in ,

Cyberbullismo. La battaglia vinta da Alice. Il dodicidue

“Voglio urlare, ma non mi sente mai nessuno. Voglio piangere, ma sono troppo orgogliosa. Voglio farmi male, ma soffro già abbastanza. Non mi sento più me stessa. Basta, quattro anni sono già troppi”.

Frasi trovate sulle pareti della sua cameretta. Alice il suo dolore l’aveva espresso così. E nessuno aveva capito le ragioni di un disagio tanto profondo. L’isolamento, la musica ascoltata senza pausa alle cuffiette, la rabbia, persino i tagli ai polsi, per sua madre, neuropsichiatra infantile, erano solo l’effetto di una crisi in famiglia.

Dei cinque anni di violenze psichiche, subite da parte di un gruppo di compagni di scuola, Alice non aveva voluto parlare con nessuno. Maldicenze e umiliazioni continue tenute per sé un po’ per vergogna, un po’ per orgoglio, un po’ per non dare dispiacere a sua madre, che in quel periodo si stava separando da suo marito, il papà della ragazza.

Eppure, dopo un percorso in salita – come lei stessa racconta- la liberazione l’ha trovata nella vita, non nella morte. Grazie ad #undodicidue di tre anni fa. E ad un giornalista: Luca Pagliari (Senigallia, ‘60)

“Il 12 febbraio del 2016 – ci dice Luca- partecipo nel teatro di Sassari ad un evento sul bullismo, in cui Flavia, una ragazza romana, racconta in un video la sua storia di vittima di bullismo e cyberbullismo. Tornato a casa, trovo un lunghissimo messaggio su Messenger, inviato da Alice. Impiego un quarto d’ora per leggerlo. C’erano nomi, cognomi, situazioni descritte nei dettagli. Non ho avuto dubbi. Era una chiara richiesta di aiuto.  Alice era venuta a teatro senza difese e lo si leggeva in modo chiaro. Prima che Flavia cominciasse a parlare, Alice non sapeva se il format avrebbe avuto per tema il bullismo o il buddismo. Di questo aveva riso con sua madre che quella mattina l’aveva accompagnata a teatro in macchina. E poi, la scrittura era troppo alta per una ragazza all’epoca sedicenne, e notevole anche il suo grado di maturità. No, non poteva essere uno scherzo.  Da quel momento ci siamo sentiti quasi ogni giorno. Un mese di ansia alle stelle perché non potevo parlarne con i professori, né con la dirigente scolastica, né con sua madre. Avrei tradito la sua fiducia. Un interregno che mi è pesato tanto e in cui davvero non sapevo come agire. Ho aspettato che fosse Alice a decidere. E così è stato. Alla fine di marzo ricevo una telefonata da un numero sconosciuto. Era la mamma di Alice. Finalmente sua figlia le aveva raccontato tutto, leggendole la lettera che mi aveva inviato. Comincia così la nostra battaglia. Insieme ce l’abbiamo fatta. Alice ora è serena, ha amici e studia. Frequenta scienze infermieristiche e poi tenterà l’ammissione ad odontoiatria. La musica ha ripreso ad ascoltarla, ma in modo sano. Grazie al suo coraggio e al suo esempio abbiamo già aiutato parecchi ragazzi che hanno trovato la forza di raccontare le vessazioni subite”.

Dall’incontro casuale e dalla rinascita di Alice sono nati un libro ed un docufilm – un format giornalistico teatrale di 60 minuti, diviso in tre parti, girato a casa della ragazza e ad Alghero. Il cortometraggio inizia con il discorso, tenuto due anni fa da Alice alla Camera dei deputati, presieduta da Laura Boldrini, in occasione della giornata dedicata alle donne vittime di violenza.

Voluto dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza in collaborazione con l’associazione di Forlì – Un’altra storia – il cortometraggio sta facendo il giro degli istituti di scuola secondaria italiani in un progetto che si chiama Off Line – La vita oltre lo schermo.

“Tra breve – annuncia Luca – saremo a Como e Pordenone. Poi ci fermiamo. Riprenderemo a settembre”.

Intanto Alice si è fatta tatuare sul fianco sinistro un #dodicidue. E sua madre, contraria ai tatuaggi, non si è opposta.

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Commenti

0 commenti

What do you think?

Written by Cinzia Ficco

Vectis, la prova che al Sud si può fare business con le nuove tecnologie

Marco Valerio Lo Prete: Italiani, poca gente