“Non saremo mai la provincia più ricca d’Italia, né vogliamo diventarlo. Ma abbiamo qualcosa da dire sulla qualità della vita e sul benessere delle persone”.
A dirlo è Matteo Ricci, nato a Pesaro nel ’74, ragioniere, una laurea in Scienze Politiche, Presidente da tre anni della Provincia di Pesaro, che ha ideato un Festival molto particolare: quello della felicità, giunto, quest’anno alla seconda edizione.http://www.festivaldellafelicita.it/
Ad ispirarlo è stato un discorso di Bob Kennedy.
Dunque, Presidente, come è nata l’idea?
Ragionando con i cittadini. Tutto è partito circa tre anni fa, all’inizio del mio mandato in Provincia.
Ci dà qualche numero sulle persone che coinvolge e sulle ricadute in termini occupazionali ed economici della kermesse?
Nella scorsa edizione, sono intervenuti: 21 professori e docenti universitari, 32 giornalisti, 21 scrittori, 28 politici e amministratori (tra cui 2 ministri, il presidente della Camera e il presidente nazionale di Sel). Ci sono stati 7 eventi speciali, 15 convegni nel cartellone principale, 4 concerti e spettacoli nel cartellone principale, 12 presentazioni di libri, 12 mostre, 82 manifestazioni collaterali.
Avete tanti sponsor per l’edizione di quest’anno, in programma per il 25 maggio?
L’organizzazione pubblica è decisamente sobria.La Provincia, come per lo scorso anno, investe solo 20mila euro. L’equivalente di tante iniziative locali. Il resto viene dalla forte collaborazione istituzionale, dai privati, dalle imprese che ci credono, con la Banca dell’Adriatico ancora nostro main sponsor in questa edizione.
E’ stato difficile organizzarlo l’anno scorso?
La sfida che abbiamo lanciato è complessa, rischiosa se vogliamo, tanto più in questo momento di rabbia e depressione. Ma i cittadini sanno che siamo alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo per oltrepassare la crisi, capace di interpretare al meglio le necessità del presente e del futuro per il territorio. Abbiamo spiegato ai cittadini che stiamo utilizzando un linguaggio nuovo, diverso. Anche perché la classe dirigente deve cambiare espressioni. E ragionare sul diritto alla ricerca della felicità è un modo per rimettere al centro il bene comune e ridare dignità alla politica.
Quanto è stato seguito l’anno scorso il Festival? E quanto è pesato sulle tasche dei cittadini?
Lo scorso anno, il Festival ha avuto grandi riscontri. Sia in termini di pubblico, che di visibilità per il nostro territorio.La Provincia di Pesaro e Urbino investe solo 20mila euro, il resto viene dalla sinergia istituzionale e dai privati. Come si potrà immaginare, tuttavia, il ritorno è decisamente superiore.
Chi l’ha sempre appoggiata in questo progetto?
Oltre agli altri partner, l’Istat nazionale, con il quale si è instaurato fin da subito un rapporto di stima, specialmente con il presidente Enrico Giovannini.
Era un suo vecchio sogno? Ci pensava da tempo? Perché?
Perché è innegabile che la grande percentuale di ciò che fa felice una persona appartiene alla sfera privata: salute, affetti, relazioni, spiritualità. Ma interrogarsi su quella parte di scelte pubbliche che possono incidere sulla sfera privata può e deve caratterizzare la politica, nobilitando la sua missione.
Chi l’ha ispirata? Ci sono Festival simili in Italia? All’estero?
Il dibattito è internazionale e noi l’abbiamo portato in Italia. Nella provincia di Pesaro e Urbino ha trovato la sua collocazione ideale. L’ispirazione sta nel famoso discorso di Bob Kennedy del 1968 all’università del Kansas. Disse, in sintesi, che il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Cosa offre il Festival a chi partecipa?
