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Marco Ferrigo e la Matematica con le bolle di sapone

E’ riuscito in tre minuti a convincere una giuria, presieduta dall’astronauta Paolo Nespoli, sui risultati della sua ricerca, aggiudicandosi il primo posto nella classifica degli scienziati comunicatori, al Famelab di Perugia, di qualche giorno fa.   Per questo sarà lui a rappresentare l’Italia al Cheltenham Science Festival  in programma a giugno prossimo in Gran Bretagna. 

Marco Ferrigo, nato a Biella ventiquattro anni fa, studente di Matematica all’Università di Pisa, l’ha spuntata su tredici concorrenti nella sfida tenutasi sabato scorso nel capoluogo umbro, parlando di matematica del pavimento.

Se l’ascolti in effetti rimani affascinato dalla passione che ha per questa disciplina, che sembra contenere in sé verità e bellezza. 

 “Mi è sempre piaciuto leggere, studiare, imparare e giocare – dice Marco –  Da giovane ho praticato sport, giocato a scacchi ad un buon livello. Alle medie ho iniziato a fare qualche gara di giochi matematici: non ho mai ottenuto risultati di particolare rilievo, ma mi divertivo molto. Tutto questo mi dice che la passione per la Matematica è sempre stata parte di me”.

Cosa ti affascina di più di questa disciplina?

Mi affascina la completa versatilità del sapere matematico. Influenza, in modo secondo me positivo, il modo di pensare e discutere. Aiuta ad affrontare i problemi di tutti i giorni in modo razionale, creativo, organizzato e senza ansia. Inoltre, in un modo unico, la matematica ti insegna a sbagliare, accettare, capire e correggere i tuoi errori, a capire il punto di vista degli altri e ad integrarlo con il tuo. Mi piace pensare che ogni discussione, ogni litigio e ogni esperienza abbia concorso al formarsi delle mie capacità matematiche.

Come ti sei avvicinato ai numeri?

Ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti e ottimi compagni di studio durante tutto il mio percorso. E due genitori che hanno sempre assecondato le mie passioni, senza mai farmi sentire sotto pressione. Quando sono arrivate vittorie e soddisfazioni sono stati alle mie spalle a gioire in silenzio, nei momenti di sconfitte o delusioni sono stati al mio fianco a sorreggermi.
 

Talenti della matematica si nasce o si diventa?

Come in ogni cosa, un misto delle due. Io non sarei mai stato in grado di correre i 100 metri in meno di 10 secondi. D’altra parte Bolt non sarebbe il fenomeno che è senza dedizione ed allenamento.

Hai battuto tredici talenti a Perugia. Come  sei riuscito a superare la sfida?

Non è stata una sfida, ma prima di tutto un evento di divulgazione: il nostro obbiettivo era comunicare al pubblico contenuti profondi in modo semplice ed interessante, e trasmettere la nostra passione per la scienza. In questo senso, siamo stati tutti grandiosi, e ci siamo comportati come una squadra. Poi c’era la giuria, che decretava le loro performance preferite. Io sono stato premiato poiché particolarmente chiaro, carismatico e genuino. Ma non eravamo a Masterchef.

E’ stato faticoso?

La fatica è stata poca, perché stavo facendo ciò che più mi piace, con altri ragazzi che hanno la mia passione. C’era ovviamente tensione, stare su un palco con un centinaio di persone di fronte non è semplice, con il limite dei tre minuti a mettere ancora più ansia. Credo che la difficoltà più grande sia stata rappresentata proprio dal limite di tempo. Ma la cosa mi rende orgoglioso. Sono fiero di aver dato lustro alla matematica, campo del sapere storicamente malvisto dal grande pubblico in Italia, ma che sta cominciando a farsi apprezzare per ciò che è. Spero che questi anni di fermento siano l’inizio di una nuova era da questo punto di vista, e di poter contribuire in modo determinante.

Chi ti ha aiutato in questa prova?

