un’altra sede in un altro Paese d’Europa. Siamo molto vicini a questo traguardo. Cibando, in totale, ha chiuso due round di finanziamenti: il primo a dicembre 2011  (Point Nine Capital  – Berlino), il secondo ad aprile del 2013  (Point Nine Capital con l’aggiunta di angel investors dagli Stati Uniti e dalla Russia).

Cosa è stato particolarmente difficile?

L’idea di Cibando inizia a prendere forma nel 2009, ma ci sono voluti parecchi mesi prima di realizzare qualcosa di concreto e riuscire a creare l’applicazione. Uno degli elementi fondamentali, per il quale è importante impiegare molto tempo, è la strutturazione di un modello di business sostenibile. Solo a questo punto è possibile lanciare il progetto e pensare di inserirlo nel mercato. Se non c’è alle spalle un’idea solida, legata al business model, diventa complicato far camminare il progetto. La difficoltà maggiore è stata la gestione del personale. E’ stato faticoso cercare personale preparato, che avesse anche la voglia di rischiare in una realtà imprenditoriale agli esordi. Il personale è la componente più importante per un’impresa e proprio per questo l’attenzione deve essere massima. Non si può sbagliare. Credo che le difficoltà legate a questo aspetto non verranno mai superate, perché anche con l’esperienza rimane difficile scegliere partner giusti. Ogni persona, ogni potenziale candidato, ogni membro del team ha degli elementi che lo rendono unico e insostituibile. Nel momento in cui si sceglie di intraprendere un percorso professionale, con lui o con lei, inevitabilmente si abbracciano delle decisioni e dei meccanismi sempre differenti.

A quante persone Cibando dà lavoro?

Il team è composto da 15 persone, di sei nazionalità diverse. Abbiamo un ufficio a Milano, un altro a Roma e poi uno a Londra, dove contiamo di assumere altro personale nei prossimi mesi, per il lancio effettivo dell’applicazione in Europa. Il nostro primo obiettivo è senza dubbio portare la società in Europa, spingendoci fuori dall’Italia. Il nostro primo “porto” sarà Londra, che vanta eccellenti numeri nell’ambito della ristorazione. Più di 10 mila rispetto ai 3 mila di Roma e 2 mila di Milano. Qui, inoltre, possiamo contare su un grande bacino di utenti. Ovviamente l’idea è espandersi con consapevolezza, il più possibile, ma ogni singolo passo deve essere calcolato. Una volta che lanceremo l’app a Londra e capiremo in che modo possiamo muoverci, inizieremo anche a realizzare un piano per il passo successivo.

L’Italia ti ha portato fortuna. Tutto sommato la tua vita da coreano nel nostro Paese non è stata molto dura.

Non mi focalizzerei sulla nazionalità, ma cercherei sempre di puntare lo sguardo sulla visione della vita, sugli obiettivi di una persona, su quello che si vuole realizzare e che si sta realizzando. La vita in Italia è facile per alcuni versi e complessa per altri, ma credo che questo valga per tutti.

Cioè?

Ad esempio, per un imprenditore la vita in Italia non è semplice. Pensiamo alla tassazione, all’assurdità di alcune leggi, alle continue problematiche, alla burocrazia che non lascia mai un momento di respiro. Dall’altra parte, bisogna sottolineare che in Italia è possibile permettere a un’azienda di crescere in modo sano perché la concorrenza non è altissima, almeno nel mio settore. Quindi si hanno ampi margini di manovra e sperimentazione. In ogni caso fare l’imprenditore in Italia è roba da tosti. Se non sei tosto all’inizio, lo diventerai.  Devi esserlo, per forza, perché è l’unico atteggiamento possibile per riuscire a fare andare bene la tua attività. Tenacia, persistenza, e concentrazione: ecco un mix che non deve mai mancare.

 

                                                                                                                                                                                            Cinzia Ficco

 

 

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Written by Cinzia Ficco

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