Decine di eventi con figure di primo piano del mondo della politica, dell’economia, della cultura. Quest’anno interverranno scrittori, giornalisti, filosofi, intellettuali. In più, ci sarà anche un’anima pop, con personaggi della televisione e dello spettacolo. Tutti si confronteranno sull’idea di felicità, legando sfera pubblica e dimensione privata. Ogni visitatore darà il suo prezioso contributo alla manifestazione.
Altre novità nel programma di quest’anno?
Tra gli altri, ci saranno i ministri Corrado Passera e Fabrizio Barca, il commissario europeo alla Salute John Dalli, l’economista francese Jean-Paul Fitoussi. Ma anche Oscar Giannino, Oliviero Toscani, Vito Mancuso, Giorgio Giorello e tanti altri.
Chi vorrebbe in futuro come ospite?
Jovanotti e Michelle Obama
Quale l’ospite, la frase, l’intervento sulla felicità che l’ha impressionata di più sino ad ora?
Kathleen Kennedy, figlia del senatore Bob Kennedy, per quello che rappresenta nel legame ideale con questo Festival.
Quale idea di felicità viene fuori e dovrebbe venire fuori dal Festival?
La ricerca alla felicità è un diritto, l’abbiamo dimenticato per troppo tempo. La crisi dimostra che per 30 anni abbiamo sposato un modello effimero. Incentrato sul successo, sui soldi facili, sull’apparire, sul disimpegno. Ora quel ciclo culturale ed economico si è chiuso, abbiamo visto come è andata a finire. Si apre un altro capitolo ed è per questo che interrogarsi, oggi sul tema, significa rimettere in fila i valori che contano. A partire dal lavoro, dalla giustizia e dal bene comune.
Cos’è per lei la felicità? Si può realizzare in questa vita? E lei è felice?
Sono felice se anche gli altri intorno a me lo sono. Questa, in breve, è la mia idea di felicità.
Mi fa l’esempio di una persona felice?
E’ felice una persona in grado di ascoltare la felicità degli altri.
Secondo lei oggi è più difficile esserlo? Perchè?
E’ difficile perché veniamo da decenni in cui c’è stato un modello sbagliato, che si è rivelato fallimentare alla luce dei fatti.
Cosa serve per tornare ad essere felici?
Prima di tutto rimettere al centro il bene comune. A livello politico, direi scelte che vadano verso il lavoro e la redistribuzione della ricchezza.
Il filosofo, lo scrittore, il pittore, lo scultore o il regista che meglio di tutti ha rappresentato la felicità?
Direi Bob Kennedy per il suo celebre discorso all’università del Kansas. E’ stato un precursore, in tutti i sensi, anche per molti artisti.
I cittadini di Pesaro e Urbino sono felici come quelli del Buthan? Ma quelli del Buthan lo sono davvero?
Sono felici perché c’è una buona qualità della vita. Le scelte pubbliche possono contribuire a migliorare ancora il benessere delle persone: su questo vogliamo confrontarci e discutere. In Buthan? Anche la dimensione spirituale, come detto sopra, ha la sua valenza. Insieme alla cultura e alla conservazione dell’ambiente fisico. E’ un Paese che sulla massimizzazione della felicità interna lorda ha incentrato le sue politiche.
Pensa che la ricetta della vera felicità sia tutta concentrata nei libri di Serge Latouche ed altri suoi discepoli?
Penso che in generale sia giusto interrogarsi sulla qualità della crescita e non sulla decrescita. Perché altrimenti non ci sono occupazione e redistribuzione della ricchezza.
Di qui a cinque, sei anni cosa vorrebbe fare di questo Festival? Ha qualche idea?
Spero che cresca ulteriormente e che diventi, a livello o internazionale, l’evento principale del settore.
A cosa può servire un Festival così e a chi dovrebbe essere destinato?
Serve a edificare un nuovo modello di sviluppo, a indicare una strada dopo la crisi. E’ destinato alle nuove generazioni: i giovani sono i protagonisti del domani.
Cinzia Ficco
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