“La vita che è vita di qualcosa, è felicità. La vita è affettività e sentimento. Vivere è godere della vita. Dispeare della vita ha senso solo perchè la vita è originariamente, felicità”.
Emmanuel Lévinas (Totalità e infinito)
Cosa serve a chi ha perso il lavoro? Un altro lavoro – viene spontaneo rispondere – eppure non è tutto!
Trovare un’occupazione spesso non risolve i problemi di chi sta cercando lavoro. A volte li rende più complicati, dolorosi e profondi. Chi ha perso il lavoro – o chi non riesce a trovare neppure una prima occupazione – ha bisogno di un aiuto psicologico e umano. Così la disoccupazione può diventare una grande opportunità.
E’ la teoria di Francesco Campione, nato nel ’49 a Leonforte (EN), docente di Psicologia medica e psicopatologica all’Univerisita’ di Bologna, direttore del Master universitario in tanatologia e psicologia delle situazioni di crisi, tra i fondatori della Iats (International Association of thanatology and suicidology), di ci è presidente, Dal 2009 il professore è a capo del progetto Primomaggio, dedicato all’assistenza di disoccupati e inoccupati. E’ autore del libro, pubblicato di recente da San Paolo, intitolato: Non lavoro – trasformare la disoccupazione in opportunità.
Professore, secondo lei, una persona non riesce a trovare un lavoro perché con il lavoro ha un rapporto sbagliato. Forse ha investito in modo eccessivo sul lavoro, non riesce ad avere un relazione autentica con se stessa e vive ad una sola dimensione. In ogni caso, leggendo il suo libro, si scopre che prima di cercare un lavoro, occorre imparare a conoscersi. Una teoria che non mancherà di far discutere!
Sì, è esatto, soprattutto quando per un tempo lungo non si riesce a trovare un lavoro e diventa importante dare alla vita un significato che non può essere tratto dal lavoro, con tutte le conseguenze distruttive che la perdita o la mancanza di senso può avere sull’esistenza.
Quindi se perdiamo un lavoro o se non l’abbiamo mai avuto, la colpa è solo nostra?
Più che di colpa parlerei di responsabilità: se siamo disoccupati o inoccupati abbiamo una quota di responsabilità. Ed è la “giustizia” con cui
ognuno si assume la propria responsabilità che può risolvere i problemi che ne derivano. In ogni caso concreto questa distribuzione di responsabilità andrebbe analizzata in modo non ideologico, come si è tentato di fare nella casistica del libro.
Ma quale sarebbe il giusto rapporto?
Dipende di volta in volta dal significato che ciascuno attribuisce al lavoro e alla crisi che questo significato incontra quando il lavoro lo perde o non riesce a trovarlo.
Ci faccia degli esempi.
Se, ad esempio, si lavora per guadagnarsi da vivere e godersi la vita, distraendosi dal pensiero della morte, qualunque lavoro va bene purché non sia troppo faticoso e lasci tempo per vivere e godere. Se, invece, si lavora per essere se stessi e avere un proprio posto nel mondo, cioè per costruire un mondo a propria misura, assicurandosi una qualche forma di immortalità attraverso la durata oltre la vita di ciò che si costruisce, allora non tutti lavori sono uguali, ma si deve cercare il lavoro adatto a sé. Se, infine, si lavora per condividere con gli altri abitanti del mondo lo scopo comune di migliorarlo, anche per le generazioni che verranno, qualunque lavoro va bene, ma bisogna che esso non sia un lavoro “contro” gli altri, ma “con” gli altri, di collaborazione nella produzione e condivisione dei beni che si producono.
Chi un lavoro non ce l’ha o non l’ha mai avuto avrà difficoltà ad accogliere la sua teoria e a capire che la disoccupazione può diventare occasione di rinascita.
Convincere queste persone è la parte più difficile e forse più “originale” del libro. Vi si sostiene che il lavoro è un lavoro del lutto quando ha determinati scopi. Ma rimando al libro.
