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Massimo Adinolfi: dalla intervista fake del Corsera al caso Rubli – Lega. Hanno tutti ragione?

A queste domande prova a rispondere Massimo Adinolfi (Salerno, ’67), docente di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli, attraverso le pagine del suo ultimo libro, intitolato: Hanno tutti ragione? – Post verità, Fake news, Big data e Democrazia (Salerno Editrice). Poco più di cento pagine, scritte in modo fluido, che potrebbero aiutare anche la nostra stampa a capire come dare le notizie e i lettori a comprendere che solo i fatti sono testardi.

“Credo – dice Adinolfi-  che esista ancora, in generale, un’idea sufficientemente condivisa di cosa voglia dire essere corretti e responsabili nel trattare le informazioni. Noi sappiamo cosa sia, nei nostri rapporti privati come nella sfera pubblica, agire in modo corretto o scorretto, responsabile o irresponsabile. Questo sapere è sufficiente. Qui non c’è un compito filosofico, ma politico: si tratta di fare in modo che questo sapere prevalga sui tentativi, sempre interessati, di offuscarlo”.

La Verità vi prego sulla Verità! Professore, più che invocare la difesa della verità, nel suo libro chiede che vengano preservati i sistemi interpretativi con cui trattiamo la verità. Sembra che i percorsi che intraprendiamo per arrivare alla verità non siano più liberi, puliti.

Non direi preservare, ma aver cura dei sistemi interpretativi. Che nascono sempre all’incrocio con le vedute degli altri, le griglie degli altri. Non penso, però, che l’interpretazione inquini la verità, né che soffriamo di una sorta di panpoliticismo – per quanto l’Italia sia sempre stata il Paese delle baruffe ideologiche- Penso, invece, che si possa, anzi, si debba, ad un tempo, preservare la fiducia nella verità e rifiutare l’idea che ad essa ci si arrivi in modo asettico.

Davvero viviamo in un’epoca in cui la verità non è più nulla? Se per Hegel la preghiera quotidiana dell’uomo moderno era rappresentata dalla lettura del giornale, che razza di preghiera recitiamo oggi, se lo spazio delle informazioni è invaso da fatti alternativi, fake news e post verità? E’ possibile dire che a guidarci nell’interpretazione degli eventi sia una sorta di panpoliticismo, e che leggiamo i fatti secondo lo schema maggioranza vs opposizione? Quanto è dannoso il relativismo? L’attuale governo è il risultato di una diffusione virale di bufale?

Se distinguiamo la verità dagli strumenti di interpretazione della verità, cos’è per lei la verità?

Tutto sta a fare bene la distinzione. Non avrei difficoltà a dire che la verità è – per me come per tutti – dire le cose come stanno. Persino quelli che ripetono la celebre frase di Nietzsche – «non esistono fatti ma solo interpretazioni» – poi si propongono magari di svelare complotti, smascherare le verità ufficiali, e cioè, dire veramente le cose come stanno.

E quindi?

Da quest’idea di verità non si scappa, almeno non nello spazio pubblico. Dopodiché il più rimane da fare. E il più, la vera posta in gioco, riguarda l’infrastruttura culturale di un Paese, lo stato di salute della sua sfera pubblica: della scuola, dell’università, eccetera

In una democrazia, lei fa intendere, ci deve essere pluralismo di idee, rispetto delle opinioni delle minoranze, ma non possiamo rinunciare ad affermare che di verità ce ne sia solo una (scientifica, fondata sui fatti, dimostrabile) e che il relativismo può essere dannoso.

