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Manuel: “Il dolore? Meglio accettare e lasciar fluire”

 

 “Camminai fino al grande albero in mezzo al prato. Mi avvicinai al tronco, appoggiai l’orecchio alla corteccia e il miracolo si ripeté. Spazzava via le angosce e il dolore, colmava qualunque vuoto dell’anima. Gli alberi parlano e la loro voce mi giunse nitida. Capii che la natura non mi avrebbe mai lasciato solo, perché io stesso ero natura. Ora sapevo cosa fare. Non dovevo tornare in paese, dovevo rimanere nel bosco”.

                                                                                                       (Il bambino invisibile)

 “La ventura? Nella vita devi chiamarla ogni giorno, devi sorriderle, devi blandirla, devi cercarla, anche quando tutto sembra andare male. Solo se sei tenace, riesci a sconfiggere la malasorte. E quando la fortuna arriva devi essere pronto a riconoscerla e ad afferrarla al volo, ad abbandonare le pietre del passato”.

Manuel Antonio Bragonzi, nato nel ’76 a Sant’Elena, villaggio a 200 chilometri da Santiago del Cile, negli anni di Pinochet, ne è proprio convinto e le sue parole non hanno alcunché di retorico. La sua vita, raccontata da Marcello Foa, direttore del gruppo editoriale TImedia, giornalista, nel libro “Il bambino invisibile”, edito da Piemme, lo testimonia.

Manuel era un fantasma agli occhi di tutti. Ma dentro sempre un fiore forte, capace di innalzarsi al sole. Come vuole l’origine del suo nome: Antonio.

Tante le sofferenze, devastanti i dolori che ha provato da piccolo, ma di sé dice: “Io ho solo vissuto come qualsiasi altro bambino in questo mondo, in quelle condizioni, avendo scelto di farmi provocare ed essere messo in azione dalla realtà”.

La vita di Manuel, però, non è stata simile a quella di altri bambini cileni. I suoi primi cinque anni di vita sono stati davvero terribili. Ha subito un tentativo di stupro, ha visto morire due uomini ed è vissuto accanto ad un nonno, che: aveva ucciso sua madre Isabel, lo svegliava la mattina a colpi di cinghiate, era spesso ubriaco e di cattivo umore, ruttava e maltrattava la sua compagna.

Eppure Manuel, che oggi è sposato e ha tre bambini, afferma: “Ho ritrovato il mio destino, quello che ognuno di noi ha, segnato dalla Provvidenza”.

Ma come è possibile risollevarsi da prove tanto dure, senza provare rancore? “Ad aiutarmi- risponde – è stata  solo la coscienza che siamo fatti per essere felici, per il bello, allo stesso modo degli alberi, degli uccelli, della luna, delle stelle, del sole, dei ruscelli. Io mi sentivo natura. Quindi potevo essere anch’io bello e felice. Ed abbracciare il bello che c’era attorno a me e in me. Posso dirle una cosa? Non mi piace la frase di Ignazio Silone, che apre il suo blog. E sa perché? Il destino per me è stato fondamentale. Il mio percorso è segnato da mille coincidenze strane. E non posso pensare che siano solo coincidenze. Per me ognuno di noi ha una strada segnata, ma è il risultato di un percorso fissato da qualcosa di più grande. Anche io a cinque anni ero un frugoletto che aveva imparato a farsi condurre dalla forza del cuore e, quindi, inconsapevolmente  ad accettare il suo destino, per quanto difficile potesse essere. A quell’età ho scoperto che bisogna prendere il meglio di ogni esperienza, perché così si allontana il male da sé e che dietro il male c’è sempre il bene, a condizione di non lasciarsi arrovellare dal rimorso, dalla rabbia, dal rancore.  C’è sempre la nostra scelta, quindi il nostro libero arbitrio,  ma il destino farà sempre trovare la strada giusta anche quando la perdiamo di vista. E quando parlo di destino, alludo alla Provvidenza, a Dio, che è stato sempre con me anche nei momenti bui, ma che io non conoscevo”.

