Vincenzo Luisi Mianesi mi ha scritto una lettera, che giro a voi. Racconta la storia della sua vita, tutta in salita. Nel giro di poco tempo ha perso suo padre, sua madre, il lavoro e si è separato da sua moglie. Ha una malattia agli occhi, la retinite pigmentosa, che lo potrebbe portare alla cecità. Eppure continua a coltivare la sua passione: i libri, o meglio gli audiolibri, soprattutto quelli di psicologia. Ha scritto due testi, che potrete trovare nel suo sito. http://www.vincenzoluigimilanesi.it/
Al telefono mi ha confessato che è ancora molto innamorato della vita.
“Mi chiamo Vincenzo Luigi Milanesi, sono nato a Roma cinquanta anni fa, dove vivo. La Retinite Pigmentosa mi è stata diagnosticata immediatamente prima di iniziare la scuola all’età di circa quattro anni dal Professore Giancarlo Falcinelli, che mi tiene ancora sotto controllo. La degenerazione, nel mio caso, è stata fortunatamente molto lenta, e ciò ha fatto sì che io non abbia avuto un trauma improvviso.
Ho frequentato i tredici anni scolastici all’Istituto San Leone Magno di Roma, prendendo la maturità scientifica. Non ho perso neanche un anno. Eppure non ho mai potuto leggere una sola pagina di un libro. Se oggi mi ritrovo ad avere una discreta cultura e, comunque ad aver studiato, devo ringraziare gli insegnanti, ma, soprattutto, i miei genitori ed il fratello della mia mamma. Questi ultimi mi hanno letto e spiegato assolutamente tutto ciò che non avrei potuto fare da solo. Infatti, mia madre, laureata in Lettere, mi ha sempre aiutato in tutte le materie classiche, mentre mio padre, ufficiale dell’esercito che aveva frequentato l’Accademia Militare, mi ha aiutato in tutte quelle scientifiche. Una mano l’ho avuta anche da mio zio, Giovanni Aquilecchia, filologo del ‘900, studioso e ricercatore di Giordano Bruno. Mio padre è morto nel 1982, perciò non ha avuto la soddisfazione di vedermi finire la scuola. Mi sono diplomato a Luglio di quell’anno.
Dopo ho intrapreso gli studi universitari. Mi sono iscritto a Giurisprudenza, ma l’ho lasciata subito, perché non la trovavo interessante. Sono passato alla Facoltà di Statistica, ma a quel punto mi sono reso conto che non potevo costringere mia madre e mio zio a “laurearsi nuovamente”, anche se loro per me lo avrebbero fatto sicuramente. Quindi ben presto ho lasciato perdere. Intorno ai diciassette anni, poco prima di terminare il liceo, avevo acquistato da un mio compagno di classe un vecchio computer per giocare, cosa che non mi ha mai appassionato. Tutti quei colori, quei movimenti, a causa della mia patologia, mi creavano una grande confusione. Invece di giocare, mi sono messo a studiare da solo come erano fatti i programmi che permettevano il funzionamento dei vari giochi e piano piano ho imparato a programmare. La cosa mi era facilitata dal fatto che potevo vedere le scritte sul televisore di casa e quindi con caratteri molto grandi rispetto a quelli di un libro.
Per seguire questa passione, nata così per caso, mia madre mi ha quasi costretto ad iscrivermi ad un corso di informatica, tenuto dalla Regione Lazio, dove mi sono trovato estremamente avvantaggiato rispetto agli altri partecipanti. Questa cosa mi ha dato un’estrema sicurezza in me stesso. Era infatti la prima volta che solo con le mie forze mi potevo confrontare con gli altri e quindi mi trovavo addirittura ad essere avvantaggiato rispetto agli altri. Spesso gli insegnanti mi prendevano ad esempio per i miei compagni. Terminato il corso, ho inviato il mio curriculum ad un’azienda che produceva software per conto dell‘I.B.M., la quale mi ha contattato. Dopo la selezione, mi ha inviato una lettera di convocazione per firmare un contratto di formazione. Nel frattempo, un’amica mi aveva informato di un annuncio sul quotidiano «Il Messaggero» in cui un grosso tour operator italiano richiedeva persone giovani ed esperte in informatica per tenere dei corsi di programmazione ai suoi clienti presso i propri villaggi turistici.
