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Matteo: "Preparo il giro del mondo con la mia bici"

Ha già percorso ventitremila chilometri (Vietnam – Italia) e non è ancora soddisfatto. Sta pensando ad un giro molto, ma molto più lungo. Quello del globo. E sapete con quale mezzo? Una bici. Sempre con due obiettivi in testa: scoprire nuovi mondi e aiutare i bimbi disabili. Di chi parliamo? Di Matteo Tricarico, nato a Foggia nel ’69, da due insegnati. Sua madre era maestra elementare, suo padre professore di educazione fisica alle superiori. Dopo il liceo scientifico Matteo ha conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Siena con periodi di studio nell’ambito del Programma ERASMUS (allora ancora allo stadio di progetto) di un anno tra Leeds e Londra in Inghilterra e sei mesi all’Università Cattolica di Lille in Francia. “Durante gli anni universitari – racconta – sono stato attivo con le organizzazioni studentesche, diventando il presidente degli studenti di Siena. Ho ricoperto anche la carica di segretario e poi di presidente dell’associazione studentesca internazionale MOSAIC, il network di università medievali europee. Nel 1994 sono stato insignito del Premio Erasmus, che la Commissione europea assegna ogni quattro anni al miglior studente di ogni Paese, che ha studiato all’estero”. Insomma, sempre dinamico. E i suoi sogni? “Volevo buttarmi nella carriera diplomatica – aggiunge- o, comunque, lavorare per organizzazioni internazionali e vivere all’estero. Ho realizzato questo sogno, visto che, già un mese dopo la laurea, avevo trovato uno stage alla Commissione europea a Bruxelles, dove sono rimasto per cinque anni prima di trasferirmi in Egitto, dove sono rimasto quattro anni. Nel 2004 ero nel Sud-est asiatico. Lì ho vissuto per sei anni, prima di intraprendere questo viaggio. Ed è ovvio, non potevo che farlo con la bici”.
Perché?
Sin dal liceo e in tutti i Paesi in cui ho abitato, ho sempre utilizzato le due ruote come principale mezzo di trasporto urbano. La bici è preferibile alla macchina. E’ ecologica, economica, salutare, silenziosa, più veloce delle 4 ruote nel traffico per distanze fino a cinque chilometri, sicura (almeno non ti schianti per l’eccessiva velocità), affidabile (richiede pochissima manutenzione), facile da parcheggiare, raramente multabile, antistress.
Sì, ma per fare ventitremila chilometri, forse è preferibile un altro mezzo.  Non è così?
Quando ha cominciato a viaggiare in bici? Tutto cominciò in Cambogia, quando comprai una bicicletta nella capitale cambogiana, Phom Penh. Dovevo portarla a Siem Reap, a trecento chilometri di distanza, dove lavoravo. Chiesi al mio datore di lavoro consiglio e lui mi rispose, scherzando: “Potresti andarci pedalando!” In quel momento qualcosa fece click nella mia testa e quel suggerimento, dato per schernirmi, divenne un po’ la mia ragione di vita. La mattina del giorno successivo, ero sulla strada per Siem Reap, dove arrivai tre giorni dopo esausto, ma con una magnifica sensazione di libertà. Se a questa libertà si aggiunge anche il senso di riuscita in un’impresa sportiva, credo non ci sia miglior gratificazione.
Qual è stato il tragitto più lungo prima dell’ultimo Vietnam -Italia?
Ho percorso miglia di chilometri in Indocina, facendo escursioni di alcuni giorni, sino al giugno del 2009, quando ho concluso una piacevole fatica ciclistica, percorrendo in quarantacinque giorni i cinquemila chilometri via terra, che separano Saigon (Vietnam) da Bali (Indonesia). Questo è anche stato il rodaggio finale, che mi ha confermato una cosa: avrei retto sia lo sforzo fisico che quello mentale per attraversare l’Asia.
Quando ha pensato al viaggio?
Ho cominciato ad accarezzare l’idea di viaggio per l’Italia durante quello da Saigon a Bali e la pianificazione è durata appena tre mesi. In fondo, già sapevo quello di cui avevo bisogno: una nuova bicicletta, organizzarmi con i miei datori di lavoro per un periodo sabbatico e partire.
Obiettivo: aiutare i bimbi diversamente abili. E’ così?
Nei viaggi precedenti spesso mi è stato chiesto quale fosse il fine di queste imprese ciclistiche. Alla mia risposta “Lo faccio per visitare posti nuovi”, i miei interlocutori rimanevano spesso delusi, aspettandosi una ragione più nobile ed elevata. Meditandoci, sono arrivato alla conclusione che l’impresa sportiva avrebbe certamente attratto l’attenzione dei media e, quindi, del pubblico verso la causa dei diversamente abili.
Quindi?
Unire la mia passione per la bicicletta all’attività di volontariato che svolgo da anni, avrebbe giovato a quel settore della società che, nei Paesi in via di sviluppo, è l’ultimo degli ultimi. Ho cercato di mostrare al pubblico, visitando i centri, attraverso video, foto e racconti, quelle che sono la condizioni dei bambini diversabili. I giornali locali, quelli dei Paesi che ho attraversato, alcuni italiani, i siti, i blog, radio e tv, hanno parlato del progetto.
Come ha organizzato il viaggio?