Cosa fare subito quando si perde un lavoro?
Il primo passo in assoluto è riconoscere la responsabilità collettiva di fronte a chi, non lavorando, non può realizzarsi. Non bisogna lasciare soli i disoccupati e gli inoccupati nella gestione della distruttività esistenziale (perdita dell’autostima, depressione, umiliazione, vergogna, impotenza, rabbia, tossicodipendenze, suicidio, etc.), che deriva dalla perdita di lavoro.. Il Servizio Primomaggio, che svolgiamo a Bologna, ne è un esempio.
Cosa sono in concreto il servizio Primomaggio e l’Associazione Rivivere?
L’associazione Rivivere, che ho creato con un gruppo di giovane psicologhe, mie allieve all’Università, esiste da una decina d’anni e ha realizzato il Progetto Rivivere, un intervento di aiuto psicosociale gratuito per le persone in lutto e le loro famiglie. Attualmente il progetto ha sezioni in diverse città italiane e si sta espandendo su tutto il territorio nazionale. Nel 2009 è nato il Servizio Primomaggio per andare incontro alla crisi del lutto per la perdita del lavoro. Da allora abbiamo assistito gratuitamente centinaia di disoccupati e inoccupati delle più diverse categorie. Chttp://www.clinicacrisi.it/ass_rivivere_iniziative_maggio.aspome servizio di aiuto psicosociale specifico il Servizio Primomaggio è unico in Italia, http://www.clinicacrisi.it/ass_rivivere_iniziative_maggio.asp anche se esistono in altri posti iniziative più legate a situazioni particolari (sportelli delle associazioni imprenditoriali per la prevenzione del suicidio o nelle USL interventi sullo stress, legato al lavoro che si perde).
Il Servizio Primomaggio ha aiutato a trovare in qualche modo lavoro, magari anche indirettamente?
Come si può vedere nella casistica riportata nel libro, l’aiuto psicologico specifico per la perdita del lavoro o per elaborare psicologicamente la mancanza di lavoro, facilita la ricerca di un altro lavoro, perché riduce la distruttività esistenziale della disoccupazione (ad esempio la depressione o la rabbia). L’aiuto psicologico serve più in generale a chiarire il significato che si dà al lavoro e a superare la crisi che questo significato può produrre. Dal servizio si esce in crescita. Il servizio, gratuito, richiede una quota di 40 euro di iscrizione e viene garantito da psicologi che ricevono un piccolo compenso per il loro lavoro grazie al sostegno della Fondazione Isabella Seragnoli. La quale a sua volta supporta tutte le attività dell’Associazione Rivivere.
Negli ultimi anni sono cambiati gli assistiti del Servizio Primomaggio ?
Lo status di chi si rivolge a noi non è cambiato molto. Si è solo più consapevoli che quando si perde un lavoro c’è qualcuno che ti sostiene dal punto di vista piscologico.. E non ci si sente più completamente soli. Certo, dopo una batosta, non si può tornare come prima. Lavoramo perchè si impari che perdere un lavoro non è sempre un male. Ma un’opportunità di crescita. E anche se la soferenza sembra insuperabile, non sentirsi soli aiuta moltissimo.
Secondo lei le nosTre famiglie, la nostra scuola sanno educare alla sconfitta, al dolore?
La nostra società insegna ad evitare tutto ciò che può far soffrire. Per questo spesso gli adulti sono “bambini”, che non vogliono crescere. Manca l’educazione vera che si ha solo attraverso l’esempio. Dovremmo imparare a reagire alla sconfitta, a subire traumi, lutti, ma nella condivisione con gli altri. Invece, ognuno resta sempre chiuso in se stesso. Bisognerebbe educare i bambini fin da piccoli alla morte, e in genere alle batoste. Come fare l’ho spiegato in un altro libro: “La domanda che vola” – educare i bambini alla morte e al lutto- EDB, Bologna).
Cinzia Ficco
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