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“La vernice sulla statua di Montanelli? George Floyd non c’entra. I vandali hanno colpito per ignoranza”. Parla Alberto Malvolti

“La storia della statua di Indro Montanelli? Non mi pare sia l’effetto dell’onda lunga dell’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti. Ha motivi ideologici, legati al suo modo di fare giornalismo: libero e schietto. Alla base c’è una profonda ignoranza. Certo, difetti Indro ne aveva. Uno su tutti: una certa disinvoltura, scambiata spesso per cinismo. Ma è inaccettabile dire che sia stato uno stupratore o un razzista”.

Così Alberto Malvolti (Fucecchio, ’46), dal 1998 presidente della Fondazione Montanelli Bassi, sul giornalista toscano che, a diciannove anni dalla sua morte, continua a seminare zizzania. Come, del resto, profetizzava il suo quarto nome. All’anagrafe, non era solo Indro. Era stato registrato come Alessandro, Raffaello e Schizògene, parola greca che, significa, appunto, ’generatore di separazione’.  

Presidente, Montanelli come Colombo e Churchill, o l’atto vandalico nei confronti del giornalista ha origini politiche, diciamo, autoctone?  I sentinelli e l’Arci alcuni giorni fa avevano chiesto al sindaco Sala di rimuovere la statua. Se non c’è connessione con l’omicidio di Floyd, perché l’odio è scoppiato proprio in questi giorni?

I fatti accaduti negli States sono il pretesto, o, se vuole, la scintilla. Io penso che alla base ci siano motivi ideologici, pregiudizi contro Montanelli, contro il suo stile giornalistico libero, spesso polemico, sempre schietto. Sembra quasi che ci sia incompatibilità antropologica tra Montanelli e molti suoi detrattori che si aggrapperebbero a qualsiasi appiglio pur di demolire la sua statua, ossia, la sua memoria. Peccato, perché, come sempre, una conoscenza più approfondita dei suoi scritti, delle sue battaglie, del suo modo di raccontare la storia, avrebbero certamente giovato ai suoi detrattori.

Concentriamoci sulle ragioni che avrebbero portato ad imbrattare la statua: il matrimonio con una dodicenne africana. Cosa sarebbe successo se si fosse rifiutato di sposare la ragazzina? Ha avuto questa possibilità e l’ha sposata ugualmente?

Certo, Montanelli avrebbe potuto rifiutare di aderire alla proposta, fatta dal suo attendente, di cercare una moglie abissina. La tradizione del madamato, certamente deprecabile, ma accettata sia dai militari italiani sia dalla popolazione locale, voleva che un ufficiale, per ottenere autorevolezza presso la truppa indigena, dovesse essere sposato. Indro si adeguò al costume locale e il rito fu compiuto secondo la tradizione. Fu un matrimonio pubblico, condiviso con la famiglia della sposa, senza alcuna violenza. A meno che non si dica che il colonialismo fosse violento in tutte le sue manifestazioni, ma questo è un altro discorso. Il contratto matrimoniale – come si usava e credo si usi ancora in diverse parti del mondo- fu stipulato pagando un prezzo, ma questo non scandalizzava nessuno, allora e in quella terra. Non so in che misura Indro abbia partecipato alla scelta, da come lui ha raccontato la vicenda. Ma sembra che si sia soprattutto adeguato a una tradizione. Un eventuale rifiuto credo che sarebbe stato interpretato come un’offesa e avrebbe comportato perdita di autorevolezza nei confronti dei suoi ascari.

Quanto durò il matrimonio e perché in una lettera (del 2000) in risposta a quella di una sua lettrice, Montanelli ebbe parole poco gentili nei confronti di sua moglie? Scrisse che puzzava e raccontò nei dettagli la difficoltà che ebbe nei suoi primi rapporti intimi, visto che sua moglie era infibulata. Avrebbe potuto omettere certi particolari, o no?

