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Mimmo Mastrulli : "Più poliziotti nelle carceri, meno per le scorte!"

Difficile far rispettare le regole in micro gabbie da venti letti. Difficile mantenere la calma in caso di sommosse e tentativi di fuga. Difficile sbattere al buio ragazzi con la sofferenza stampata sul volto. Difficile vedere bimbi che non possono avere le cure dei pediatri. Difficile resistere a chi per ore piange, e, invano, cerca di proclamarsi innocente. Difficile reggere al suicidio di uno che cominci a sentire quasi familiare.

Eppure Domenico Mastrulli, nato a Trani nel ’59, non ha mai mollato, perché il suo lavoro in carcere, quello che gli ha fatto conoscere persino Toni Negri e Renato Vallanzasca, l’ha sempre fatto con passione.

Domenico, Mimmo per gli amici, dal 20 aprile del 1978, è Ispettore Superiore del Corpo di Polizia Penitenziaria. E’ stato il Fondatore nel ‘93 dell’Osapp, http://www.osapp.it/ uno dei sindacati di Polizia penitenziaria più influenti, con seimila iscritti, di cui è vicesegretario nazionale ed ha ideato l’Osservatorio Internazionale Permanente Per la Sicurezza.

“Oggi – chiarisce Mimmo – sono distaccato presso il Sindacato con un provvedimento del Consiglio dei Ministri, ma a questo lavoro per anni ho dato il sangue”. E’ un mestiere affascinante – fa capire – ma ad alto rischio, che oggi si fa in condizioni spesso disumane: il personale è sotto organico, si sa. Le carceri sovraffollate. “Ma – aggiunge – qualcosa con il Ministro Severino comincia a muoversi”. 

Signor Mastrulli, perché ha deciso di fare l’agente di polizia penitenziaria?

Sembrerà strano, ma lo faccio per amore della divisa da poliziotto e anche, non lo nascondo, per assicurare a me e alla mia famiglia uno stipendio fisso al mese.

Come ha cominciato?

Intanto ho cominciato alla fine degli anni Settanta, quando ci fu il sequestro di Aldo Moro. Mi sono formato alla Certosa di Parma, oggi sede di una delle scuole di Polizia penitenziaria più rigide. Ho lavorato quindi a Parma, e tra le mie esperienze più “toste” ricordo una perquisizione straordinaria al carcere di Brescia, una al carcere milanese di San Vittore. All’epoca c’era Renato Vallanzasca. Erano gli anni (1970- 1980) delle evasioni pianificate, quando per fuggire dal carcere si organizzavano sommosse e qualche volta ci scappava pure il morto.  Nel 1978 fui assegnato al Super Carcere di Trani. Ne ho viste tante, tra assedi, scontri continui, fino alla rivolta del dicembre 1980, quando vennero prese in ostaggio quasi venti persone tra agenti di polizia penitenziaria, sottufficiali, appuntati. Allora fu anche rapito e ucciso dalle Brigate Rosse il magistrato Giovanni d’Urso.  Ho lavorato come agente di polizia penitenziaria, dunque, dal ’78 al ’97, quando ho lasciato il comando di reparto del carcere femminile di Trani per il sindacato di polizia.

Non ne poteva più?

Guardi ho dato tanto. E’ stato davvero difficile lavorare dall’81 con i peggiori delinquenti e i terroristi. Fui inserito  tra le Matricole dei detenuti, da dove operai a stretto contatto con  la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Nel 1986 vinsi il concorso da Vice Brigadiere e frequentai di nuovo e per nove mesi il corso di formazione per ex sottufficiali degli agenti di custodia presso la Scuola della Certosa di Parma, che, assicuro, è una delle migliori. E più toste.

Poi?

Al termine degli esami, che superai, fui assegnato alla casa Circondariale di Cosenza, dove alcuni anni prima avevano ammazzato il direttore del carcere, Sergio Cosmai e dove fecero fuori nei mesi successivi anche il maresciallo Giuseppe Salzone. Nel 1987 fui trasferito nel carcere di Bari e otto mesi dopo di nuovo a Trani, nel supercarcere, dove diventai responsabile e coordinatore dell’istituto Femminile di Piazza Plebiscito. Nel 1996 diventai Comandante di reparto di quella struttura. Dopo mi dedicai al sindacato, che avevo fondato tre anni prima a Roma con un gruppo di colleghi del dipartimento. Cominciai ad occuparmi delle esigenze di molti colleghi più deboli, che lavoravano in condizioni critiche.

Quando si parla di agenti di polizia penitenziaria si pensa il più delle volte a persone esaltate, che, molte volte, usano violenza gratuita nei confronti dei carcerati. Ci sono tanti episodi che confermano questa associazione. Non è così? 

La violenza gratuita, se così si può dire, nelle carceri, non esiste. Esiste, invece, la difficile condizione di vita penitenziaria, esiste la difficilissima convivenza tra detenuti, esiste il dovere di far rispettare norme, regolamenti. Le assicuro che non è semplice.  A volte sono i detenuti che, per condizioni di vita non facili, creano fibrillazioni, scintille e cercano  lo scontro fisico. Certo, non escludo casi di violenza da parte di colleghi, ma sono isolati. Gli esaltati, non c’è dubbio, vanno condannati fermamente. Però, voglio ricordare alcuni dati.

Prego

Le statistiche attuali parlano di agenti che ogni giorno nelle 211 carceri per adulti e nelle 20 destinate ai minori subiscono, spesso in silenzio, atti di violenza, da parte di pericolosi criminali, i quali molte volte fingono di essere attaccati o maltrattati, per reagire con barbarie.

