Hanno messo insieme i loro studi, le loro esperienze ed ideato Vite in transito, http://viteintransito.wordpress.com/ un blog unico nel suo genere, che ha un solo obiettivo: ridare dignità ad immigrate, spesso umiliate, maltrattate, qui in Italia.
Si tratta di tre amiche, over 50, nate e residenti a Rimini, con molti interessi in comune. Francesca Castellani, laureata in Scienze biologiche e sociologia, con specializzazioni in patologia clinica, antropologia culturale e medica, esperta in tecniche autobiografiche e consulente autobiografico, Fulvia Gemmani, laureata in Scienze politiche, che si occupa di formazione di adulti ed è diplomata in metodologie autobiografiche presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e Maria Annunziata Tentoni, detta Mariolina, psicoterapeuta, psicoanalista, laureata in lettere classiche e in psicologia, iscritta alla Società italiana di psicoterapia psicoanalitica di Roma, che esercita la libera professione e ha molti hobby: il giardino e le rose antiche, la cucina, il camminare, oltre ad attività culturali. Collabora con l’Istituto di scienze umane di Rimini, ISUR.
Ma vediamo di preciso con Mariolina come è nata l’iniziativa e come può essere d’aiuto alle immigrate.
“Il progetto – spiega Tentoni – è partito nel 2008, si è ripetuto nei due anni successivi e ha coinvolto ventitré donne provenienti da varie parti del mondo: dall’America latina, all’Europa dell’est, a Taiwan”.
Come vi siete incontrate?
Ci accomuna la curiosità intellettuale e umana, il senso di responsabilità rispetto alla società in cui viviamo, l’aver fatto politica attiva in un passato lontano, la cura dei rapporti, specie fra donne, l’interesse all’incontro concreto con culture e mondi diversi. Vite in transito è nato dall’ interesse ad un incontro con culture fatte di corpi e persone concrete, che attraversano la nostra vita e percorrono le nostre strade.
Cos’è di preciso Vite in transito?
Vite in transito, prima che un blog, è un’esperienza concreta. E’, soprattutto, un’esperienza viva. L’idea di fare un laboratorio di scrittura autobiografica con donne migranti, è stata di Francesca, che, nel 2007 stava frequentando il corso alla Libera Università di Anghiari, e ha coinvolto Fulvia, che lo aveva già concluso ed era abilitata a tenere a sua volta un laboratorio di scrittura autobiografica. Abbiamo steso il progetto, che prevede un laboratorio di nove incontri di tre ore l’uno, in cui le partecipanti si raccontano, ascoltano, condividono e scrivono. Nel primo laboratorio tre partecipanti hanno scritto un’autobiografia completa, corredata di foto. Nel settembre del 2008 abbiamo organizzato un convegno al Museo degli sguardi di Rimini, dove avevamo tenuto i nostri incontri. Da lì è nato un libro, L’ospitalità della scrittura. Solo in seguito, nel 2010, è nato il blog, dove vengono pubblicati i testi autobiografici delle partecipanti ai laboratori. Lì, si raccontano esperienze del passato, lì si legge l’emozione di ricordi recuperati e valorizzati. Lì si trovano anche esperienze attuali e si descrivono: la difficoltà della migrazione, il ritorno in patria, l’amicizia.
Di qui il nome Vite in transito?
Il nome del blog non poteva che essere Vite in transito, con riferimento a un transito molto concreto, quello che compie chi migra. Ma si allude anche alla precarietà della condizione esistenziale di tutti noi.
Mi diceva che è un blog unico!
Penso sia unico. Non ci sono altri siti che ospitino racconti di migranti, scritti in italiano, da donne, nati in un contesto ricco di cura e affettività, come quello dei nostri laboratori.
A cos’altro può servire un blog come il vostro?
Guardi, è molto gratificante per le scrittrici vedere valorizzati e pubblicati i loro scritti. Se tutti abbiamo fame di riconoscimento, questo è tanto più vero per queste donne migranti, molte delle quali sono colte, laureate, avevano nel loro Paese professioni di prestigio e qui, in Italia, esercitano lavori umili. Credo, inoltre, che questi racconti siano non solo interessanti, perché aprono finestre su altri mondi, ma anche belli. E che sia quindi fonte di piacere, leggerli.
Quanto è stato faticoso e costoso creare Vite in transito?
Tutta la nostra esperienza è in contro-tendenza rispetto a una logica dominante nella nostra società, che è quella del dio denaro.
