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Mafia, Malerba: storia di un riscatto

Malerba: autobiografia di un uomo che da ventitré anni sta tentando di restituire la vita strappata ad altri, sacrificando la sua. Storia di un riscatto.

Eppure, questo libro, pubblicato da Mondadori, scritto da Carmelo Sardo, giornalista ( Tg5), (nella prima foto, ndr), nato nel ’61 a Porto Empedocle e Giuseppe Grassonelli, ex killer mafioso, (nella terza foto, ndr) qualche naso, in Italia, l’ha fatto storcere. Soprattutto quando, alcune settimane fa, ha ottenuto il premio “Racalmare – Leonardo Sciascia”, giunto alla ventiseiesima edizione.

Sardo, cosa ha dato più fastidio: il fatto che un ergastolano abbia vinto un Premio o che il vostro libro abbia scalzato quello di Caterina Chinnici? 

Le polemiche sono state innescate da uno dei membri della giuria di selezione, Gaspare Agnello, il quale, per sua stessa ammissione, prima avrebbe dato l’ok all’accesso in finale di “Malerba”, ammettendo di non averlo letto. Poi, si è ricreduto raccontando agli altri giurati che gli erano apparsi in sogno Sciascia e Bufalino. Gli avevano detto che non era giusto che Malerba andasse in finale. Questo già tratteggia i contorni di una storia molto pirandelliana. Agnello ha provato a spiegare che il libro non meritava di partecipare a un Premio, intitolato a Sciascia, perché scritto da un killer mafioso non pentito e per giustificare questa sua convinzione ha provato maldestramente a sostenere che il libro fosse stato scritto dal solo Grassonelli e che io me ne fossi appropriato.

Lei come ha replicato?

A questa sua affermazione ho risposto prima in privato, accusandolo di illazioni gratuite e spiegandogli come e perché il libro sia stato scritto a quattro mani da me e Grassonelli. Tanto che mi ha risposto, chiedendomi scusa. Io credo che chiunque abbia il diritto di criticare un testo, ma non di fare illazioni che sfociano nella diffamazione. Con le sue dimissioni, Agnello ha innescato una polemica legittima, per carità, che ruota attorno all’interrogativo: “Può un libro scritto da un ex killer di mafia, che non ha mai voluto collaborare con la giustizia e da un giornalista, che racconta la parabola del criminale che fu e dell’uomo riabilitato che è oggi, approdare a una finale come il premio “Sciascia” e addirittura vincerlo?” Tutti ne hanno parlato e scritto.

Come ne hanno parlato?

La vicenda è finita sui giornali e sui siti on line di tutto il mondo, e Agnello è stato sepolto dai commenti di autorevoli critici letterari e da intellettuali fini, che hanno semplicemente rimarcato come non importa chi scriva un libro, ma cosa ci sia scritto nel libro. Chiaro che molti ne hanno approfittato, inserendosi nella polemica per ritagliarsi un po’ di visibilità con dichiarazioni grondanti di retorica abusata, che ha ricordato i temi dell’antimafia dei professionisti, tanto cari a Sciascia.

E la Chinnici cosa ha detto?

La stessa Caterina Chinnici, figlia del giudice Rocco, il primo magistrato, saltato in aria con un’autobomba, battuta in finale da “Malerba” per un solo voto – ricordo  che ha votato una giuria popolare composta da lettori comuni – ha dichiarato nelle interviste post premio, che è giusto che di mafia si parli da diverse angolature, perché, comunque la si pensi, la conoscenza è fondamentale per combatterla. Ho visto tanti giovani tra i giurati popolari e la vittoria di “Malerba” mi fa ben sperare per le future generazioni, che non si lasciano incantare dalle polemiche e si costruiscono una propria idea.

La stampa italiana l’ha snobbata o bastonata?

No, devo ammettere che la stampa italiana non mi ha affatto snobbato. Nel senso che tutti se ne sono occupati e nella stragrande maggioranza dei commenti, hanno scritto favorevolmente. Semmai è vero che solo due o tre colleghi mi hanno chiamato per sentire il mio parere. Più a livello provinciale di stampa, ho, invece, avvertito un livore gratuito, frutto di invidie.

Cosa le ha fatto davvero male? E cosa hanno detto sul suo editore?

Non mi ha fatto male niente, e nessuno si è scagliato contro l’editore. Anzi. Molti hanno rimarcato il fatto che, se una casa editrice come Mondadori, tra le più grandi d’Europa, investa su un libro come “Malerba”, significa che ha creduto e crede nel progetto, e, soprattutto, che ha avuto un grande fiuto. Tanto che adesso, a premio vinto, ha deciso di andare in ristampa con 10 mila copie.

