Dieci metodi per provare a far ripartire l’Italia.
Li ha raccolti Alessandro Rimassa, giornalista, direttore della Scuola di management e Comunicazione di Ied, autore di Generazione Mille Euro (Rizzoli) e Berlino sono io (Sonzogno), nel suo recente lavoro: “E’ facile cambiare l’Italia- se sai come farlo” (Hoepli). www.facilecambiare.it www.alessandrorimassa.com @Rimassasonoio 
Poco più di 150 pagine in cui – sottolinea Rimassa – “non si troveranno soluzioni programmatiche o proposte politiche, ma metodi attuabili da qualsiasi persona, organizzazione, associazione, amministrazione o partito. Dieci strategie da utilizzare subito per passare da una money centered economy ad una human cenetred society. Dieci regole per spingere in avanti il nostro Paese, ispirandosi ai principi del design thinking e della terza rivoluzione industriale e assicurarsi un cambiamento, di cui l’Italia ha estrema urgenza”.
Alessandro, il titolo è ad effetto e forse tradisce un ottimismo facile. E’ un libro contro i gufi?
L’ottimismo non serve a nulla, se non è legato ad azione e proattività. Io non credo né ai gufi né agli ottimisti tutti d’un pezzo. Sostengo chi lavora, chi fa, chi pensa e subito dopo agisce, chi crede che questo Paese si possa e si debba rimettere in piedi e non si riempie la bocca di parole facili, ma propone e compie azioni anche difficili. Il titolo del libro è una provocazione a cui siamo obbligati a credere, altrimenti ha molto più senso andare via. Quelli che non sopporto sono coloro che restano e si lamentano, senza rendersi conto che fanno un danno doppio e che il loro tempo è terminato.
Perché l’hai scritto?
Perché sentivo l’esigenza di dare ordine ai tanti metodi di cambiamento che molte comunità stavano e stanno sperimentando. Volevo che incontri, dibattiti e conferenze a cui partecipo e in cui incontro tanti attori del cambiamento avessero un testo di riferimento, qualcosa di utile per chi il cambiamento lo fa e, al tempo stesso, di comprensibile per chi non ha ancora capito che cosa sta accadendo e dove stiamo andando. E devo dire che sono felice e soddisfatto. Immaginavo giusto qualche presentazione. Invece, sono otto mesi che giro per l’Italia, incontro persone straordinarie che amano questo Paese e danno tutto ciò che hanno per cambiarlo.
Apri il libro con una frase di Albert Einstein, che dice: “La follia consiste nel fare le cose sempre nello stesso modo, sperando che i risultati possano cambiare”. Cos’è che continuiamo a fare, sbagliando, convinti, però, di fare la cosa giusta?
Abbiamo paura del diverso, del nuovo, dello sconosciuto. E ci rifugiamo in un conservatorismo senza limiti, pensando che, se alcune cose hanno funzionato in passato, possono andare bene anche ora. E, invece, non capiamo che, così facendo, distruggiamo il futuro, impediamo l’innovazione, blocchiamo il cambiamento. O meglio, crediamo di impedire l’innovazione e bloccare il cambiamento. Non capiamo che tutto questo accade ugualmente, perché è ineluttabile e noi rimaniamo ai margini, finché il fiume non esonda e non veniamo spazzati via. Il futuro arriva, siamo noi che rischiamo di non esserci più.
Che ruolo hanno i media in tutto questo?
La maggior parte dei media blasonati è molto responsabile.. Molti giornalisti sono parte del sistema e agiscono per generare paura, il primo nemico del cambiamento. Non c’è da stupirsi che perdano appeal, copie, lettori, spettatori. Li perdono perché sono distanti dal mondo che cambia. Perderanno sempre di più quota”.
In 150 pagine dieci metodi, non idee, su come far ripartire l’Italia. Nel tuo manifesto politico del cambiamento spiccano le parole: progettazione partecipata, accettazione del fallimento, empatia, trasparenza, impegno, merito. Ma qual è quella davvero disruptive?
“Parlo di metodi perché, senza stabilire le regole del gioco, è anche inutile iniziare a giocare. Abbiamo vissuto oltre vent’anni di lotta senza ragione tra parti avverse, apparentemente tanto nemiche da essere, invece, totalmente d’accordo nel lasciare tutto fermo. Il modello che propongo, prevede metodi condivisi – io ne illustro dieci, ben vengano altri proposti e sperimentati – che rimettano al centro la comunità, le persone, il dialogo, la partecipazione attiva. Il punto disruptive è l’insieme dei metodi, delle azioni, delle persone. Fondamentale è recuperare fiducia, ma si deve fare con una serie di piccole azioni concrete, che illustro nel libro.
Fermiamoci un attimo: recuperare la fiducia. Forse è questa la vera chiave per il cambiamento?
Sì, la fiducia. Ma agli annunci devono seguire i fatti e i fatti devono essere guidati dai comportamenti. In questo momento siamo passati dalla paura all’annuncio, ma la strada da fare a livello culturale e quindi politico è ancora lunga e in salita.
Chi incarna oggi un ruolo disruptive?
Gli imprenditori che decidono di fare impresa in Italia. Questo oggi è il gesto politico con valore sociale più forte. È molto più facile andare all’estero, specie per i più giovani che operano in campo digital. Chi decide di fare startup, azienda qui, è il vero eroe del contemporaneo, perché sta facendo all in, sta scommettendo tutto ciò che ha sul futuro del Paese.
Agli inizi del libro fai capire che i giovani, avendo genitori con posti precari, sono più adatti al cambiamento. È così? Ma il messaggio è che dobbiamo adattarci, imparare a pretendere di meno?
I giovani veri, quelli under25, sono cresciuti senza modelli, in un’era di totale cambiamento, quindi sono più predisposti al cambiamento. Pretendere di meno? No, dobbiamo pretendere molto di più! Ma questo non significa, in termini lavorativi, posto fisso. Vuol dire meritocrazia, trasparenza, carriere rapide per i migliori, possibilità di crescita professionale ed economica, ascensore sociale che permetta ai figli degli ultimi – se sono bravi – di diventare i primi!
Prova a dare un consiglio a chi, non più giovane, sta perdendo in questi giorni il lavoro. Pensi che il pensiero laterale di Edward de Bono (cercare la soluzione a un problema secondo un percorso non convenzionale), di cui parli nel libro, possa essere di aiuto? Insomma, come convincere chi è in grande difficoltà che può sperare ancora e che il cambiamento radicale non lo travolgerà senza pietà ?
I lavori si perdono, sempre di più. Possiamo aspettare che accada o prepararci a quando accadrà, attivando il pensiero laterale, formandoci, studiando, costruendo relazioni, inventandoci nuove opportunità. Sarebbe bello che non capitasse di perdere il lavoro, ma, se capita, vogliamo davvero arrivarci impreparati?”
Cinzia Ficco

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