Manuel è un fiume in piena e sul destino continua: “Quando avevo cinque anni la fede non la conoscevo, ma sentivo una presenza forte. Non potevo pensare che tutto quel bello intorno a me  potesse nascere dal nulla”.

Sull’odio nei confronti di chi gli ha fatto per anni violenza, si chiede in modo retorico: “Perché provare rancore? Sto bene nell’odio? Non credo. Se siamo fatti per essere felici, perché devo provare una cosa che mi fa rattristare?”.

A questa saggezza Manuel è arrivato da solo. Senza psicoterapia. Tiene a precisarlo. Certo, l’amore dei suoi genitori adottivi l’ha aiutato tanto. “Ma ho avuto – sorride – un’ottima maestra di vita: la natura. Lei mi ha insegnato a ritrovare la pace. Adesso sto bene dappertutto. Sì, sento nostalgia del mio Paese, il Cile, ma sento che vivrei in piena gioia in qualsiasi posto del mondo. Ripeto, grazie a quello che mi hanno dato i miei boschi”.

Sì, perché a cinque anni Manuel, dal cuore indomito, un giorno squarcia il velo su alcuni misteri della sua giovanissima vita e risponde al richiamo che la natura intorno al suo villaggio gli lancia. Fugge tra i boschi del Cile.

In molti forse a Sant’Elena sapevano perché non aveva una mamma e perché vivesse con un uomo che chiamava nonno, ma che era in realtà un estraneo. Ma nessuno ne parlava. In quel piccolo centro  erano tutti “strafatti” di alcol. Con gli occhi spenti, senz’anima. Annientati dalla miseria. Un giorno, però, un uomo racconta tutto a Manuel. Un vecchio abbrutito dal vino, ma che al bambino sembra diverso. Più buono.

Quando la verità riemerge dall’oblio, Manuel decide che la sua famiglia sarebbero stati gli alberi, i ruscelli, i cespugli di frutti selvatici che tante volte riusciranno a sfamarlo.

Se il mondo degli uomini lo esclude e lo maltratta, la natura sembra accoglierlo, gli uccelli cantano la forza della vita, i prati lo accarezzano come nessuno aveva mai fatto. Il bosco diventa la sua casa. E i rami degli alberi assomigliano alle braccia di sua madre. La dolce Isabel.

Per molti anni Manuel vive solo nel bosco, in silenzio, mangiando frutti selvatici, imparando a cacciare dai gatti, a costruirsi una fionda, a pescare a mani nude. Diventa un piccolo ragazzo selvaggio, che coltiva dentro di sé la libertà. Nessuno lo avrebbe convinto a tornare nella prigione di prima, la casa del suo abuelito,  il nonno burbero, nemmeno l’inverno, nemmeno il vento gelido. Fino a quando il destino non gli fa incontrare Romolo e Milvia, che lo ameranno subito. E lo aiuteranno a non essere più invisibile.

Allora, Manuel, il segreto per non annegare nella disperazione? “E’ uno – replica – accettare e lasciar fluire”. Ma come lasciar fluire il dolore? “In realtà – afferma –  io il dolore lo abbraccio con tutte le mie forze per trasformarlo in gioia, perchè tutto quello che viviamo è per noi, per la nostra felicità. Guardo il dolore come un elemento utile al mio percorso”.

Questo è ciò che oggi lo fa essere un padre ed un marito premuroso, sempre di buon umore. “Sono molto legato a Vera, mia moglie e ai miei tre figli – confessa – ma so che loro non mi appartengono. La mia missione è accompagnare i bimbi fino all’età adulta, senza pensare che siano miei oggetti”.

Manuel, che oggi vive a Milano ed è devoto di San Francesco, non ha mai smesso di gioire. Nell’intervista lo ripete più volte. Solo le notti, talvolta, restano difficili. Nel buio della sua stanza Antonio torna ad essere il piccolo Manuel.

Il suo sogno? “Avere – dichiara –  sempre lo sguardo semplice dei bambini verso la realtà.  Affrontare la vita con la spontaneità dei piccoli, avendo la testa da adulti”.

http://www.facebook.com/ilbambinoinvisibile

                                                                                                                      Cinzia Ficco

 

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Written by Cinzia Ficco

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