I giornalisti delle testate estere, invece?

Hanno sentito il dovere di chiedermi un commento, un parere. Come i corrispondenti del Los Angeles Time o di Liberation, Le Monde, e altri.

I diritti cinematografici sono stati opzionati ancor prima che il libro uscisse e l’interesse suscitato anche all’estero non esclude una coproduzione internazionale. E’ così?

Sì, è vero. I diritti sono stati opzionati prima che il libro uscisse dal regista Toni Trupia, giovane talentuoso regista siciliano, che ha già diretto un film di rilievo come “Itaker” con Francesco Sciacca e tra gli altri Michele Placido. Ora è giunta a Mondadori anche una richiesta dall’America ed è vero che si sta tentando una co-produzione. Questo è quanto. Vedremo cosa succederà adesso.

E veniamo al libro. Ha cominciato a seguire Giuseppe Grassonelli da cronista per una tv locale. Poi, perché avete deciso di scrivere un libro?

In realtà non è che io seguissi Grassonelli. Io mi occupavo dei fatti di cronaca e della guerra di mafia nell’Agrigentino. E solo molti anni dopo, per ammissione di Giuseppe Grassonelli stesso, ho saputo che lui, dopo aver ucciso qualcuno, tornava a casa e aspettava il mio servizio nel tg della tv locale di Agrigento dove lavoravo, per documentarsi. Per questo mi chiamava il suo “agente segreto” . Un cronista di nera del resto deve informare e mette in conto che informi anche un latitante. E’ stato lui a farmi contattare da una sorella due anni fa quando dopo 23 anni di carcere ha deciso di raccontare la sua storia. Mi hanno inviato il manoscritto, l’ho letto, ho trovato che fosse una storia potentissima, ma sembrava incompiuto. Ho accettato di incontrarlo in carcere

Poi?

Solo dopo le prime due ore di colloquio ho capito di avere di fronte una persona cambiata, nuova, di un’intelligenza e una cultura straordinarie. Gli ho proposto di fare un’intervista televisiva, trasmessa poi in prima serata da Canale 5. Mentre andava in onda, il mio editore mi ha chiamato, dicendomi di essere rimasta affascinata dall’intervista stessa. Ho così deciso di scrivere un libro-intervista, che ho mandato a Mondadori col manoscritto di Grassonelli.

A quel punto?

L’editore mi ha chiesto di unificare i due testi. L’ho riscritto tutto daccapo, miscelando le due cose ed è nato Malerba. Un libro che dovrebbe servire a far conoscere uno spaccato criminale di un periodo storico molto difficile della Sicilia, visto dal di dentro, da chi quella guerra l’ha vissuta, e a far comprendere come si è bruciata la vita un ragazzo che ha deciso di non rivolgersi allo Stato, ma di vendicarsi , uccidendo. Oggi Grassonelli è un uomo nuovo, ma destinato a morire in una cella.

Grassonelli, arrestato nel ’92, a 27 anni, per quindici anni sotto il  41 bis (carcere duro). Tre anni  se li è fatti in isolamento. Ora è sotto il 4 bis, cioè ha avuto l’ergastolo ostativo, applicato ai criminali che uccidono nell’ambito di una guerra di mafia. Entrato da analfabeta, si è laureato in Lettere e Filosofia con 110 e lode. Non ha mai voluto collaborare. Perché?

Sì,  il 4 bis non è temporale, ma è la condanna definitiva. Significa che chi subisce il 4 bis non potrà mai chiedere un permesso per tutta la vita. A meno che non decida di collaborare con la giustizia. Ma lui non ha mai voluto collaborare,  semplicemente perché si ritiene l’unico responsabile di tutti i suoi crimini e non vuole barattare la sua libertà con la condanna di altri che lui stesso ha voluto nel suo gruppo di fuoco. E’ una scelta criticabile, opinabile, ma una scelta da rispettare. Oggi Grassonelli si sente un collaboratore di giustizia sociale, perché sta restituendo con la sua condanna fine pena mai.

Ha ancora dei sogni?

Lui sogna, chiaro, di poter tornare a rivedere il suo mare, di tornare a fare sesso, per esempio, visto che non lo fa da 23 anni, ma al tempo stesso ritiene che sia giusto che egli sconti la sua condanna fino in fondo. Ho parlato più volte con Giuseppe, ci scriviamo spesso, e credetemi, è difficile accettare che un uomo così abbia fatto quello che ha fatto, e che un uomo di tanta intelligenza e cultura sia sepolto in una cella due metri per tre.

                                                                                                                                                                                                Cinzia Ficco

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Written by Cinzia Ficco

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