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Roberto Soldatini, il musicista marinaio

“Chi me l’avrebbe detto. Chi me l’avrebbe detto che un giorno mi sarei ritrovato in mezzo al mare da solo, con una barca come casa. Girovagando senza meta nell’Egeo per mesi e mesi, da un’isola all’altra, da una baia all’altra, da un paese all’altro. Navigando tra tali bellezze il mio cuore a volte sembra sul punto di scoppiare, come un palloncino lasciato libero di volare troppo in alto. Ora sono al timone con gli occhi chiusi, per sentire meglio i movimenti della barca e anticiparli, per sentire il vento, per sentire il suono del mare e delle onde che si frangono sulla prua: un’armonia perfetta di suoni, odori e percezioni. Un equilibrio assoluto che solo una sinfonia di Mozart forse riuscirebbe a raggiungere. Non voglio riaprire gli occhi, per paura che tutto svanisca. A volte i sogni si confondono con la realtà, e questa è una di quelle volte”.

E’ così che Roberto Soldatini descrive l’inizio della sua avventura e, soprattutto, della sua scelta controcorrente. Lo fa a pagina 9 del suo libro, intitolato La musica del mare, che sarà pubblicato da Nutrimenti a fine maggio, in cui i capitoli hanno dei titoli ricavati da un’opera lirica. http://www.robertosoldatini.com/videos.html

 Un diario di bordo di poco meno di 180 pagine, in cui l’autore, nato nel ’60 a Roma spiega le ragioni che l’ hanno portato a liberarsi dalla cosiddetta “società del preservativo”, rassicurante e a scegliere la via del mare. Della libertà. Roberto, infatti, direttore d’orchestra, compositore e violoncellista, vive con il suo violoncello e il suo pianoforte in mezzo al mare su una barca a vela, che ha comprato lo stesso giorno in cui ha venduto il suo appartamento.  Alterna ogni anno sei mesi di navigazione in solitario a sei mesi in porto per svernare. Perché? “Vivere e navigare su una barca – spiega – per me non sono  una fuga. Non è un adesso basta, ma un adesso vado alla ricerca di qualcosadi me stesso, degli altri, della vita del mondo. E se si sapesse cosa si cerca, si rimarrebbe sempre nell’ambito di quel che conosciamo. La barca, poi, è un mezzo per trovare un’armonia tra noi e la natura, un microcosmo che si apre all’infinito, un microcosmo dove ritrovare una vita essenziale”.

Ma perché una scelta così estrema?

Nonostante questa sia la domanda che mi viene rivolta più frequentemente non so mai cosa rispondere, perché le ragioni sono davvero tante e non si possono riassumere in una sola breve risposta. Certamente è la realizzazione di un sogno. Ma non è un sogno antico, è maturato negli ultimi anni, per una serie di coincidenze. Invece antica è la natura nomade dell’uomo, il suo desiderio di spostarsi e di andar per mare, il senso dell’avventura. Già nella mitologia greca, le obiezioni che Momo rivolse a Minerva per la casa che la dea aveva costruito, erano che non l’aveva fatta mobile. E in quanto a mobilità il senso di libertà che può dare una barca a vela-casa difficilmente può esser eguagliato. Solo quando non hai una casa fissa tutto il mondo diventa tuo. Viaggiare con l’aereo non è la stessa cosa, arrivare in un posto a un migliaio di chilometri in un paio d’ore di volo non è come arrivarci in barca a vela.

Per quale ragione?

Assapori tutte le sfumature delle diversità che si contrappongono, ti rendi conto delle distanze che percorri e ne assapori ogni miglio. Treni veloci e aerei accorciano le distanze, ma accorciano anche la capacità di comprendere il mondo. La gente, invece, fa di tutto per andare più veloce. Più veloce, più veloce. Anche andare in albergo non è la stessa cosa. Vivendo in barca, in qualsiasi parte del mondo vada ho la mia casa con me, non ne sento la mancanza. Ovunque sono, mi sento a ‘casa’. Quando parto per un viaggio non ho bisogno di fare le valigie, preoccuparmi di cosa portare, magari scordando il caricabatterie o uno spartito. E’ sempre tutto con me: il mio guardaroba intero, il mio frigorifero, il mio bagno, i miei libri, i miei dvd, la mia musica. E poi.

E poi?

Ci sono quei meravigliosi aspetti romantici che sono nell’immaginario collettivo. Come, per esempio, dormire cullati da un lieve dondolio, prendere un aperitivo al tramonto con i gabbiani che svolazzano sopra la barca, leggere un libro accucciato in cabina con il ticchettio della pioggia sulla coperta.

La musica non è sufficiente?

La musica, come il mare, è un linguaggio universale. Come il mare è senza barriere, e per tanto potrebbe rendere liberi. Potrebbe. Se non ci fossero certi uomini che le barriere le mettono dappertutto. E poi, forse proprio perché certi uomini sanno che la musica, la cultura, rende liberi, ultimamente stanno facendo di tutto per imprigionarla. Ci stanno provando anche con le barche, chissà, forse per la stessa ragione. In Italia l’ormeggio nei porti costa una fortuna. Un’assurdità che ci mette in ridicolo con tutti gli altri Paesi che bagnano il nostro mare. Ma c’è la possibilità di alzare le vele e partire, almeno per un po’, con la barca e  la musica dentro.

Ci descrivi la barca?

Dopo aver maturato la decisione di vivere in mezzo al mare, ho venduto il mio appartamento e con una parte del ricavato ho comprato Denecia. Questo è il nome della barca che ho ormai da tre anni. E’ un Moody 44 del 1994, con lo scafo di color bianco, lungo 13,10 metri e largo 4,20.

