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Luca: “Ero gay. Ma non felice. Ho lasciato quella camicia di forza!"

“Mi hanno accusato di essere un traditore, di essermi schierato con chi per anni mi ha considerato un depravato. Mi hanno persino detto che sono sempre stato solo un pervertito e mai un omosessuale. E questa è stata l’offesa più umiliante. Continuano a deridermi, ad attaccarmi. Ma io vado avanti, perché finalmente ho trovato me stesso, la mia strada e, soprattutto, la libertà”.

A parlare è Luca di Tolve, nato nel ’71 a Milano da genitori pugliesi, che, dopo essere stato per trenta anni omosessuale, ha trovato una compagna, Terry, con cui nel 2008 si è sposato.

Oggi Luca, che ha scritto un libro: “Ero gay” – Piemme edizioni, è fondatore dell’Associazione Gruppo LOT, che aiuta tanti omosessuali a “ ritrovare la propria eterosessualità latente, rifiorendo nella propria mascolinita’ e femminilita” nel caso delle donne”, secondo le sue parole. “Certo – dice – non succede a tutti. Ma garantisco che in tanti stanno sperimentando una seconda vita. In tanti sentono di avere un’ esistenza distonica rispetto ai propri desideri e in tanti capiscono che l’omosessualità alla fine è una specie di camicia di forza. Per me è stato così, per troppo tempo”.

Ma come una camicia di forza? Non assecondava in modo spontaneo i suoi desideri, le sue pulsioni?

Ho cominciato ad avere pulsioni omosessuali da adolescente. Ero parecchio attratto da bei ragazzi palestrati. Poi, in tanti, sentendomi parlare e vedendomi muovere in modo effeminato, hanno cominciato ad appiccicarmi l’etichetta di omosessuale. Con tanta superficialità. Nessuno si era mai chiesto il motivo per il quale sembravo diverso, non molto macho come tanti miei compagni di scuola. E a quell’etichetta mi sono abituato anche io. Ho continuato a fare l’omosessuale. E ad agire, cercando di soddisfare le aspettative degli altri.

E quali erano le aspettative degli altri?

Ero agli occhi di tutti un omosessuale e vivevo, sentivo, parlavo da omosessuale. Ma con gli anni cominciavo a sentire un vuoto, la sofferenza di una vita lontana dalla mia identità. Vera.

Vuole dire che per anni è stato omosessuale per colpa degli altri?

Non rinnego il mio passato. Le pulsioni forti nei confronti di persone dello stesso sesso le ho avute. Sono stato eletto Mister Gay negli anni ’90, sono stato famoso e molto richiesto a eventi mondani, feste e spettacoli. Il mio bel fisico mi ha portato a vivere ogni sorta di trasgressione e sfrenatezza.

Ma essere omosessuali non significa vivere la sessualità in modo sfrenato, eccessivo. Senza amore. Lei viveva così!

Certo. Non generalizzo, parlo della mia esperienza. E alludo, soprattutto, al fatto che non ho mai avuto un minimo di aiuto da associazioni, che, al contrario, avrebbero dovuto supportarmi.

Di cosa parla esattamente?

Beh, mi riferisco all’ associazione più importante. Mi sarebbe piaciuto ricevere maggiore aiuto per fare qualcosa di concreto. Per esempio, mettere su una cooperativa e far lavorare tanti come me, omosessuali, indigenti e sfortunati, per anni ai margini. Niente di costruttivo. Il motore di tutto era solo il sesso, il piacere puro. C’erano solo festini, saune. Carne, solo carne. Parlavano di cultura, ma dalla cultura si era distanti anni luce. La parola d’ordine era godere e far godere.

Ma quell’associazione non è un’agenzia di collocamento. Intanto, cosa l’ha spinta a cambiare?

Tanti miei amici sono morti di Aids. Anche a me è stato diagnosticato il virus dell’Hiv. La paura della morte mi ha spinto a rompere quel circuito maledetto, a cercare di capire perché avevo fatto un percorso così. Mi hanno aiutato la Madonna ed uno psicologo. Dopo tre anni, una profonda depressione, ho capito che per tanto tempo ero stato estraneo a me stesso. Avevo rispettato un ruolo, un’immagine, voluti da altri, che cominciava a starmi stretta. Dopo una terapia psicologica ho compreso che da ragazzino le pulsioni nei confronti dei ragazzi erano scattate solo perché non avevo avuto un padre vicino, un fratello più grande, in cui identificarmi.

Per lei, dunque, sarebbe questa l’origine dell’omosessualità?

Nel mio caso, sì. Ripeto, non posso generalizzare. So solo che dopo anni di tormenti, sofferenze, umiliazioni, sono felice. Ho sposato una donna che amo.

Lei ha parlato di sofferenze e umiliazioni. Ma, schierandosi dalla parte della Chiesa che nei confronti dei gay tollerante non è, non corre il rischio di cadere negli errori che ha criticato in altri? Forse negli omosessuali vede dei depravati, come fa la Chiesa?

Non diciamo sciocchezze. La Chiesa non parla di depravazione. Dice solo che la condizione del gay è contro natura. Non parla della persona, ma del peccato.

Facile è, però, identificare peccatori e peccato!

Lo ribadisco. La Chiesa non li demonizza.

Matrimoni in Chiesa e adozione dei bambini: secondo lei non si arriverà mai in Italia? Quali diritti dovrebbero essere riconosciuti agli omosessuali?

Non si può parlare di diritti tout court per categorie. Ma solo per le persone. E ogni persona è diversa dall’altra. Si guardi il singolo caso. Le generalizzazioni, come le etichette, non mi piacciono. Come non mi piace l’idea che uno non possa cambiare. Dall’omosessualità ci si può allontanare. E lo si deve poter fare, quando si sta male, senza sensi di colpa, né derisioni, né attacchi. Quanto ai diritti, uno importante da riconoscere è la tutela dalle forme di bullismo, da qualsiasi forma di violenza.

Ora è felice?

Sì. Molto. Sto sperimentando la gioia piena. Prima pensavo che la felicità fosse solo il piacere di qualche secondo, quella dell’orgasmo.

Nessun gay è felice?

Glielo dico un’altra volta: non si può fare di tutta l’erba un fascio. Io non lo ero. E tra tanti amici e fidanzati che ho avuto, ne avrò conosciuto solo qualcuno felice. E sa perché? Con grande probabilità dietro la sua omosessualità continuava a nascondersi la sofferenza di una perdita, di un amore mai ricevuto.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

 

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Written by Cinzia Ficco

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