L’idea di vivere all’aria aperta mi piaceva. Ho provato a rispondere, e dopo il colloquio, lo stage di formazione ed alcune prove, sono risultato idoneo. Nel frattempo avevo respinto un’altra proposta lavorativa. Nel Gennaio del 1986 sono partito per la mia prima destinazione. Dopo un po’ di tempo, ho cominciato a trovare il lavoro monotono e riduttivo. Così ho provato a dare una svolta. Ho iniziato a meccanizzare qualche ufficio. Agli inizi non ho avuto il sostegno dei colleghi, ma poi, analizzando le problematiche dei singoli settori con i responsabili, utilizzando l’hardware che avevo a disposizione, ho provato a scrivere i programmi. Alla fine i miei tentativi hanno funzionato.
Dopo alcuni anni di lavoro nei villaggi, sono stato assunto presso la Direzione Generale della Valtour, che si trovava a Roma, dove sono rimasto fino alla fine del 1997. Durante tutto questo periodo lavorativo, la mia attività é variegata: oltre a fare l’analista programmatore/sistemista, ero diventato responsabile del settore che coordinavo. Mi trovavo ad andare nei villaggi ad effettuare controlli sui macchinari, sulle società consulenti esterne, sul personale che utilizzava software e macchine, mi occupavo della selezione e della formazione dei dipendenti del mio settore. Viaggiavo spessissimo sia in Italia che all’estero, prendendo a volte anche più di un aereo al giorno, e quasi sempre da solo.
Posso dire tranquillamente, e con grande soddisfazione, di aver fatto carriera senza l’ombra di una raccomandazione. Ero stato assunto con un contratto di consulenza stagionale, dopo alcuni anni avevo un contratto a tempo indeterminato con il primo livello, il massimo per gli impiegati.
Nel 1997 sono cambiati gli azionisti, quindi in un’ottica di ristrutturazione aziendale, sono stati sostituiti anche i vertici della società, con una serie di cambiamenti interni. Sono stato licenziato anche io perché, in base alla legge 626 sulla sicurezza dei lavoratori, considerata la mia patologia, io ero “inabile all’uso di videoterminali” e non ero “ricollocabile in altro ruolo”.
Oggi mi trovo a casa come pensionato, e, neanche a dirlo, continuo ad occuparmi di informatica. Nel ’97, ad Aprile, mi sono sposato e la mia ex moglie è una psicoterapeuta.
Nella mia vita ho avuto anche tanti hobby, tra cui lo sport e la musica. Oltre a tentare col tennis e il calcio, ho praticato nuoto, sci e vela. In quest’ultimo ho anche vinto una coppa come II classificato in una regata svoltasi ad Anzio. Quanto alla musica, oltre ad ascoltarla, ho studiato pianoforte senza leggere una sola nota sugli spartiti. Ho avuto un’insegnante che pazientemente mi leggeva le note per farmele imparare a memoria.
Oggi suono anche pezzi classici che ho imparato tanti anni fa. Altra passione, i viaggi. Per lavoro e svago ho viaggiato molto, sia in Europa che in Africa, in Oriente e Sud America.
Tutto quello che avete letto sino ad ora sembra facile, ma non lo è stato per niente e non lo è per uno come me. Sarà stata la volontà, sarà stato l’aiuto dei miei? Sinceramente non lo so. Ma vi dico che vivo benissimo la mia condizione. Chi mi incontra per strada non si accorge di nulla. Pensa che sia solo un po’ miope, perché mi comporto normalmente, grazie a ciò che ho inventato, piccoli suggerimenti per me, come quando percorro una scala per la prima volta.

Da oltre cinque anni ho una compagna che mi sopporta quotidianamente, dico sopporta poiché penso non sia facile stare con una persona come me, non tanto per le difficoltà dovute al mio handicap, ma al mio carattere, alla mia caparbietà e alla mia testardaggine. Fabiola, questo è il suo nome, mi ha spinto ad iscrivermi all’Università. Posso dire che non ha dovuto sforzarsi molto, dato che è sempre stato un mio sogno continuare gli studi. Di sicuro avere accanto una persona che mi ha supportato in una decisione forse un po’ bizzarra, come quella di “ritornare a scuola”, considerati la mia età ed i miei problemi, è per me una grande fortuna.
Per concludere, ritengo che se oggi ho il carattere che mi contraddistingue, se ho realizzato quello che ho potuto, se ho gli interessi che ho e vivo la mia vita nel modo che più mi piace, lo devo solo ai miei genitori, i quali grazie ai loro sacrifici, alle loro rinunce, alla loro cultura ed al loro infinito amore che hanno avuto per me oltre che per loro, hanno fatto sì che io sia come sono.
Se loro non avessero avuto l’intelligenza e l’apertura mentale che hanno avuto con me anche queste poche righe non le avrei potute scrivere. E’ per questo che non smetterò mai di ringraziarli”
Vincenzo Luisi Milanesi
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