in ,

"Lotto perché l'Aquila torni il giardino fiorito di un tempo"

Avrebbe potuto abbandonare il capoluogo abruzzese dopo il terremoto. E, invece, no. All’Aquila, Giuseppe Tandoi, coratino dell’82, ha deciso di rimanere. Di quella città, in cui vive da undici anni e che ricorda tanti centri della sua Puglia, è innamorato. Certo, non è stato facile recuperare un minimo di normalità e tornare alla vita precedente il sisma del 6 aprile del 2009. Ma Giuseppe è un tipo tosto e non getta la spugna. Il terremoto lo ha costretto a rimodulare il suo lavoro. Le sue amicizie. In compenso gli ha fatto scoprire l’umanità e la disponibilità  degli aquilani. Con loro Giuseppe ha imparato a sperare. “Sono sicuro – dice – un giorno questa città tornerà ad essere il giardino fiorito di un tempo”.

Perché vive da undici anni nel capoluogo abruzzese?

Mi trovo all’Aquila per inseguire il mio sogno: diventare regista. Quando a 19 anni cercavo una scuola di cinema, fui attratto dall’Accademia dell’Immagine e decisi di provare l’esame di ammissione. Fui ammesso e da quel giorno mi trasferii in città. Ero ancora al terzo anno quando decisi di trapiantarmi definitivamente all’Aquila. Fui conquistato dalla bellezza di questa città e, soprattutto, dalla sua storia e dalla sua ricchezza spirituale e culturale.

Come sono gli aquilani?

 E’ difficile rispondere a questa domanda, perché naturalmente ogni persona è diversa e si relaziona in modo differente. Posso, però, raccontare la mia esperienza. Ho trovato sempre una grande gentilezza e una grande affabilità all’ Aquila. Col tempo ho stretto amicizie importanti, ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere persone dal cuore immenso e dalla straordinaria simpatia, dalla forte tempra, capaci di una grande dedizione al lavoro. E’ questo che mi ha conquistato e ha sostenuto la mia crescita personale.

 Di cosa si occupa?

 Sono essenzialmente un film maker. Prima del terremoto ero un libero professionista che produceva spot, corti, video per concerti e spettacoli a livello locale. Dopo il terremoto ho aperto una società di produzione cinematografica, l’Esprit Film, e ho proseguito con la mia attività, realizzando il mio primo film per il cinema, “La città invisibile”, presto distribuito in dvd. Organizzo corsi di cinema per ragazzi.

Cosa ricorda del sisma di tre anni fa?

I ricordi sono tanti e sempre vivi, indelebili. Fanno meno male adesso anche se il segno rimarrà per sempre. Sono stato fortunato, sia perché sono ancora vivo, sia perché non ho vissuto l’orrore delle zone, dove i crolli hanno portato via la vita.  Ricordo una cosa: era da una settimana che non si parlava d’altro. Cioè di una forte scossa che stava arrivando, ma eravamo stati tranquillizzati e, io, personalmente, non mi ero preparato in alcun modo. Prima di addormentarmi ci fu una scossa molto forte alle 23. Sentii per telefono una mia amica per capire come stesse. Non ci dicemmo nulla di importante, ma provai una sensazione strana.

In che senso?

Era come se quella dovesse essere l’ultima nostra telefonata. Quando il letto incominciò a tremare, il primo pensiero non fu di paura, ma di stupore nei confronti del terremoto. Allora sei reale, pensai, è vero che stavi giungendo.  Poi la fuga da casa con i vicini e la lunghissima attesa con gli amici più cari davanti alla Basilica di Collemaggio, tutti confusi e increduli. Sempre più angosciati man mano che arrivavano notizie di crolli e vittime. E intanto la terra tremava ogni cinque minuti. Dopo quella notte è effettivamente iniziata un’altra vita.

Come ha reagito la città?

E’ difficilissimo rispondere a questa domanda, perché ci sono state migliaia di reazioni diverse, una per ogni abitante. In quei primi giorni eravamo tutti ovviamente sconvolti, increduli, addolorati, vicini l’un l’altro. Bisognosi di incontrarci e raccontare ciascuno il proprio incredibile vissuto. Il resto è troppo difficile da abbracciare con un unico sguardo.

Ora come si vive?

La vita di adesso è, purtroppo, caratterizzata dalla disgregazione sociale e dai centri commerciali, dal traffico eccessivo, dalla carenza dei servizi e dall’affossamento delle realtà culturali locali.

Da chi gli aquilani sono rimasti delusi? Si sarebbe potuto fare di più per loro?

Non si è fatta alcuna prevenzione per il terremoto e questa è stata la mancanza più grave da parte delle istituzioni prima del terremoto. Adesso, dopo tre anni, la ricostruzione pesante del centro è ancora ferma e la città ha enormi difficoltà sotto ogni punto di vista. Queste sono le nostre ferite più grandi.