Perché?
Il primo anno abbiamo avuto solo il rimborso spese e poi un compenso, che è una sorta di gettone di presenza. Ogni anno due artisti Simona Matteini, attrice, e Nicola Matteini, musicista, hanno fatto un reading dei testi prodotti nel laboratorio. Il primo anno per amicizia, gli altri due, con un gettone di presenza. La nostra regista, Federica Soglia – abbiamo anche due video che testimoniano la nostra esperienza – è esperta di informatica e ci ha aperto gratuitamente il sito e ci ha dato alcuni rudimenti per la gestione. Quanto alla fatica, dopo un primo momento di “soggezione”, visto che mi definisco semianalfabeta tecnologica per scelta, ho cominciato a maneggiare lo strumento. Ho scoperto che non sono così negata e che non è mai troppo tardi per fare cose nuove. Imparare qualcosa per cui mi credevo incapace, è stato molto divertente. Ogni tanto chiedo una consulenza a Dora Kotai, una ragazza ungherese che vive, studia e lavora, precariamente, a Rimini e ha partecipato ai nostri laboratori e a Federica. Adesso sono io che gestisco il blog.
Ma Vite in transito era un vostro sogno? Ci pensavate da tempo?
Ho una formazione umanistica e – forse è anche una questione generazionale – ho una certa diffidenza e qualche difesa rispetto al dilagare della tecnica. Quindi, pur riconoscendo il valore e l’utilità dell’informatica e della rete, l’idea di aprire un blog era molto lontana da me. Le cose sono maturate dopo la presentazione del libro. Grazie a Federica il blog è nato e via via è cresciuto. Ora sembra vivere di vita propria.
Ma la vostra attività rende?
Per me è un’esperienza molto gratificante. E credo che questa gratificazione, condivisa da Federica, Fulvia e Francesca e dalle amiche migranti, sia il guadagno più bello che questo blog ci porti.
Qual è la storia che vi ha fatto emozionare di più?
In questi anni abbiamo sentito e letto molte storie bellissime. Parliamo di donne straordinarie. Qualche esempio? Una delle partecipanti brasiliana aveva una nonna curandera, un’altra, sempre brasiliana, racconta di nonni indios che erano stati schiavizzati, un’altra ucraina descrive una giornata particolare: di mattina felice con i figli piccoli in campagna, la sera in preda al terrore dopo l’esplosione della centrale di Chernobil. C’è stata anche una armena, che ha raccontato gli intrecci forti della storia della sua famiglia con quella dei grandi eventi. Ma la vicenda che ci ha toccate di più è stata quella di Mirela Cimpoesu, una ragazza rumena, bella, sensibile, intelligente, che nel suo Paese era insegnante di francese e scrittrice e che ha partecipato al primo laboratorio. Ha raccontatola sua storia e ha dato un contributo notevole alla nostra esperienza e ai nostri progetti.
Cosa è successo a Mirela?
Si è sposata con un italiano che amava e ci ha invitate al suo matrimonio. L’abbiamo vista felice. Dopo cinque giorni è morta all’improvviso per un aneurisma. Ci manca lei, e ci manca e ci mancherà sempre il contributo che avrebbe dato a Vite in transito, progetto in cui credeva molto.
Quali sono i progetti per il futuro?
A febbraio parte il quarto laboratorio di scrittura autobiografica, che porterà con sé altri racconti: questo laboratorio sarà dedicato a Mirela Cimpoesu.
Chi vi sostiene?
All’inizio avevo proposto il progetto all’assessorato all’emigrazione: promesse e nient’altro. Cosa piuttosto frequente e squallida. Poi l’ISUR, Istituto di scienze dell’uomo di Rimini, che si occupa di interculturalità e organizza, tra l’altro, corsi di filosofia orientale e comparata ha adottato il nostro progetto. Adesso Vite in transito è un progetto importante, io direi un fiore all’occhiello, di questo istituto.
Mi cita un autore che le è caro e che secondo lei ha trattato il transito, il viaggio, meglio di altri?
Dante, che ha conosciuto l’esilio e sapeva quanto sa di sale lo pane altrui e più recentemente Edmond Jabés, ebreo ed esule, che ha scritto Uno straniero, con sotto il braccio un libro di piccolo formato, SE, Milano1991 e Il libro dell’ospitalità, Cortina, 1991
Cinzia Ficco
Commenti
0 commenti