Non sono parole poco gentili, sono parole che rispecchiano una verità. Indro aveva avvertito la lettrice che probabilmente si sarebbe scandalizzata, ma che quelli erano i fatti nudi e crudi come erano accaduti. Il particolare che la ragazza mandasse cattivo odore dipendeva dagli oli e unguenti che venivano usati, il fatto che fosse infibulata non dipendeva certamente da Montanelli, che definì barbara quella pratica. Credo che tacere questi dettagli sarebbe stato forse politicamente corretto, ma anche ipocrita. Chi lo accusa dimentica, forse, che queste pratiche sono ancora attuali in alcune culture, a quasi un secolo di distanza dai fatti raccontati da Montanelli.

E’ vero, se sappiamo della sua sposa bambina, è merito suo. Non l’ha mai nascosto. Ma un minimo di disagio nel raccontarla l’ha mai provato?

Ecco un dettaglio sul quale convengo: Indro avrebbe potuto usare un tono diverso. Troppa disinvoltura, specialmente nella trasmissione televisiva del 1972. Più tardi, negli anni Novanta, ricordò che l’avventura africana aveva comportato suoi errori, ma Indro non era il tipo da rinnegare il suo passato. Poteva ammettere gli errori, ma mai il tradimento dei principi sui quali aveva basato le sue scelte in buona fede.

Ma è vero che scrisse una lettera a Priebke, in cui manifestò le sue simpatie?

Su questo dovrei documentarmi, ma francamente ora non ne ho il tempo. Ricordo che su questo caso intervenne più volte. Probabilmente le sue riserve si basavano sullo stesso concetto per cui aveva perdonato i suoi gambizzatori, i brigatisti che gli avevano sparato nel 1977. Non si possono giudicare gli uomini a distanza di decenni dai delitti commessi, troppe cose cambiano con il passare del tempo. E infine – come diceva spesso – al nemico sconfitto si dà una mano per rialzarsi. Questo ovviamente non è il caso del criminale di guerra Priebke sul quale potrei tornare solo dopo essermi documentato. Altrimenti si rischia di fare la storia con gli slogan e con l’accetta, come fanno i contestatori di Montanelli in questi giorni.

In fondo cosa non si perdona a Montanelli che, quando prese le distanze da Berlusconi, diventò un’icona di una certa sinistra?

Non gli si perdona di essere un uomo libero, che obbedisce solo alla sua coscienza e ai suoi principi e se ne frega degli schieramenti politici e delle ideologie.

Qual è stata la sua più grande virtù? E quale il suo peggior difetto?

Sembrerà strano: la sua più grande virtù è secondo me proprio la sua coerenza di fondo, la capacità di seguire i valori su cui ha fondato la sua esistenza e per i quali a qualcuno, è invece, sembrato incoerente. Per non parlare, naturalmente, del suo pregio maggiore: la limpidezza e l’incisività della sua scrittura. Il difetto principale? Forse quella disinvoltura di cui parlavamo prima, che talvolta è stata scambiata per cinismo. Ma il discorso dovrebbe essere approfondito.

Gli hanno dato del razzista: possiamo difenderlo solo dicendo che, se fosse stato razzista, non avrebbe sposato una di colore?

Direi proprio così. Ricordò sempre con nostalgia i suoi ascari e la sua esperienza africana che descrisse in un libro molto bello: XX Battaglione eritreo. A parte alcune espressioni puramente militaresche – che non c’entrano nulla con il razzismo – Indro non fu mai razzista, nel senso in cui va inteso questo termine e che si manifestò poco dopo il matrimonio con Destà quando furono promulgate le leggi razziali, mai da lui sottoscritte.

Cosa può insegnare la storia della sua statua imbrattata?

Che bisogna studiare la storia, imparare ad argomentare, non ad agire di pancia, emotivamente. Questi studenti dovrebbero imparare a studiare e a riflettere prima di versare vernice sulle statue. Non vorrei che si finisse col bruciare i libri e magari anche qualcuno. La storia insegna, almeno in questo caso.

Ci sono progetti, iniziative particolari della Fondazione?

Abbiamo organizzato e penso che riorganizzeremo una scuola di giornalismo, abbiamo un premio dedicato a Montanelli, organizziamo diverse iniziative culturali. Speriamo di riprendere dopo la clausura sanitaria

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