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Pino D'Acquisto: "Devo tutto a San Patrignano"

Molti di noi conoscono la Comunità di San Patrignano, realtà sociale e produttiva, adagiata sulle colline riminesi.

Da oltre trenta anni San Patrignano, per tutti Sanpa, accoglie ragazzi e ragazze con gravi problemi di droga senza fare alcun tipo di discriminazione ed offre ai giovani tossicodipendenti una possibilità di recupero attraverso il lavoro, le conoscenze, l’istruzione, insegnando loro un mestiere e contribuendo anche al loro reinserimento nella società. Nella comunità svolgono la loro attività oltre cento  operatori volontari e circa trecento tra collaboratori e consulenti. Tra questi c’è Salvatore D’Acquisto, da sempre chiamato Pino: 58 anni, di Taranto.

Pino è un ex tossicodipendente, uno che quindi ce l’ha fatta ad uscire dal baratro, a riappropriarsi della sua vita e della sua dignità. Una persona caparbia e buona, uno che la vita aveva paura di viverla. Al contrario, non temeva la morte.

Lo abbiamo incontrato.

Pino, raccontaci un po’ di te.

Ho vissuto a Taranto. La mia è stata un’adolescenza complessa, con una famiglia vecchio stampo, tutti in casa, comprese nonna e sorelle della nonna. Ho avuto due fratelli, morti negli anni ‘60, a causa di malattie all’epoca incurabili: la sorella a 9 mesi, il fratello quando aveva 11 anni. E’ stato uno shock prolungato per tutti noi. Abbiamo sofferto tanto ed io ho vissuto come un figlio unico. Avevo un carattere terribilmente chiuso, tutte le vicende di vita le ho vissute dentro me stesso. E questo mi ha condizionato pesantemente.

 Quando hai iniziato ad assumere stupefacenti e perché?

Avevo molti amici, andavo a feste, ma ero solo dentro. Nessuno che mi capisse veramente. Ed alle feste ho iniziato con la mia prima tappa, l’alcool. Poi nel 1972, a 17 anni, mentre ero ad un concerto, ho iniziato a toccare il fondo e da lì è stata tutta un’escalation.

Come ti sei avvicinato a San Patrignano?

Nonostante fossi tossico, vedevo Vincenzo Muccioli in televisione. Questo uomo mi suscitava ammirazione profonda. In lui ed in quello che faceva sentivo una sorta di speranza, di possibilità di riemergere. Avevo amici a Sanpa, che mi parlavano di Vincenzo in modo entusiastico. Decisi di scrivergli e fui accolto.

Quando sei entrato in comunità?

Ebbi il colloquio con Vincenzo alla fine del 1991, quasi vent’anni dopo il famoso – per me – concerto. Avevo 36 anni. Non mi fece aspettare molto, perché entrai nel gennaio del 1992. Avevo trovato finalmente qualcuno che mi capiva.

Quanto tempo è durato il percorso terapeutico?

Tre anni. Però, nell’ultimo periodo, prima di concludere il percorso, facevo già volontariato ed ogni tanto ritornavo a Taranto, la mia città.

Un momento importante, che ti piace ricordare di quel periodo?

Alla fine del 1992 morì mio padre. Vincenzo mi dette il permesso d’andare a casa per il tempo che ritenessi necessario. Dopo due giorni rientrai. Se fossi rimasto un solo giorno in più non sarei più ritornato a Sanpa. Credo che la forza di ripartire me l’abbiano data in primo luogo mio padre e poi Vincenzo. E’ stato il momento della vera svolta.

 L’uscita definitiva dalla comunità è avvenuta dopo i tre anni previsti?

Sì, nel 1998, ma per volontà mia. Fare volontariato mi gratificava. A Taranto ho conosciuto Antonella, ora mia moglie. Ho ripreso l’attività di edicolante, mi sono sposato e sono diventato padre di una bellissima bambina, che oggi ha nove anni.

Però, sei di nuovo qui, a San Patrignano, ma ti occupi di altro.

Sì, sentivo il desiderio di tornare, sentirmi utile. Andare a casa con un nuovo animo mi dette la spinta per risalire. Ne parlai con mia moglie, la quale capì e mi assecondò. Ora siamo qui, noi due come volontari mentre nostra figlia va a scuola nel centro studi. Tante cose sono cambiate.

Tipo?

La struttura è cambiata moltissimo. In meglio. Per quanto riguarda gli ospiti, quando sono entrato io i ragazzi venivano tutti dalla strada, molti dalla galera, erano straccioni, eroinomani, sfatti e disperati. Oggi, invece, pochi vengono dalla strada o dal carcere. Sono quasi tutti cocainomani o dipendenti da anfetamine e altri intrugli.

Cosa fai oggi a Sanpa?

Sono responsabile del settore coltivazione: orto, ulivi, fiori e vivaio. E con me lavorano più di 30 ragazzi ospiti.

Come è cambiata la tua vita?

In meglio, non c’è paragone: sono cambiato quando ho preso consapevolezza che dovevo lavorare su me stesso. Faccio quel che desidero, sono con la mia famiglia, sono circondato da un’umanità inimmaginabile. E sono felice.

Chi senti di ringraziare?

Sicuramente e prima di tutti, Vincenzo Muccioli. Poi Mario Monaco – il responsabile della cantina-, perché mi ha rigirato come un calzino, facendomi tirar fuori tutto quello che non avevo detto in 36 anni di vita, mia moglie e mia figlia. E tutta Sanpa, che mi ha sempre tenuto le porte aperte.

Ti senti un tipo tosto?

No.

Progetti?

Voglio continuare il lavoro su me stesso, voglio stare con la mia famiglia. Rimanere e con i ragazzi di Sanpa mi dà energia, soddisfazione e mi aiuta a continuare a dimostrare a me stesso che si riesce ad uscire dal buio. La solidarietà è fondamentale per vivere bene.

                                                                                                                        Matteo Selleri

Un personale e sincero ringraziamento va a Matteo e Federica dell’Ufficio stampa di San  Patrignano.

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