Avevo già contatti con associazioni attive nel settore della disabilità infantile, anche se molti altri se ne sono aggiunti lungo il percorso. Sono stati questi che mi hanno indicato il posto in cui erano i loro centri. Infatti, l’itinerario ha coniugato scuole, ospedali, orfanotrofi gestiti dalle tredici associazioni partner, responsabili per strutture, che vanno da poche decine di studenti ad alcune centinaia. Il maggior numero di visite l’ho fatto in India ed in Bangladesh, dove ho anche prestato servizio di volontariato in una scuola rurale. Sicuramente le visite ai centri che ospitano i bambini diversabili sono stati momenti toccanti, che hanno lasciato un segno indelebile nella mia memoria e nella mia coscienza. Quest’aspetto mi ha arricchito parecchio. Ho cominciato a provare un nuovo, più profondo senso della compassione.
Ventitré mila chilometri in bici: ma come ha fatto? Non è stato pesante?
In realtà ho percorso in media un migliaio di chilometri al mese con soste anche lunghe, che non mi hanno fatto sentire troppo lo sforzo fisico. Anche se i tratti montani dell’Himalaya e dell’Armenia sono stati particolarmente duri. Credo una cosa: la maggiore sensazione che si prova in un viaggio in bicicletta è quel senso di libertà di gestire il tempo e le diverse tappe, che solo le due ruote ti danno. Pedalando, si vedono lentamente panorami che cambiano gradualmente, ma in modo inesauribile. Con gli occhi passi da lussureggianti foreste a rade savane. E poi che bello spostarsi ad ovest, e attraversare i deserti dell’Asia minore!
Cosa ha portato con sé?
L’indispensabile per coprirmi. A seconda delle latitudini, in cui mi trovavo, acquistavo o mi liberavo di vestiti. Più che il freddo, ho sofferto il caldo, avendo attraversato soprattutto Paesi tropicali, continentali e mediterranei durante l’estate.
Dove dormiva? Cosa mangiava? Era in compagnia?
Il viaggio l’ho fatto solo, ma ho incontrato parecchie persone con cui ho stretto una buona amicizia. Ho trascorso gran parte delle notti in piccoli alberghi, anche se in molti casi ho utilizzato un’ amaca per dormire ai tropici, sostituita con una tenda dagli Emirati Arabi in poi, vista la penuria di alberi nei deserti iraniani. Ho anche spesso alloggiato nelle abitazioni della persone che ho conosciuto lungo la via oltre che in stalle, su tetti e in dormitori. Non ho portato con me equipaggiamento per cucinare, perciò ho sempre mangiato in ogni tipo di ristoro, che ho trovato lungo il cammino.
Ha provato paura, tristezza?
Non saprei dirlo, forse inconsapevolmente mi sono trovato in circostanze pericolose, ma non ho mai avuto veramente paura per la vita o la borsa. Mi sono preoccupato, dormendo all’aperto o guidando di notte. Comunque, sono stato sempre sul chi va là ed ho frenato quando serviva! Le città più belle che hai visitato? Delle città riesumate dell’antichità metterei tra le prime due Angkok in Cambogia e Persepolis in Iran, due luoghi magnifici ed indimenticabili, dove si sente la presenza del passato a ogni passo. Tra quelle vive oggi si distinguono le indiane, come Calcutta e Munbai sia per le bellezze architettoniche, che per la variopinta calca umana. E tutto immerso in un pungente odore di curry e masala, che le rende uniche. Trascorrendo la maggior parte del tempo in campagna, le città diventavano luoghi dove poter trovare prelibatezze.
Dove ha avuto l’accoglienza più calorosa?
Nei posti più poveri e lontani dalle vie di comunicazione!
Quanto tempo si fermava in un posto?
In Nepal anche cinque mesi per attendere il passaggio della stagione delle piogge, ma di solito solo per alcuni giorni. Le manca ora il Vietnam? E se dovesse descriverlo, cosa direbbe? Ho vissuto nel Sud-est asiatico per sei anni e sento quelle terre un po’ casa mia. Mi manca un po’ di tutto, dalla cucina al modo di fare delle persone, con cui mi sono sempre sentito molto a mio agio. Ora, con il freddo invernale italiano, mi piacerebbe davvero essere da quelle parti a godermi il caldo persino torrido, a cui mi sono abituato.
Progetti per il futuro?
Sto preparando il giro del mondo, tornando in Thailandia il prossimo febbraio, per poi procedere verso nord-est, attraverso la Cina e la Russia. Vorrei passare per l’Alaska e percorrere tutto il continente nord e sud americano. Un viaggio di un altro paio d’anni.
Quanto è costata l’iniziativa? E chi ha sostenuto le spese?
L’iniziativa è stata completamente autofinanziata con i miei sudati risparmi degli ultimi anni di lavoro e dal giorno della partenza all’arrivo ho speso circa quindicimila euro. Ho ricevuto donazioni per circa 2000 euro.
Pensa di scrivere un libro sulla sua avventura?
L’ebook, con il diario di bordo, è già in preparazione e sarà in vendita su vari siti italiani ed esteri. Per quello stampato, beh, vedremo alla fine del giro del mondo.
Cinzia Ficco
Per info mt@matteot.com
www.travelforaid.com

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