Come sono stati gli inizi?

La partenza in solitario dal sud della Francia per portare la barca appena comprata a Roma è stata da ridere. La racconto nelle prima pagine del libro. 

Qual è stata la difficoltà più grande?

A oggi ho percorso diecimila miglia – circa diciottomila chilometri – nell’arco di tre anni (cinque mesi di navigazione l’anno). Di grandi difficoltà quindi ne ho avute diverse. Non so dire quale sia stata la più impegnativa. Potrei ricordarne una a caso. Per esempio, quella in cui ho attraversato lo Ionio, dalla Grecia all’Italia l’anno scorso con una burrasca forte. Avevo entrambi i piloti automatici rotti e sono dovuto stare al timone per dodici ore, senza poter fare pipì, senza poter mangiare, perché non potevo lasciare il timone neanche un attimo. Con quel vento e quel mare la barca era talmente inclinata da stare quasi in verticale.

Solo, dicevi. Non hai una compagna? E i tuoi come hanno preso questa tua decisione?

Sono solo. E non ho neanche più una famiglia. Ma ho tanti amici meravigliosi. Mia madre ha ‘mollato gli ormeggi’ ormai da più di dieci anni. A quel tempo l’idea di vivere in barca penso non mi avesse neanche sfiorato. Mio padre, invece, prima di morire seguiva con entusiasmo il mio progetto. Mi sarebbe piaciuto molto farlo salire sulla barca almeno una volta.

Non temi la solitudine?

Ho imparato a navigare nel mare della solitudine, godendo delle bonacce, pur sapendo che ci saranno sempre delle burrasche.

Quali sono i momenti più belli?

Non saprei quali tra i tanti. Approdare su un’ isola che non conosco. E poi mollare gli ormeggi per tornare a navigare. Incontrare nuova gente. Tuffarmi in una baia dall’acqua cristallina, nuotare fino a terra e passeggiare su una spiaggia deserta. Cambiare città dall’oggi al domani, senza averlo premeditato. Affrontare una burrasca ed entrare poi sano e salvo in porto, sotto lo sguardo di ammirazione dei marinai, e rendermi allora conto di quel che sono riuscito a fare. Tornare dagli amici dopo tanti mesi. Stare al timone da solo, ascoltando il suono del vento, quello che genera gonfiando le vele, il suono delle onde che si frangono e quello dello scafo che le solca. E rievoco quei momenti quando compongo.

Rimani fermo in un posto per tanto tempo?

Rimango in un posto finché c’è qualcosa da scoprire o delle persone interessanti da conoscere. Poi via verso una nuova isola.  A parte la prima rotta, della quale racconto nel libro, da Roma a Istanbul in solitario, non faccio mai programmi precisi. Vado dove mi porta il vento. Dopo maggio farò rotta per Atene, dove mi fermerò qualche giorno per organizzare l’uscita del mio libro tradotto in greco. Poi chissà.

Da dove nasce un bisogno forte di libertà e solitudine?

Il bisogno di solitudine è necessario. Per tutti. Per crescere. E per apprezzare meglio proprio la compagnia. Quello di libertà penso sia innato in tutti, in tutti quelli che osservano volare i gabbiani. Tuttavia penso di poter esser in grado di sacrificare libertà e solitudine qualora dovessi trovare il grande amore. Quello che ho sempre sognato, ma non è mai arrivato.

Ti senti un tipo tosto?

Che sono un tipo tosto ogni tanto me lo dicono. Forse una parte di me lo è. Non lo è quella che si impressiona per un taglio, soprattutto su mani e braccia, che per la mia professione sono importantissime. Ma lo è quella che le usa senza risparmiarsi in mezzo a una burrasca. O quella che ha assistito entrambi i genitori fino all’ultimo respiro. Ma penso che i veri tipi tosti siano quelli che sanno soffrire in silenzio e se li guardi negli occhi hanno sempre il sole dentro, come alcuni invalidi che ho conosciuto. Il coraggio con cui affrontano la realtà quotidiana fatta di mille ostacoli, la volontà di superare le loro limitazioni: loro sono quelli che davvero navigano in mezzo alle burrasche, quelle della vita.

Cosa consiglieresti a chi sta leggendo la tua storia?

Alleggerirsi della zavorra, ridurre i condizionamenti. Se si vuole riempire la vita bisogna prima svuotarla. Bisogna svuotare le tasche dei sassolini per riuscire a fare un salto.

La nostra esistenza è sciupata in dettagli che l’appesantiscono: diventiamo schiavi e non più padroni delle cose e delle case. Esse assorbono gran parte delle energie, del tempo, dei soldi guadagnati lavorando tutto il giorno, quasi tutti i giorni dell’anno, per la maggior parte della vita, a volte tutta.  L’uomo è diventato strumento dei suoi strumenti.

Intanto il 4 giungo alle 18,30 Roberto sarà al Club Nautico della Vela al Borgo Marinari a Napoli per la presentazione del libro. Suonerà anche qualche brano. Ci saranno l’attore Luca di Tommaso e la cantante di Spakkanapoli Monica Pinto.

                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                               Cinzia Ficco

                             

Roberto Soldatini, dal 1984 insegna violoncello al Conservatorio di Musica. Nel 1989 è stato scelto da Giuseppe Patanè come suo assistente, e successivamente da Myung-Whun Chung all’Opéra di Parigi. Come direttore, ha guidato le orchestre di alcune delle maggiori istituzioni europee e americane. Ha composto ed eseguito quattro opere: Come le maree, Manfred, Pulcinellade, La favola dell’amore.

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