Si dovrebbe quindi potenziare l’organico?

Siamo sotto organico, in effetti. La situazione è esplosiva. Nelle carceri Italiane, che ospitano circa 66 mila detenuti contro i 43 mila previsti, ci sarebbero circa 10 mila poliziotti in meno. Al posto dei 45 mila previsti da un decreto ministeriale del 2001, operano circa 35 mila di queste unità. Ma solo 25 mila lavorano direttamente nei penitenziari. Gli altri sono imboscati nei Dipartimenti, nei Provveditorati regionali, nell’Ufficio Esecuzione Penale esterna, tra le Scorte a Magistrati e Politici, o fanno lavori d’ufficio.

 Quali sono le carceri, in cui si sta peggio?

Quelle costruite nell’era Borbonica, tra cui Poggioreale (Napoli), L’Ucciardone (Palermo), Catania, nella vecchia struttura,  San Vittore (Milano) e Bari. Lì le strutture sono vecchie, ridotte male, mai ristrutturate, mai ritinteggiate. Lì mancano igiene e sicurezza.

Le carceri sono sovraffollate. Un’amnistia sarebbe una soluzione?

Amnistia e indulto potrebbero essere una soluzione. Purtroppo. Solo scarcerando almeno 20 mila detenuti, la vita dura di carcerati e agenti si alleggerirebbe.

Quale Governo ha preso sul serio la questione?

Nessuno. Qualcosa comincia a muoversi con l’attuale Guardasigilli Paola Severino . Sono in cantiere progetti di legge sulla depenalizzazione di alcuni reati, sulla modifica delle convalide nelle carceri da parte dei Magistrati per i nuovi arrestati,  sulla rivisitazione delle Tutele e delle Scorte. Si vogliono mandare più agenti negli istituti di pena. Molto attivi e sensibili si stanno dimostrando il nuovo capo del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) di Roma, presidente Giovanni Tamburino e la Vice capo del Dipartimento Vicaria, presidentessa, Simonetta Matone

 Ma a cosa serve il carcere oggi in Italia?

Le carceri dovrebbero servire alla custodia di chi deve espiare una pena. Il carcere dovrebbe indurre alla risocializzazione, alla rieducazione, al reinserimento nel lavoro e nel contesto sociale e culturale. Ma tali obiettivi sono difficili da perseguire, soprattutto in istituti, in cui la percentuale di sovraffollamento è pari al 100 per cento. Parlo delle carceri in Puglia, Lazio, Lombardia e Calabria. In tali strutture, in cui i poliziotti sotto organico e non hanno la possibilità di seguire corsi di formazione professionale, rieducare diventa un sogno.  In quei posti i colleghi sembrano dimenticati dalle istituzioni. Non solo.

Cos’altro?

In carcere si ozia, perché manca anche il “lavoro”, indispensabile ed irrinunciabile per la rieducazione. Dopo trentaquattro anni di servizio in polizia Penitenziaria – sono prossimo al grado e alla qualifica di Sostituto Commissario – mi viene difficile pensare alla rieducazione nel carcere Italiano, dove molte donne e tanti bambini, non possono beneficiare delle cure dei pediatri. Mi riferisco a quello che è successo di recente nel penitenziario di Foggia, con due bambini rumeni.

La giustizia italiana, dunque, più afflittiva che rieducativa!

Sì, è così. Una giustizia lenta e farraginosa. Una magistratura che predilige le manette e la punizione alla rieducazione, una magistratura che spesso sbaglia. Quanti ne ho visti risultati poi innocenti. Quanto è doloroso vedere persone senza colpa, in attesa di un giudizio che non arriva mai! I loro pianti, le loro invocazioni ce li ho stampati nella mia mente. Molti hanno preferito farla finita.

Cos’è che la faceva soffrire di più quando era operativo in carcere?

Dover chiudere una cella con venti letti quando dietro le sbarre c’era un giovane indifeso, che ti guardava e implorava pietà.

Bisogna essere proprio tosti!

Devi solo applicare le regole e farle rispettare. Certo, si soffre. E tante volte è una lotta con la propria coscienza. Sa, per fare questo lavoro non occorre solo rigore. E’ necessario anche essere disponibili e altruisti, cercare di immedesimarsi nelle sofferenze degli altri.

Tre aggettivi per definirsi?

Battagliero,coerente e “tosto”.

Cosa ricorda di Toni Negri?

La garbatezza, la cordialità, l’educazione, la preparazione, ma anche i suoi occhi lucidi ed agghiaccianti, la sua voglia di cambiare il mondo anche attraverso la violenza. Lui amava chiamarmi Agente Dominique.

Ha mai avuto paura?

Certo, solo gli stolti non hanno paura. L’ho provata nel corso del sequestro dei 18 agenti di polizia penitenziaria nella Rivolta del dicembre 1980 a Trani, nel corso dell’attacco ai terroristi, ed anche quando il Bel René quasi staccò la testa con un punteruolo rudimentale ad un altro detenuto nell’ora d’aria. Era il 1979 ed io ero di guardia. C’erano settanta  detenuti da controllare. Ebbi paura, perché non ero pronto a scene orrende ed a gente che per evadere sequestrava i poliziotti. In quel periodo, svolgevo servizio a turno d’istituto, nei reparti di massima sicurezza, e di vigilanza armata sul muro di cinta. Ricordi terribili.

                                                                                                                           Cinzia Ficco

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Written by Cinzia Ficco

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