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Roma: i centotrentatré anni della libreria Cesaretti, che ha formato politici e poeti. Il ricordo di Amedeo Lefevre, discendente del fondatore

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Quest’anno compie centotrentatré anni ed è ancora in via Piè di Marmo – al Collegio romano, di fronte al blasonato Liceo classico “Visconti” – dove il signor Licurgo l’aprì, con i soldi, pochi in verità, che guadagnò vendendo alcuni terreni in zona portuense, all’epoca di scarso valore.

Parliamo della Libreria Cesaretti, la più antica della Capitale, un gioiello di 40 metri quadrati, su un piano, due ambienti, specializzata in Letteratura italiana e storia di Roma, che conta ventiduemila libri usati e ha formato una buona parte della nostra classe dirigente.

Da lì sono passati personaggi come Benedetto Croce, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Giovanni Spadolini. E’ lì che l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scelse, una volta, uno dei regali più importanti per l’amico, Emanuele Macaluso, scomparso da poco. Ed è sempre in questo piccolo mondo antico dei discendenti di Licurgo che oggi può capitare di incrociare Raffaele La Capria, Massimo Cacciari, Claudio Martelli, Pupi Avati, Matteo Renzi  “fissato” con i testi di Papini e Soffici, Fabrizio Cicchitto, Vittorio Sgarbi, che “da una riga ti imbastisce una intrigante digressione su Caravaggio”, come ci racconta Amedeo Lefevre, 46 anni, che con suo padre, Saverio, 75 anni, porta avanti questo pezzo di storia italiana nel cuore della Capitale.

“Da noi – continua Amedeo – puoi trovare testi di medicina, psicologia, diritto, politica, ingegneria aerospaziale, fuori commercio, introvabili, tutti rigorosamente usati.  Il più antico? Le lettere di Plinio, pubblicate da Aldo Manuzio nel 1508, che ho messo a 3mila euro. Il più prezioso e costoso? La prima edizione di Pinocchio, scritta da Collodi e stampata nel 1883, che vale almeno 23mila euro. Ma non mancano testi da 20 euro. Quelli recenti e nuovi? Li vendiamo solo su ordinazione, ma è raro che ce li chiedano. E sa perché? I nostri clienti sono soprattutto i nostalgici dell’odore della carta ingiallita, i maniaci del rumore che fa lo sfogliare pagine vecchie e pesanti, i collezionisti, che possono rimanere qui dentro anche qualche ora perché, oltre al libro che hanno in mente quando vengono da noi, ne trovano altri. Sembrano presi da una sorta di catena di Sant’Antonio. Un testo ne richiama tanti altri. E con loro io e papà abbiamo instaurato un rapporto di profonda amicizia”.

La richiesta di libri antichi c’è, e prima del Covid, Amedeo e Saverio riuscivano a venderne quattrocento ogni mese. Molti i clienti che vengono dagli Stati Uniti. Ma tanti gli affezionati del negozio, che arrivano dalla Russia e dalla Spagna.

L’attività rende – continua Amedeo – Anche quando non vendi, fai due chiacchiere con gente colta e questo ti riempie. Siamo diventati un luogo di incontro e confronto per tanta gente che ha contribuito a scrivere la storia della Repubblica. Tanti i liceali che venivano a comprare libri di poesie tra gli anni 60 e gli inizi degli anni 80 che oggi sono la nostra classe dirigente. E sa che orgoglio!”.

Ma come si fa a resistere dopo centotrentatré anni?

“Ci sono la passione per i libri – aggiunge Amedeo – la curiosità per un mondo ormai passato, il rispetto per la fatica di nonno Licurgo – il nonno di mia nonna- che fondò l’antica libreria con i mille testi trovati dopo due anni (dal 1886 al 1888) di ricerca fitta. Ogni giorno ci rimbocchiamo le maniche e andiamo avanti per far crescere questo patrimonio, che non ha solo un valore economico. Non le nascondo che ci sono stati periodi bui: il 1924, per esempio, quando i fascisti osteggiarono l’attività del nonno di mio padre, che non aveva la tessera del partito e non simpatizzava per Mussolini. Una volta gli ordinarono di chiudere il negozio e c’erano clienti, un’altra volta, gli fecero togliere la vetrina bellissima,  che era l’attrattiva maggiore della libreria.  Anche oggi con il Covid è quasi tutto fermo. Inoltre fatichiamo a portare qui gli studenti. Grazie a qualche dirigente scolastico illuminato abbiamo tenuto corsi di formazione e insegnato in qualche istituto come nasce un libro, ma qui i ragazzi non si sono visti. Speriamo che passi presto questa fase, perché con la cultura si mangia. E pure tanto. Un tempo, prima degli ultimi tagli alla cultura, fornivamo le maggiori Biblioteche di Roma – ma anche di altre città – oggi senza fondi. E si creava un circuito virtuoso per la cultura, l’arte. Nonno mi diceva che negli anni 60, su settecento alunni del Visconti, cento venivano a perdersi tra i nostri libri. E molti di loro, ripeto, hanno fatto strada. Un po’ di fortuna forse l’abbiamo portata. Altri tempi? Chissà. Forse superata la pandemia, si potrà tornerà ancora a sperare”.

Quanto le istituzioni “tutelano” posti come la sua libreria? “Non chiediamo molto – replica Amedeo – Vorremmo solo che il Comune e la Regione investissero di più in cultura. Una visita della sindaca Raggi? Non è mai venuta. Ma l’aspettiamo”.

La libreria dai colori che vanno dal rosso, all’arancione al verde – quelli degli scaffali divisi per categorie- non si ingrandirà, non diventerà un caffè letterario, “resterà – conclude Amedeo – lo spazio per un gioco magico, un viaggio a ritroso nel tempo, quello che tanto piaceva a quel grande amico del nonno di papà, che fu Trilussa, il poeta viveur e istrionico che nun c’aveva mai ‘na lira.  L’ultima volta che mise piede qui disse al nonno di mio padre: A Totare’ (si chiamava Antonio), quanno me fanno senatore a vita, ve pago. Ma dopo l’onorificenza, morì. Restano i ricordi, le risate, le chiacchiere e il sottile piacere di pensare che tanti versi li abbia composti a casa, ma immaginati qui”.

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