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Autismo, Federico De Rosa: “Quello che non ho mai detto”

“La speranza esiste sempre. Solo quando ti arrendi, hai perso. Se non ti arrendi, puoi riprovare”.

E’ così che comincia il nostro scambio di mail, quello tra me e Federico De Rosa (nella foto con sua sorella) quando gli scrivo che vorrei parlare del suo libro su Tipitosti.it.

Federico è nato nel ’93 a Roma dove vive con la sua famiglia numerosa e molto dinamica. Da piccolo era allegro, vivace e biondissimo. Poi il buio. Federico ha iniziato a chiudersi in se stesso a causa di un grave disturbo che lo ha reso incapace di comprendere il mondo, costruire relazioni con le persone vicine, parlare con loro. I medici parlano di autismo. Per lui è stata una prigione.

Da adolescente, però, uno spiraglio si è aperto. Ha iniziato a scrivere con il suo computer e a scaraventare fuori da quel buio parole, frasi e poi pensieri e sentimenti. Ha scoperto l’amicizia, l’amore, la fede. Ancora oggi Federico parla poco o niente, a volte gli sfugge una parola o borbotta tra sé, ma lettera dopo lettera è riuscito a scrivere la sua storia in un libro che impressiona per lucidità e profondità.  Si intitola “Quello che non ho detto mai detto – Io, il mio autismo e ciò in cui credo” (San Paolo). Ha cominciato a scriverlo dopo aver conseguito la Maturità scientifica e per farlo, ha usato solo l’indice.

“Ci ho messo alcuni mesi – mi scrive- ma ci sono riuscito. E riuscirò anche a realizzare altri progetti che ho”. Intanto sogna un mondo di silenzio.

“Sì – aggiunge – Il silenzio insegna a sentire il cuore dell’altro, a percepire dall’immagine del corpo e del volto  dell’altro quali siano le emozioni veramente condivise. Si può arrivare, in istanti particolarmente riusciti, a essere quasi un cuore solo. Allora parlare non serve più.  Penso che il mondo abbia un drammatico bisogno di silenzio per imparare a sentire le cose con il cuore. Invece cerca di esorcizzare questo bisogno facendo ancora più rumore. Io non so parlare, ma voi siete capaci di coltivare le relazioni anche stando in silenzio?”

La nostra corrispondenza prosegue e gli giro altre domande.

Federico, nel tuo libro scrivi: “La mia vita di autistico è sempre stata accompagnata dalla solitudine. Ora che ho venti anni questa assume la connotazione dolce e piacevole di un tempo rallentato, che naturalmente si apre alla riflessione”. Questo significa che per te l’autismo non è più una prigione e che cominci ad accettare la tua condizione?

L’autismo è roba da tipi veramente tosti! Nasci e piano, piano ti rendi conto che sei diversissimo dagli altri, che non capisci nulla di quello che ti succede attorno, che non capisci come si comunica. Sei solo, isolato dentro di te e non ti spieghi perché tu sia così diverso da tutti. Non capire la realtà in cui sei, scatena un’ansia incredibile, perché realizzi che sei totalmente dipendente ed indifeso. Ed hai paura, tanta paura.

Stai, però, riuscendo a rompere quel muro di silenzio. E non desideri più scomparire per dare serenità alla tua famiglia, come tanti anni fa. E’ così?

Sì. Ed è stato tosto. Sai,  tipi tosti non sono quelli che non hanno paura, quelli sono solo incoscienti. I tipi tosti hanno paura ma la affrontano, l’attraversano come un deserto e quando escono dall’altra parte sono ancora in piedi. Ci sto provando. L’aspetto più difficile è stato proprio superare il blocco iniziale di ansia e paura e iniziare a credere che alcuni tipi di autismo si possano battere un pezzetto al giorno. In questo sono stato molto amato da tante persone. L’amore è una rete di tipi tosti.

Il tuo libro si intitola: “Quello che non ho mai detto”. Qual è il messaggio più importante che ritieni di aver comunicato con questo libro?

Il libro è la storia di uno spiraglio che si apre a poco a poco. E il messaggio è quello di speranza. La speranza esiste sempre. Solo quando ti arrendi, hai perso. Se non ti arrendi, puoi riprovare. Il messaggio più importante del mio libro è che la normalità non esiste, non è un concetto, ma solo la più fine forma di discriminazione al servizio delle nostre paure profonde. Così l’equilibrio psichico traballante di chi si sente normale lo pagano gli esclusi. In verità siamo tutti eccezioni ad una regola che in natura non esiste: la normalità. Basta steccati, basta esclusioni. L’umanità è una ed indivisibile. Con il mio libro vorrei spiegare un po’ l’autismo a chi vuole comprenderlo e dire come costruire un ponte tra noi autistici e voi neurotipici.

