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“Contro la nostra Solitudine apriamoci al mistero. Non chiediamo alla scienza il senso della nostra vita”. Parla Mattia Ferraresi

Di solitudine si muore”: ci avverte il giornalista de Il Foglio, Mattia Ferraresi (Modena, ’84). E non è detto che, passata l’emergenza sanitaria, sentiremo la necessità di relazioni più intense o proveremo a farci autentica comunità. E questo perché la nostra solitudine non è contingente, non deriva dalla reclusione imposta per debellare il Covid19, ma è lo stato esistenziale dell’uomo contemporaneo, l’esito di una idea precisa, quella – scrive nel suo libro, pubblicato di recente da Einaudi, dal titolo Solitudine dell’individualismo, inteso come autodeterminazione e autocompimento della persona”

L’allentamento dei legami sociali, per l’autore, è una scelta ideologica, “ed è uno dei cardini della modernità. Nel divincolarsi dalle autorità, dalle gerarchie e dalle costruzioni tradizionali che lo opprimevano, l’uomo moderno si è ritrovato solo. Ha abbracciato un’antropologia solitaria e su quella ha immaginato di dare vita a un mondo nuovo, salvo scoprirsi poi amareggiato e deluso dalla sua creazione. Ha perseguito un ideale di liberazione che oggi si ripresenta come una prigionia”, che può portare anche alla morte. 

Una esagerazione? No, se si leggono le pagine dedicate da Ferraresi alle connessioni – fondate scientificamente – tra isolamento e obesità o malattie mentali o se si pensa che, per esempio, in Gran Bretagna, per correre ai ripari, è stato istituito un Ministero per la Solitudine. Il fenomeno dell’hikikomoro giapponese, poi, si sta diffondendo a ritmi veloci in altri Paesi, tra cui l’Italia. 

Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia, – ci fa sapere il giornalista – da anni raccoglie dati e anima pubblicazioni per sensibilizzare il pubblico sul crescente problema dell’isolamento volontario dei giovani. Secondo alcune sue ricerche, in Italia ci sono circa centomila ragazzi che non escono di casa. Sono per la stragrande maggioranza maschi, vengono dalle regioni più agiate del Nord, hanno un’età media di vent’anni, anche se spesso i primi sintomi del fenomeno si riscontrano in età precoce, e la patologia sociale ha una incidenza maggiore tra i figli di coppe divorziate. Che un Paese come l’Italia sia terreno fertile per la disgregazione sociale sembra contraddire il luogo comune della nazione ridanciana e familista, quella dove i rapporti  di sangue compensano le reti incerte del welfare state, il paese dei bamboccioni e delle feste patronali, del pranzo della domenica e del calcetto del giovedì, della solidarietà paesana e dell’ideale dell’ostrica, del tengo famiglia, scritto sul tricolore, degli anni in motorino sempre in due”. 

Ma di preciso cosa si intende per solitudine? Scorrendo le pagine del libro, si scopre che con questo termine l’autore intende soprattutto la perdita di senso. Chi è solo ha smarrito il significato della propria esistenza. E una società di uomini soli è una realtà con più divorzi, sradicata perché rinnega il passato, senza eredi, con un rapporto distorto con il futuro. Ma soprattutto è una società in cui si è prodotto un cortocircuito. 

In che senso? “Abbiamo scelto la solitudine di cui ora ci doliamo – scrive ancora il giornalista – La solitudine è il risultato di un progetto di vita deliberatamente architettato e messo in atto. Nel compimento di quell’entusiasmante processo di liberazione, l’individuo si è infine scoperto solo.  E con una certa sorpresa ha trovato questa condizione, conquistata con tanta fatica e sacrifici, piuttosto desolante. Il paradosso è ancora più profondo: la solitudine è diventata un allarmante fenomeno di massa proprio quando abbiamo realizzato in massimo grado le nostre aspirazioni di indipendenza. Non è successo a dispetto dei progressi raggiunti in fatto di libertà e diritti individuali, ma in ragione di questi. La storia della modernità può essere definita come la storia di uno smantellamento, di un sistemico processo di demolizione”. Cosa abbiamo scassato? Tutto ciò che ostacolava il galoppo dei desideri dell’io verso la loro immediata soddisfazione. Ogni cosa è stata messa in discussione, decostruita o radicalmente riformata per fare spazio a un individuo sempre più bisognoso di affermazione”. Che ha così perso il senso di fratellanza. 

Mattia, ma perché hai scritto un libro sulla solitudine proprio in questo periodo? Nel tuo lavoro c’è una parte dedicata alla figura di Joker. Siamo messi così male? 

