Maria Pia Romano, nata nel ’76 a Benevento, ma cresciuta a Lecce, giornalista pubblicista precaria da una vita e neo sposa, mi ha inviato questa lettera, che volentieri pubblico.
In questo contributo viene fuori la sua caparbietà e, soprattutto, la sua originalità. Basti pensare che ha deciso di sposarsi sott’acqua. Scrittrice di un romanzo molto apprezzato, ha inventato un modo per sbarcare il lunario in questi tempi di crisi. Di cosa si tratta?
Leggiamo insieme.
“Sento dire che questo 2012 sarà un buon anno per l’Acquario, almeno da giugno in poi. Così incrocio le dita, confidando nella clemenza di Urano, Giove, Nettuno e della magica Luna. Da buon spirito libero che invoca protezione, qualche volta, senza chiederlo mai a gran voce. Tanto le stelle sanno capire. O almeno dovrebbero.
Ho imparato ad essere serenamente precaria. Ma non ho mai voluto credere che fosse la normalità. Così io, figlia dell’Italia delle co.co.co e co.co.pro, e dei contratti a termine, ho scelto un amore a tempo indeterminato. Il mio SI l’ho voluto dire sotto il livello del mare, nel silenzioso blu pulsante di vita. Perché sulla Terra, a volte, c’è davvero troppo rumore.
“Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio….se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”, erano le parole di Roberto Benigni nella Voce della Luna. Ed oggi le sento più vere, dopo che ho imparato a svegliarmi con le ciglia impastate di sogni in un mondo che troppo spesso non vede i colori.
Era il 28 maggio 2010 quando io e Rocco abbiamo celebrato il nostro matrimonio nel blu. Una promessa d’amore con la persona con cui condivido le stanze d’acqua e di carta che mi porto dentro da prima di nascere. Un uomo incontrato in un’immersione nella Grotta delle Aragoste di Pulsano, poi rivisto nell’ incanto di Occhi e Sangue di Palinuro, tra le danze della Poseidonia e la sorpresa dei coralli a trenta metri. E tra i barracuda e le correnti di Leuca e il relitto di Torre Vado, tra le murene di Santa Caterina e i nudi branchi di Badisco, abbiamo iniziato a prenderci per mano anche fuori dall’universo liquido che ci ha accolto e ci ha unito sornione.
L’8 gennaio del 2011 siamo entrati in Chiesa a ricevere il Sacramento, sempre ad Otranto, nella Chiesa della Madonna dell’Altomare.
Io di lì a poco avrei concluso il mio ennesimo contratto di un anno con il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento, dove dal gennaio del 2004 sono stata responsabile dell’ufficio stampa. Da precaria, naturalmente. Poi, ad un certo punto, sono finiti i soldi. O sono mancati i Santi in Paradiso per farmi continuare il lavoro che ho svolto per tanti anni, ricevendo complimenti da tutte le parti. Ma si sa, le torri d’avorio quando si aprono alla comunicazione lo fanno come mero investimento d’immagine, senza riconoscere alla comunicazione la dignità di funzione, capace di generare un mutamento nella percezione che l’opinione pubblica ha delle cose.
A volte mi chiamano anche oggi, quando decidono che hanno bisogno di clamore sui giornali ed in tv. Per gli eventi che dovrebbero essere il loro fiore all’occhiello.
Ho iniziato a campare di uffici stampa di eventi. Sparsi nel Salento ed in Puglia. Più in Salento, a dire il vero, perché l’Alta Murgia, terra di mio marito, si è dimostrata più restia a comunicare le proprie eccellenze, cosa che alla terra dei Due Mari, invece, riesce bene, specie da qualche anno a questa parte. Si pensi al fenomeno della Notte della Taranta.
Ma la crisi c’è e nessuno è immune.
Così io, da giornalista neosposa ho imparato anche cosa significa andare a fare colloqui e vedere che le aziende prima ti chiamano leggendo il curriculum, poi all’improvviso, appena scoprono che hai la fede al dito da poco, dicono che non servi proprio e ti liquidano con il classico “le faremo sapere…”.
