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Nicola Codega: Io? Sempre in piedi

“Io? Sempre in piedi? Non mi siedo neanche se me lo dicono”. 

Se provi a chiedergli come fa a sopravvivere all’incidente che dal 22 luglio del ’98 l’ha inchiodato alla sedia a rotelle, è così che ti risponde Nicola Codega.

Quarantadue anni, di Carrara, lavora nel quartiere fieristico Carrarafiere ed è ancora uno sportivo. “Cerco di vivere al meglio – dice – ma lo sai che molti amici mi chiamano quando sono a terra? L’atletica e l’incidente mi hanno insegnato ad apprezzare di più la vita. E ad essere spesso di buon umore”.

Nicola, che di recente ha scritto un libro, dal titolo “Sempre in piedi”, edito da Acrobat Media, con la prefazione di Gigi Buffon, ha accettato di raccontarsi

“Sono su una sedia a rotelle a causa di un grave incidente stradale avvenuto nel luglio del ’98: tornavo dal mare a bordo del mio scooter. Mi ha urtato un veicolo, che non ha rispettato lo stop. Mi ha sbalzato nella corsia opposta, in cui sopraggiungeva un altro mezzo. Sono finito con la testa contro la portiera e le gambe sotto la macchina. Mi hanno trasportato d’urgenza all’ospedale di Carrara dove, dopo una tac, mi hanno diagnosticato una lesione midollare. Trasferito subito a Careggi, in provincia di Firenze, sono stato operato alla colonna vertebrale”.

Cosa ricordi di quei giorni?

Nulla. Mi è stato raccontato tutto dai testimoni. Ho passato circa due mesi a letto con morfina, sacca alimentare e febbre tra i 39 e i 42 gradi. I medici non riuscivano a capire da dove provenisse la mia temperatura.

Poi?

Quando a metà settembre mi hanno operato a entrambi i polmoni, la febbre mi è finalmente passata. Il primo ricovero è durato sette mesi. Nel corso degli anni ho subito altri interventi. In tutto sono tredici. Per due anni sono stato sempre in ospedale per ulcere da decubito, dolori.

Come l’hai presa?

La mia vita è cambiata totalmente, ho dovuto reinventarmi, non è stato assolutamente facile. All’inizio quando vedi che le gambe non si muovono e non hai sensibilità, ti senti morire dentro. Ho visto in tv i campionati europei di atletica, in cui gareggiava un ragazzo, che fino all’anno prima era al mio livello. Lui tra i primi d’Europa, io su un letto di ospedale. Ho una lesione dorsale a livello della quarta e della quinta vertebra al di sotto delle quali non ho né sensibilità né motilità. Avendo la pelle delicata sono soggetto alle ulcere da decubito. Se urto leggermente contro una superficie esterna, in un secondo si apre una ferita. Ci vogliono mesi prima che si richiuda in modo definitivo.  Sul mio comodino con la sveglia e l’abatjour ho sempre il sacchettino delle medicazioni.

Quando sei uscito dall’ospedale, cosa è successo?

Sono tornato a casa la prima volta a Natale ed è stata una tragedia. Niente era più come prima: In casa le uniche cose alla mia altezza erano il divano e il letto e gli unici sollievi la mia famiglia, i miei amici, che venivano a trovarmi e il fatto di non dovere suonare il campanello per chiedere le cose. Non volevo più uscire di casa, perché mi sentivo osservato e più disabile di quello che ero. Io sono alto 1,90, ma mi sono abituato a vedere tutte le cose da 1 metro e 25 cm! Sono stato ricoverato al centro di riabilitazione di Montecatone a Imola da aprile a giugno, dove ho iniziato a riprendermi psicologicamente. Dovevo decidere se vivere o sopravvivere: ho scelto di vivere.

Come hai fatto?

Iniziavo a pensare che avrei potuto non raccontarla o che avrei potuto avere una lesione cervicale con problemi di motilità anche agli arti superiori. Ho avuto sempre l’appoggio dei miei, che in ospedale facevano i turni. Anche lo sport mi ha aiutato a reagire bene Parlo dell’atletica leggera a livello professionistico, che ho praticato per anni. Ho iniziato grazie alla mia famiglia: mio padre guida alpina, soccorso alpino e grande maratoneta, si alzava alle 6 del mattino per correre 1 ora e mezzo. Poi una doccia e andava al lavoro per 10 ore in officina. Anche mia madre ha terminato cinque maratone, mentre mio fratello faceva salto in alto. L’atletica mi ha insegnato a non mollare mai, a capire cosa sono il sacrificio, gli allenamenti anche quando piove, quando fa caldo, quando non ne hai voglia. E tutto per conseguire un risultato. L’atletica è dura come la vita.  E la vita va affrontata con coraggio, con una certa impulsività. Si deve sempre provare, altrimenti ti rimane il dubbio di non averlo fatto. Lo sport mi ha anche regalato un gran fisico senza il quale non avrei mai superato due mesi con la febbre che arrivava fino a 42 gradi

E ora?

Sono sempre stato per il carpe diem. Dopo l’incidente la mia filosofia di vita è  quella di Vasco Rossi.  La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia . Oggi ci sei, domani non lo puoi sapere! Non voglio rimanere col dubbio: se avessi fatto quella cosa, se avessi detto quella frase o se mi fossi comportato in quel modo…Beh, insomma, mi butto sempre. Ho capito che la vera disabilità sta nella testa non nelle gambe, io corro e corro molto più veloce di tante altre persone normodotate!

Neanche le barriere architettoniche sono un problema?

Sono sempre in prima linea per abbatterle. Ma ci  sono anche le barriere culturali più difficili da sconfiggere. Io e Handysuperabile, un’associazione che si occupa di turismo accessibile, alla quale è devoluto parte del ricavato del libro, ci muoviamo con campagne di sensibilizzazione, ma è davvero dura. L’Italia è molto indietro sotto questo aspetto. Mi capita di incrociare una persona che mi guarda in modo compassionevole e che poi occupa il posto auto riservato a me. Il resto d’Europa non sta molto meglio. Negli States è diverso. Su questo non mi arrendo. E lo si legge nel libro, che ho scritto per trasmettere la mia forza, la mia energia a coloro che hanno sofferto e soffrono ancora. Sono un tipo molto tosto: da 1 a 10 11, grazie all’atletica. I problemi ci sono, eccome, sulla sedia. Non solo quello dello stare sempre seduti. Ci sono le piaghe, le infezioni, i dolori, i problemi intestinali, vescicali. Anch’io ho i miei momenti no: non sono un super eroe, ma dopo che mi succede qualcosa di spiacevole e mi sfogo, mi sento meglio. E’ inutile arrabbiarsi, tanto le cose non cambiano. Ormai convivo col mio trauma perché la vita è una sola, non ne abbiamo altre. Certo, mi piacerebbe tornare in piedi e spero in una cura, ma non vivo aspettandola. Vivo la vita a 360 gradi : vado in palestra e in piscina, gioco a tennis, lavoro e faccio parte  di due compagnie di teatro amatoriale.

Cosa senti di dire a chi non ha accettato di non poter stare più in piedi?

Vivete intensamente, cercate sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno: è giusto che ci siano anche i periodi bui,  pensate che se fossimo sempre felici sarebbe una noia mortale.

 

                                                                                                                                                                                 Cinzia Ficco

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Written by Cinzia Ficco

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