Io non considero il relativismo dannoso. Reputo dannosa la sfiducia nella possibilità di orientare i nostri discorsi verso la verità, e oltremodo, dannoso rinunciare a cercare questo orientamento nel confronto con gli altri. Nel libro cito il buon vecchio Eraclito: Il mondo a tutti comune è il mondo dei desti, nel sonno ciascuno si rinchiude nel proprio mondo. Ecco, io temo un’esistenza sonnambolica. Non è il relativismo ad aver sdoganato le fake news, ma la possibilità di sottrarle al confronto e alla critica. È la forza con cui si deforma fino a spaccarlo il mondo dei desti, per confinare ciascuno in una bolla comunicativa sempre meno permeabile.

Il direttore di un giornale dovrebbe dare spazio a politici convinti che l’allunaggio non sia mai avvenuto, agli antivaccinisti, ai terrapiattisti, ecc, affermando che la libertà di pensiero non ha conseguenze negative?

Se la libertà di opinione non valesse anche per le scemenze, non sarebbe libertà di opinione. Il punto non è lo spazio che tu dai alle scemenze, ma se insieme fornisci al lettore l’avviso: Trattasi di scemenza. Appellarsi alla libertà di opinione non significa lavarsene le mani. Nel caso al quale lei si riferisce, la risposta del direttore mi è sembrata un po’ pilatesca.

A proposito di fake news, come giudica l’intervista bufala a Carola Rackete del Corsera?

Significa forse più cose, ma non so se metterei al primo posto l’offuscamento di una sensibilità verso la verità. Forse vengono prima la perdita di autorevolezza degli organi di stampa tradizionali – che è anche una perdita di influenza, alla quale si reagisce in maniera spesso scomposta, approssimativa – e il mutamento dell’agenda politica del Paese. Certo, se i giornali cominciano a scrivere quello che i lettori si aspettano o vogliono sentirsi dire, invece di informare, allora la vedo dura.

Si può dire che le post verità, generate dall’elogio del relativismo, abbiano prodotto un dannoso pangiuridicismo? Con quali conseguenze?

Le conseguenze sono quelle che in inglese vengono indicate con l’espressione litigation society, società del contenzioso, della lite continua. Non hai una soluzione? Ti rivolgi alla giustizia. Con il risultato che la giustizia si ingolfa, e il problema non lo risolvi. Se poi al pangiuridicismo si aggiunge il populismo penale – ne parlo, nel libro – cioè, l’idea che tutto debba essere ricondotto sotto la ragione penale, allora il restringimento degli spazi di democrazia e libertà è dietro l’angolo.

Ha lavorato con l’ex Ministro Orlando. Quali sono le emergenze nel mondo della giustizia? Provi a mandare un messaggio al nuovo responsabile del dicastero, Bonafede.

Sul messaggio non avrei molti dubbi, e lo scrivo anche nel libro: se sicurezza significa meno reati, e se c’è un nesso – perché c’è, è nei numeri – fra percorsi alternativi alla detenzione e tasso di recidiva, nel senso che il secondo diminuisce al crescere dei primi, come non capire che tutta la politica penitenziaria dovrebbe orientarsi nel senso di favorire questi percorsi alternativi, e migliorare le condizioni dei reclusi? Più in generale io sono abbastanza convinto che la vera emergenza non riguarda la sicurezza, ma il funzionamento dell’organizzazione giudiziaria. Ci azzuffiamo sulla riforma delle intercettazioni, la riforma della prescrizione, la riforma del codice antimafia. I problemi della giustizia sono di ordine amministrativo. Far funzionare gli uffici significa cambiare la geografia dei poteri dentro la magistratura e nei suoi rapporti con il resto della società.

Su cosa Orlando avrebbe dovuto spingere di più?

Credo lo abbia detto lui stesso: sulla riforma del Csm. Si è scelto un percorso prudente, che poggiava anzitutto sulla capacità di autoriforma dell’organo. I fatti dimostrano che forse bisognava essere meno prudenti, e un po’ più incisivi.

                                                                                                                                                                       Cinzia Ficco

Massimo Adinolfi scrive su Il Mattino e il Foglio. Tra i suoi libri: Continuare Spinoza (Roma 2012)

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