Ma non sono stati loro a chiamarti dopo la tua mail? Si, ma ancora non sapevano che ti eri appena sposata e, in previsione di una maternità, tu diventeresti un costo che l’azienda non può sostenere. Per cui meglio evitare collaborazioni scomode.
Da buon Acquario non mi dò per vinta. Lavoro di fantasia, insisto, sono tenace e creativa. Testarda, anche troppo. Da sempre.
Ad aprile festeggio, si fa per dire, i dodici anni di iscrizione all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti. Che tra poco verrà eliminato, ma per noi “vecchi” sembra non ci sia problema. Ci sarà data la possibilità, a quanto pare, di andare a sostenere l’esame a Roma, dopo alcune ore di corso. L’esame, quindi, che io ho sempre evitato di fare perché all’Università non avrebbero potuto farmi lavorare se fossi stata professionista, giacché mi avevano inquadrato come amministrativa, anche se facevo a tutti gli effetti la giornalista.
Scenari tutt’altro che rosei, dunque, ed io, che sono sempre stata innamorata delle parole, ho deciso di provare a campare di parole.
Non quelle dei miei articoli sui giornali, giacchè so bene quanto (non) si diventa ricchi lavorando per Corriere del Mezzogiorno, Sole 24 Ore, QuiSalento e tante altre bellissime testate.
Né quelle dei miei libri. Che vendono tanto, come L’anello inutile, apprezzato un po’ ovunque, portato anche in Svizzera, che dal febbraio 2011 è stato presentato oltre trenta volte per la gioia del mio editore, forse, ma non la mia, giacché non ho mai preso nemmeno i diritti d’autore.
Le parole, questa volta, sono quelle di Candy Wedding, lo pseudonimo che mi sono scelta quando ho deciso di inventarmi Wedding Novelist. E che cos’è? E’ una romanziera da matrimonio.
Così io, che mi sono sposata due volte con lo stesso uomo, che intanto sono diventata anche una wedding planner, mi accingo a racchiudere in uno scrigno prezioso di parole le emozioni del “giorno più bello”. Non un freddo reportage, ma un romantico racconto in cui fisserò i momenti più belli della storia d’amore e del matrimonio.
Idea folle? Ma io sono un Acquario!
Non sono mai stata buona a fare quello che gli altri si aspettavano facessi. Mai. Mia madre ancora non ha imparato a rassegnarsi. Non posso spiegarle che non c’è rimedio alla felicità.
E’ come una poesia: davvero un poeta non potrebbe usare parole diverse da quelle che ha scelto. E ostinarsi a volerla parafrasare sarebbe un po’ come violentarla.
Ho covato universi di solitudini popolate di parole da quando ero bambina.
Pensieri fluttuanti come poseidonia.
Ho gettato in aria risate di salsedine ed ho trovato me stessa nel ritmo delle onde.
La fierezza della libertà.
Ho scoperto il senso del viaggio nel naufragio.
Il tempo parla sempre.
Ho imparato a respirare nel blu e scendere sempre più giù.
La sfida con i miei mondi.
Ho avuto paura, ma poi ho visto le gorgonie ed ho capito che senza paura non c’è mai bellezza.
Io sono felice.
Felice di essere innamorata della Vita.
Felice di avere le mie radici nel Salento di Vittorio Bodini, Antonio Verri, Salvatore Toma, Vittore Fiore, Antonio Errico e tutti i poeti salentini.
Felice di appartenere alla Terra dal mare di cristallo, che troppo spesso è avara con i suoi figli, eppure ci incanta con la sua bellezza selvatica, come un’eterna adolescente che non sa truccarsi perché non vuole crescere.
Ora è il momento di fare un salto nel blu. Perché alla fine è sempre e solo questo: un salto. E non sai cosa c’è in fondo finché non lo vivi.
Un orizzonte rovesciato, un sogno a forma di conchiglia, una manciata di parole.
Ecco tutto quello che ho per andare incontro alla Vita che deve ancora venire.
Ho la bellezza del mio coraggio con me.
Ho i miei sogni, che il mondo non ha inquinato.
Ho le stelle che mi aiuteranno. Lo sento”
Maria Pia Romano



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