Tempo fa si è annunciata l’istituzione di una zona franca. Ma non si è fatto niente. Voi continuate a pagare le tasse. Nessun atto di disobbedienza civile per scuotere uno Stato latitante? In ogni caso, quanto pensa servirà per tornare a vedere l’Aquila palpitante come un tempo?

A queste domande posso risponderle solo con la mia sana follia, quella follia che mi ha spinto a diventare regista, evitare strade facili, inseguire un sogno e a volerlo realizzare, stando all’Aquila. Io credo molto in questa città e nel suo valore. Credo davvero che la città abbia dei doni da offrire e  non solo a chi la vive ogni giorno. Penso che questo sia il cuore sempre vivo e palpitante dell’Aquila. Al suo ritmo cerco di far battere il mio, anche se non sempre è facile. Ho una grande fiducia, una vera fede, nella rinascita della città, ma so che dipenderà dagli aquilani che dovranno imporsi sulla classe dirigente. La politica aquilana purtroppo rispecchia fedelmente quella nazionale.  Ed è un vero dolore vedere la città concepita e trattata solo come un osso da rosicchiare. Ci vorrà forse ancora del tempo, ci sono muri che devono ancora crollare e non sono quelli delle nostre case.

Nel frattempo?

Cerco di dare il mio contributo alla vita di tutti i giorni. Perché la presenza e l’attività, a prescindere dall’apprezzamento che si riceve, è sempre uno stimolo importante per andare avanti. Ho deciso di integrarmi sempre più in questa comunità e di sostenerla. Ho fondato la mia società e lavoro all’Aquila, girando spot e video per le aziende locali. Ho aperto un piccolo ufficio e organizzo laboratori di cinema, teatro e fotografia per formare giovani e adulti, contribuendo a far evolvere l’arte e la cultura della città. Sto inoltre preparando due lavori cinematografici, che raccontino questo territorio, un documentario, di cui è ancora presto parlare, e un cortometraggio che lega, in realtà, l’Abruzzo  e la Puglia.

Cosa hanno in comune le due regioni?

Non ho mai dimenticato la mia terra d’origine e spesso ho la fortuna di lavorare anche lì. Puglia e Abruzzo sono sempre state connesse in passato, grazie alla transumanza, che le ha sempre rese regioni sorelle, indispensabili l’una all’altra. Oltre agli ovini, le due regioni si scambiavano anche le idee, i valori e i santi. Il mio prossimo cortometraggio “Giusta”, parlerà di una giovane fanciulla pugliese, Santa Giusta, che abbandonò Siponto, l’odierna Manfredonia, con la sua famiglia per diffondere il messaggio cristiano in Abruzzo e, soprattutto, nella conca aquilana.

Cosa fece?

Qui operò diversi miracoli e venne martirizzata. Il suo esempio fu di ispirazione alla gente locale e tante chiese furono dedicate a lei ed ai suoi parenti. Uno degli antichi quarti dell’Aquila è dedicato proprio a lei e nella cripta di una delle sue chiese, i “villani”, nel medioevo, si allearono segretamente contro i baroni per l’edificazione della città dell’Aquila. Sono rimasto colpito dalla sua storia ed ho deciso di romanzarla in un film. Recuperare le nostre radici, i valori che hanno forgiato le nostre comunità può contribuire a ravvivare la nostra identità.

Lei dice: “Vivere all’Aquila non è semplice”. Ci spiega perchè? 

 Sì, perché spesso le istituzioni sono latitanti, ma non mi arrendo, continuo a rimanere, bussare, cercare aiuto. Alla fine l’aiuto arriva e si riesce ad andare avanti. So che prima o poi le cose miglioreranno. Cerco di avere una fede incrollabile. Da piccolo credevo, come tutti, che la Realtà e il Sogno fossero due dimensioni distinte e per lo più inconciliabili. Che fossimo destinati a vivere in una realtà sempre dolorosa e fallimentare. Oggi scopro con meraviglia che la Realtà non è così reale come sembra. Che è il frutto delle azioni e quindi dei desideri di noi uomini.  E’ allora un prodotto dei nostri sogni anche se, molto spesso, dei nostri incubi. Oggi ho voglia di sognare con più coraggio e agire guidato dall’ottimismo. Sono stanco del nichilismo facile, arrogante e sempre di moda. E’ vero, i nostri “campi” sono pieni d’erbaccia,  ma perché concentrarsi sempre e soltanto su di essa?  Possiamo sradicarla, maledirla, ma continuerà a rinascere. Forse è tempo di iniziare a piantare alberi e fiori e dar loro attenzione e nutrimento. Presto le erbacce si troveranno soffocate, senza più nessuno che le alimenti e, un giorno, il nostro giardino fiorirà.

                                                                                                                           Cinzia Ficco

     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Commenti

0 commenti

What do you think?

Written by Cinzia Ficco

I Renzini, tosti da meritare un annullo postale!

Rosalba: “A quarantuno anni sono finalmente… Arrivata”