Maria Andaloro ha realizzato questa intervista con una tipa davvero tosta, Letizia Battaglia, che merita di essere letta. Vorrei proporvela.
La incontro a casa sua, sono emozionata perché rappresenta chi non si ferma, non si ritira, non cede. E soprattutto rappresenta, in un mondo pieno di gente che gode di immeritata popolarità, chi non ostenta la sua straordinaria capacità di fermare attimi di essenza di vita e di morte. La esprime attraverso il suo lavoro di fotografa. È stata la prima donna europea a ricevere, nel 1985, ex aequo con l’americana Donna Ferrato, il premio Eugene Smith, a New York. Un riconoscimento internazionale per ricordare il fotografo di Life. Ultimo premio internazionale ricevuto, l’Infinity Award Cornell Capa, nel 2009.
La seguo da anni e sentire qualche mese fa in un Tg che, dopo anni di impegno, la sua terra si accorge di lei e le dà un riconoscimento, mi ha fatto sentire in debito e quello che potevo fare era cercarla e dirglielo, e poterla raccontare.
Mi dice che fa la nonna, i suoi occhi sono quelli di una donna coraggiosa, forte, delusa, arrabbiata, combattiva, orgogliosa che attraverso le sue foto ci mostra da anni. In questo momento difficile dal punto di vista sociale, confuso dal punto di vista politico, debole dal punto di vista culturale, Letizia Battaglia rappresenta un punto di riferimento storico, mi dice che è del ’35, ha 77 anni.
E sorride, mi rassicura. Pippo, il suo cane, si mette accanto a me e io le do del tu.
Letizia sei una donna, una fotografa, una politica, sei editrice e giornalista. In Sicilia comunicare, relazionarsi, quanto è difficile?
Dipende da tanti fattori. Sono stata una ragazza generosa e poi una donna che amava la libertà per sé e per gli altri. È stato complicatissimo sul piano personale e privato. La gente di questa terra è spesso imprevedibile. Incapace di giudizi obiettivi, si lascia influenzare da pregiudizi. Come fotografa, il mio percorso non è stato privo di fascino, la comunicazione è avvenuta per strade non battute in precedenza. Passo dopo passo, lungo tanti anni di impegno e fatica, ho occupato un piccolo spazio di credibilità. Negli ultimi tempi però sono io che mi nego alla comunicazione, sono piuttosto delusa dal comportamento politico, dalla mancanza di autonomia dei miei conterranei. Avevo dieci anni e volevo un mondo migliore, ne ho 77 e voglio ancora questo. Ma a lottare si deve essere in tanti.
Questo numero si occupa molto di donne, donne forti, donne simbolo, donne dimenticate come Franca Viola, che reagisce a uno stupro alla fine degli anni 60 quando tutto era omertà, sottomissione, silenzio. Tu hai fotografato la morte, il dolore, la violenza e sentito l’odore della mafia. Ma cos’è la mafia, il ruolo delle donne in questo fenomeno quanto è importante?
Ritenevo che una donna, per sua natura, non potesse identificarsi con la cultura mafiosa. Pensavo che la subissero, che ne fossero vittime per amore, per parentela, per paura. In questi ultimi anni ho dovuto ricredermi da tanta ingenuità. Ed è stato un colpo forte perché da sempre avevo avuto necessità di credere che le donne non avrebbero mai lavorato per la guerra, per l’ingiustizia, per la prepotenza. Invece non è così. Resoconti di polizia e di cronaca ci riferiscono che dentro la mafia le donne possono avere un ruolo significativo non diverso da quello degli uomini, altrettanto speculativo e crudele. E anche all’interno della società cosiddetta civile il sentimento antimafioso che caratterizzò in particolare le donne, subito dopo le stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte,e si espresse in modo forte e sincero, da qualche anno si è affievolito.
Mentre mi dici che fai la nonna, scopro che stai lavorando ad un nuovo libro. Ci vuoi anticipare qualcosa?
Nonostante tutto, non posso – anche in questi anni in cui sono fortemente delusa – non fare riferimento, e con prepotenza, al mio sentire che la donna è una speranza per un mondo diverso, essenzialmente più giusto. Lavoro da 21 anni per una rivista realizzata e pensata da donne, Mezzocielo, coordinata dalla mia più cara amica, Simona Mafai, così come continuo a dare un ruolo essenziale alle donne nelle mie immagini. Le foto del nuovo libro sono state realizzate in questi ultimi cinque anni. Non sono foto di reportage, ma il reportage di tutti gli anni in cui l’ho fatto, è parte determinante delle nuove. Uso le vecchie foto di cronaca nera in grandi dimensioni come fondali, solamente come fondali, per creare una nuova scena in cui in primo piano ci sia qualcosa di vitale, una donna, una bambina, una ragazza. Ho bisogno di mettere in scena un sentimento forte di pena, di disgusto o di rabbia. Marta, la figlia di Patrizia, è la mia piccola musa. Lei capisce subito quello che voglio rappresentare e con un gesto di amore, prestandomi se stessa, mi restituisce un momento di speranza.
La Sicilia, diventerà bellissima?
Diventerà bellissima solo se i siciliani e le siciliane lo vorranno. Finalmente.
Maria Andaloro
http://www.magmagazine.it/2012/02/09/letizia-battaglia-bisogna-lottare-per-un-mondo-migliore/


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