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Michela e gli operai che hanno dato l'Assalto al cielo

Lei, i lavoratori senza più un lavoro, li ha seguiti e raccontati quando le telecamere si sono spente.

Si tratta di  Michela Giachetta, 34 anni, bolognese, giornalista di Dnews, freepress di Roma e Milano che, per mesi ha seguito le vicende di alcune decine di operai cassaintegrati, in mobilità, licenziati, con un filo conduttore comune: avevano dato tutti l’assalto al cielo per non perdere il posto di lavoro. Le loro storie sono racchiuse in un libro “Assalto al cielo. La classe operaia va sui tetti”, pubblicato di recente da Fandango. Quello di Michela, dunque, è il caso di una tosta, che va a caccia di altri tosti, costretti a salire sui tetti delle aziende, sui monumenti e a rimanerci per settimane, in alcuni casi anche per un mese, a gridare la loro rabbia e non perdere il loro impiego.

 “L’idea – spiega Michela – mi è venuta in redazione, davanti alla macchinetta del caffè. Parlavo con un collega delle difficoltà nel nostro giornale. Da lì, ho allargato lo sguardo e mi sono chiesta quali sono gli strumenti che avevano adottato gli altri lavoratori di aziende in crisi per protestare. Mi sono venuti in mente gli operai e ricercatori saliti su tetti e monumenti. E mi sono chiesta che cosa fosse loro successo. Ho fatto alcune ricerche e ho iniziato il mio viaggio per andare a scoprirlo. Per loro è stata dura la fase della lotta. Ma sofferta è stata anche la fase successiva alla protesta, quando andavano via le telecamere, si spegnevano i microfoni e loro tornavano a essere invisibili. Nel mio libro ho voluto raccontare cosa fosse successo a tutti quei lavoratori e alle loro aziende, dopo l’assalto al cielo”.

Dieci aziende, decine di occhi e voci di persone che non avevano intenzione di arrendersi. Lavoratori e lavoratrici della Yamaha, della Merloni, ma anche dell’ lspra, l’ente di ricerca ambientale, dell’Innse di Milano, tanto per citarne alcune.

“L’unica vicenda – afferma – che ho seguito interamente, dall’assalto al cielo fino alla firma del nuovo accordo al ministero del Lavoro, è stata quella della Conus, azienda che si occupava della lettura dei contatori. Con la loro protesta, i lavoratori chiedevano l’inserimento nel contratto della clausola di salvaguardia occupazionale, dopo la cessione dell’azienda ad un nuovo proprietario. Sono riusciti a raggiungere il loro scopo”.

In quanti casi si è ottenuto quello per cui si è tanto lottato? “In due soli casi – replica la giornalista – I lavoratori della Conus appunto e quelli dell’Innse, che sono riusciti a trovare un nuovo proprietario e a tornare al lavoro”.

Ma una forma di protesta così estrema serve? “In alcuni casi è servito, in altri no – replica l’autrice del libro- L’elemento di novità svanisce in fretta e i lavoratori sono tornati nella maggior parte dei casi invisibili”.

Un messaggio forte, che le ha consegnato qualche operaio? “Un operaio della Yamaha – risponde – mi ha detto: Saliamo sui tetti per non finire sotto i ponti”. Un messaggio che racchiude tutta la rabbia e la disperazione di chi sale su tetti o monumenti. Ma anche tutta la dignità di chi prova ancora a cambiare le cose”.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

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Written by Cinzia Ficco

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