Non sono stato ispirato da un tipo particolare, da una figura della solitudine. La riflessione sulla solitudine è nata in me dalla continua, incessante e quasi asfissiante presenza di questo tema nel dibattito  socio-politico, soprattutto anglosassone, dove, però, il problema è sempre  presentato in termini psicologici, sociologici oppure strettamente  clinici. E’ considerato un’inclinazione diffusa oppure una malattia da  curare, con terapie o programmi sociali, coordinati da ministeri e burocrazie, che sono essi stessi il prodotto della società solitaria. L’America, che è un inno alla concezione solitaria della vita, è allo stesso tempo il Paese più allarmato da questo fenomeno e che s’impegna di più per sconfiggerlo. C’è, dunque, un paradosso: le società che più si  sono impegnate nella costruzione di un mondo individualista, egoriferito e solitario sono anche le prime che si ribellano a questa idea quando inizia per davvero a dare forma alla società. Solo che non si rendono conto che il problema è nelle premesse del ragionamento. Non basta arginare le conseguenze, facendo dei programmi ministeriali per farsi compagnia. Pensiamo anche alla battaglia contro la solitudine guidata dalla Gran Bretagna. Altro grande paradosso, visto che parliamo della culla dell’individualismo moderno e dell’ideale liberale. La patria di Francesco Bacone, Thomas Hobbes, John Locke e John Stuart Mill, che hanno dato spallate decisive per incrinare la concezione aristotelica dell’uomo come animale sociale. Pensatori che hanno messo al centro dell’individuo come atomo indipendente che cerca la propria realizzazione nel perimetro di sé stesso, liberandosi del fardello dell’altro come bene necessario.

Solitudine, dici, è un dimenticarsi di sé e degli altri. E’ uno svicolare dagli interrogativi più profondi sul significato  della nostra vita. E’ un avere desacralizzato la nostra esistenza. Per sentirci liberi e fautori del nostro destino, abbiamo  tolto attività a Dio. Ma, fai capire, è solo un  autoinganno. E’ una falsa liberazione, perché cadiamo nel conformismo. La libertà autentica è differente, non ci fa inseguire mode. Tutta colpa di Freud e Nietzsche, tanto per citarne alcuni, se ci troviamo in questa condizione?

La solitudine come stato di liberazione da ogni autorità e dipendenza, e che dà origine allo sconforto angosciante, è  un fatto moderno. Prima della modernità non esisteva. Esisteva la  sofferenza per la mancanza di rapporti umani, la noia e tutto lo spettro  di emozioni affini, ma non esisteva la solitudine come idea dell’io che si compie da sé. L’individuo era inscritto dentro un ordine, una struttura cosmica e sociale, non era l’alfa e l’omega della propria  esistenza, ma esisteva soltanto all’interno di una rete di rapporti. La modernità ha spazzato questa concezione che potremmo definire classica,  e come tutte le concezioni può essere criticata. La grande astuzia della  modernità è stata quella di presentarsi non come una nuova concezione, ma  come lo sviluppo naturale dell’umanità stessa, e pertanto chi osava  criticarla è stato spesso tacciato di essere un nemico dell’umanità. Invece, la modernità è ampiamente criticabile, ma non c’è bisogno di  rinnegarla, né di vagheggiare un riavvolgimento del nastro della storia – che soltanto i moderni scrivono con la lettera maiuscola-.

Nel sottotitolo si legge: Il male oscuro delle società occidentali. Pensi che la solitudine sia solo una caratteristica  delle società occidentali e liberali? E che, laddove non ci siano:  democrazia, mercato, ragione, individualismo, libertà, progresso, l’uomo  conosca se stesso e si senta in comunione con gli altri? Il problema  quindi diventa dover scegliere tra una società progredita, dove ci sono meno poveri e analfabeti, ma si è soli, e una in cui forse si muore di fame, ma ci si sente più uniti?

La domanda rischia di essere capziosa: fa capolino l’idea che la  costruzione di società progredite passi necessariamente dalle istituzioni tipiche della modernità occidentale liberale, mentre chi non le adotta è condannato per forza a fame e analfabetismo. A mio avviso non si tratta di un legame necessario. Questo è accaduto, in parte, in un tratto tutto sommato molto breve della storia recente, ma in altri momenti non è stato così, e perciò non leggo il mondo secondo uno schema binario in cui siamo costretti a scegliere fra alternative così radicali.