Cosa ti fa ancora paura?

Che accada qualcosa che mi riporti indietro e che quindi torni ad essere preda dell’incomprensibile. Ogni limite che riduce la nostra capacità di gestire la realtà ci allontana dalla vita e diviene quindi un terrore di morte.

C’è qualcosa che ti dà molto fastidio?

Sì, l’atteggiamento di chi mette su il pietismo e mi tratta da povero scemo.

Cosa, invece, ti procura benessere?

Stare con gli amici. Ho tanti amici tosti che non sono scappati di fronte al mio autismo. Ho una amica molto importante per me, che è una ragazza autistica. Mi procura benessere sentirmi integrato nel mondo di fuori e fare la mia parte.

Scrivi che hai fede.

Sì, credo che Dio sia amore e solo l’amore, ossia il sacrificio di sé per servire gli altri, abbia valore nella vita, costruisce, rimane. Il resto passa, svanisce, perché è illusione.

Hai deciso di non andare più a scuola, dopo lo scientifico. Perché?

Sono contento di aver studiato, anche perché il mio cervello autistico ha assorbito tanto. Proseguire non mi va. Il sapere neurotipico è addestrativo, compilativo, gregario del pensiero del passato, chiuso all’assurdo ed al mistero. Nelle mie giornate rifletto e poi provo a diventare scrittore e giornalista del mio autismo.

Hai un sogno?

Imparare a parlare.

Questo fa pensare a noi neurotipici, che, spesso, abbiamo paura di rivelare i nostri sentimenti, ci chiudiamo in noi, facciamo trascorrere tempo e accumuliamo parole non dette, per riprendere il titolo del tuo libro. E  perdiamo opportunità. Credi che siamo un po’ strani, noi neurotipici?

Molto. Non immaginate quanto. Autocentrici, potenzialmente sempre conflittuali, rumorosi per paura dell’incontro con voi stessi nel silenzio.

Totalmente incapaci di metterci in contatto con voi?

Sì.

Ma non riusciremo mai?

E’ un obiettivo lontano. Prima dobbiamo conoscerci. Ho scritto il mio libro per gettare un ponte tra noi e voi. Per noi autistici la relazione con gli altri esseri umani è assai rara e preziosa. Viviamo in un deserto di relazioni e ogni goccia di vero contatto umano è particolare. Con il libro avete tra le mani la mia storia, quella di un ragazzo fortemente limitato da un autismo severo, che tanto ha sofferto, lottato e sperato. Vorrei che questo mio libro fosse anche un percorso di costruzione di una relazione, magari di un’amicizia. La mia proposta sincera è di costruire una relazione tra di noi. Sappiate, però, che sono totalmente incapace  di quel dialogo sulla superficie delle cose  con cui voi non autistici spesso vi rilassate e altre volte vi difendete per non farvi trovare nel profondo. Il mio comunicare tende sempre alla massima profondità. Non è un vezzo: o è così oppure nella mia mente non trovo parole.

Hai smesso di chiederti, come facevi un tempo, perché è capitato a te?

Una cosa l’ho capita: questa domanda non è solo mia, ma riguarda ogni essere umano. In tanti possono dire: perché proprio io? Per un matrimonio fallito, per una famiglia divisa da discordie, per una forzata disoccupazone, per una salute cagionevole, per una persona cara venuta a mancare. E si potrebbe continuare, perché ogni essere umano ha per la vita la sua domanda senza risposta.  Non so cosa abbia determinato in me l’autismo, neanche la scienza lo sa, ma l’esperienza di scrivere questo libro mi ha offerto la possibilità di dare al mio autismo almeno un piccolo significato, quello di spiegare questa condizione. Scrivere è stato togliere al mio autismo l’abito dell’assurdo e vestirlo di uno scopo veramente mio.  Basta chiedere alla vita il perché di ogni disgrazia. Dietro la ragionevole domanda  del perché, ci sono significati e scopi, che io sono chiamato a scegliere  e perseguire. Ed è qui, a mio avviso, che muore il cieco destino e l’umanità  trionfa, non importa quanto limitata e sofferente.

Sei tosto!

Non lo so. Diciamo che sono fisicamente bello, grosso. Anzi, no. Proprio cicciottello!

Un messaggio ai genitori di bambini autitisci molto gravi. 

Cercate di difendere i figli da ansia e paura, che sono bloccanti e provate poi, a fare un piccolo passo avanti ogni giorno. Io a tre anni ero una statua. Da qualche anno scrivo.

                                                                                                                                                                                                   Cinzia Ficco

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