Prima di tutto i ragazzi di MaDE@DM (http://blog.phc.unipi.it/madeatdm/), associazione di studenti di matematica pisani di cui faccio parte da tre anni, con i quali mi occupo di divulgazione della matematica. Alcune delle idee fondamentali che ho espresso nei miei interventi sono maturate in anni di esperienza e discussione con loro.

Mi descrivi in breve in cosa è consistita la prova?

Hai esattamente tre minuti per raccontare un argomento scientifico ad un pubblico generico, ovvero senza conoscenze specifiche. Puoi utilizzare oggetti di uso comune – io ho usato delle bolle di sapone in una prova – ma niente di scientifico. Non puoi portare un telescopio, ad esempio.

Tra poche settimane rappresenterai l’Italia in Gran Bretagna. Cosa ti aspetti?

Le modalità saranno identiche, questa volta con la difficoltà aggiuntiva dell’inglese. Sebbene il mio livello sia tutto sommato buono, la lingua un po’ mi preoccupa: i miei modi di esprimermi, i temi, i gesti, le scelte lessicali sono una parte fondamentale della mia comunicazione. Inoltre non sono bravo a recitare, direi piuttosto che sono un improvvisatore. Farlo in una lingua che non padroneggio al 100% è davvero difficile.
Spero che vengano con me alcuni degli amici che hanno vissuto l’avventura di Perugia, oltre ad altri amici vari: il Cheltenham Science Festival è un evento grandioso, a cui vale la pena di partecipare anche senza FameLab.

Quali sono i progetti di qui ad una decina d’anni? 

Difficile dirlo. Sono sicuro di voler continuare a occuparmi di divulgazione della matematica e della scienza. Il mio sogno sarebbe farlo a tempo pieno, tra qualche anno. Nel frattempo, però, sarei felice di provare altre esperienze lavorative: a settembre mi laureerò, e sto tenendo colloqui per capire cosa mi può piacere, cosa mi piacerebbe imparare lavorando.

Ti senti un tipo tosto?

Non saprei. Penso che combattere per cambiare la visione della matematica in Italia, a partire da come viene insegnata e percepita nelle scuole sia una sfida estremamente tosta. Basta la volontà di sconfiggere il drago per essere un tipo tosto? O lo si è quando si troneggia sul suo cadavere?

Proviamo a sbriciolare qualche falsa credenza sulla matematica?

Molti credono che la matematica esistente sia esattamente quella che viene fatta alle superiori, e che quindi all’Università approfondiamo ciò che già sappiamo, in analogia con la storia ad esempio, anche se nemmeno in questo campo è poi vero. In realtà alle superiori si fa matematica che si muove più o meno tra il 1200 e il 1700, con accenni agli antichi greci. Credere che quella sia tutta la matematica esistente è un po’ come credere che dopo la rivoluzione industriale non sia accaduto sostanzialmente nulla.

In sintesi a cosa serve la matematica? Può essere utile a trovare un lavoro?

Bisogna distinguere vari aspetti. Gli argomenti matematici, come il calcolo differenziale, l’algebra, la geometria, la probabilità e la statistica sono utili in senso tecnico: servono a ingegneri, informatici, biologi, scienziati sociali, economisti per affrontare i loro problemi e far progredire il sapere umano. Si parla quindi di utilità sociale, attraverso la formazione di tecnici. D’altra parte, non tutti saremo dei tecnici. A che serve al cittadino la matematica? Se affrontata in modo costruttivo, sia da chi insegna che da chi impara, la matematica può aiutare a sviluppare un senso critico e razionale nell’affrontare le situazioni di tutti i giorni, dallo scegliere il parcheggio, al fare la lista della spesa, al disporre file e cartelle nel proprio computer. Ma anche, ad esempio, a valutare in modo critico la fondatezza di un’informazione, di un programma elettorale, o a pianificare le proprie vacanze, spendendo poco. In questo senso si parla di utilità individuale della matematica. Per gli sbocchi lavorativi specifici, faccio riferimenti a questa ricerca, che inizia ad essere un po’ datata, ma resterà sempre interessante: http://mestieri.dima.unige.it/

                                                                                                                                                                                                  Cinzia Ficco

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