Tra il costruttore della Torre di Babele e il pastore errante di Leopardi, preferisci il secondo. Non pensi che il primo, consapevole della sofferenza umana, conoscitore del senso profondo della vita (che è alla fine un dolore dovuto alla differenza tra ciò che vogliamo e ciò che siamo e possiamo essere)- veda la costruzione di una torre come una medicina, anche se il suo progetto gli fa perdere di vista gli altri? Problematizzare è per te trovare il senso?

Il costruttore di Babele certamente pensa che il lavoro cieco e gravido di promesse della costruzione della torre sia una medicina. Il problema  è che è falso. Non è una medicina. E’ una medicina che non cura. E’ al  massimo self-help, che è proprio il problema. Se la questione drammatica è la limitatezza del mio io, come può essere il mio io ad aiutarmi a uscirne? Il lavoratore di Babele, prima della punizione divina – che non è vera punizione, ma liberazione, benché densa di sacrificio –è disperato, perché ha perso di vista la sua umanità e quella degli altri che gli stanno accanto. Ha un’unica ossessione: la torre. Il pastore di Leopardi è, invece, brama di senso. Non sa perché vive, non ha risposte chiare, ma non ha perso di vista il mondo, lo guarda e lo interroga come può, con le parole che ha, che ora sono un canto melodioso, ora un grido lacerante e pieno di rabbia. Il primo è un automa sicuro del suo progetto, il secondo è un mendicante di senso che vive e domanda. Il secondo non ha soluzioni al problema del senso della vita, ma il primo, tragicamente, è convinto di averle, quindi non cerca più niente. Certo che preferisco il pastore.

Dici che si può smettere di essere soli – anche se siamo ultraconnessi – se cominciamo a non rinnegare il concetto di autorità- distinguendolo da quello di potere – e qui invochi l’intervento dei liberali veri- e se riprendiamo a cercare Dio. Quindi la religione ci potrebbe salvare. Ma quale religione? Sentirsi parte di una comunità nazionale, sovranazionale – come l’Ue- o di un partito, non potrebbe colmare la nostra solitudine?

Con il pretesto di combattere il potere, la modernità ha smantellato l’autorità, cioè, quel complesso di certezze e punti d’appoggio esistenziali che sono veicolati dalla tradizione. L’individuo moderno è  condannato a reinventare tutto da capo ogni volta, perché diffidare di ciò che gli è stato consegnato è parte essenziale del suo essere moderno. In questo contesto leggo anche la battaglia contro l’apertura alla trascendenza. Apertura alla trascendenza o al mistero: preferisco queste categorie al termine religione, che può essere fuorviante perché uno pensa subito alla dimensione confessionale, alla religione organizzata. Quello che mi interessava esplorare è, invece, il desiderio di un tu che possa rispondere alle domande immense dell’io. Anzi, non sono immense, sono infinite, perché l’essere umano ha proprio questa strana caratteristica di essere finito, ma di desiderare infinitamente. Dunque, tutto il problema sta nell’adeguatezza della risposta. Una comunità nazionale o un partito soddisfa adeguatamente il bisogno di relazione intimo che ciascuno sente? Se fosse così, non vedo perché i luoghi in cui queste proposte comunitarie abbondano siano anche gli stessi in cui il problema della solitudine si stia ponendo in maniera più drammatica. Io credo che occorra qualcosa di qualitativamente diverso.

La ragione, la scienza, il progresso sono quelli che ci avrebbero fatto perdere il senso della vita. Eppure in questo momento ci sono vitali. Qualcuno teme  addirittura la divinizzazione della scienza. 

Non credo che la ragione e la scienza ci abbiano fatto perdere il senso: è la loro assolutizzazione che ci ha fatto credere bastassero soltanto questi. Mi pare che in questa emergenza drammatica che stiamo vivendo la scienza abbia un ruolo decisivo e positivo, e che fra mille titubanze e problemi emerga una tendenza a fidarsi degli scienziati per capire la situazione è un bene. Il problema è che a volte si chiede alla scienza anche quello che non può sapere. E’ una questione di metodo: se voglio capire come funziona un virus è ragionevole usare il metodo scientifico, ma se voglio capire se sono davvero innamorato di una persona, lo stesso metodo diventa irragionevole. A meno di non voler dire che l’innamoramento è pura questione di rilascio di endorfine, cosa che però mi pare contraria a una ragione intesa nella sua complessità. 

Nel post virus cercheremo relazioni più forti e più vere?

Non lo so  che effetto questa situazione produrrà sulla concezione che abbiamo di noi stessi. Nessuno può dirlo oggi, ma potrebbe non averne anche nessuno. A un cambiamento temporaneo delle condizioni può  tranquillamente non corrispondere un cambiamento della concezione del mondo.

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Written by Cinzia Ficco

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