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Il docente Fabio De Felice: Già vedo effetti digitali che voi umani… Il nostro futuro tra bit e robot. Prepariamoci!

Sembrava di aver raggiunto una soglia alta, con quota 4.0. Ma è tempo che ci si prepari allo step successivo. Ormai ci siamo: la quinta rivoluzione è alle porte. Il Covid19 è stato un driver, un vero e proprio acceleratore tecnologico, che ci ha sbattuto in faccia una realtà: il futuro sarà sempre più digitale. O, quasi, non sarà.

E – non dico i nonni – ma almeno i genitori di millennials e Gen Z – senza storcere il naso, dovranno imparare a lasciar andare per sempre la vita in analogico e rimodularsi nei nuovi spazi virtuali. I più antichi potranno sintonizzarsi con le nuove leve soltanto reinventando ruoli e identità nella cosiddetta infosfera, per riprendere un termine caro al filosofo e saggista Luciano Floridi.

Qualcuno resiste, terrorizzato dall’ignoto. Ma l’innovazione digitale non deve fare paura. L’abbiamo visto durante la pandemia. Con l’ausilio delle nuove tecnologie siamo riusciti a curare persone, lavorare, fare la spesa, permettere ai nostri figli di non perdere la scuola. Certo, non tutti e nello stesso modo. Con qualche eccezione, abbiamo continuato a seguire corsi, sostenere esami, incontrare amici, vendere prodotti, confrontarci con i colleghi. E tutto grazie alla Rete.

La pandemia, dunque, ci ha spinti e lo fa ancora oggi a familiarizzare prima con i cosiddetti meccanismi di shutdown. Il processo è velocissimo, oltreché inarrestabile.

Di recente è stato pubblicato da Mc Graw Hill, un bel libro, dal titolo: Effetto Digitale, visioni d’impresa e Industria 5.0, che è una sorta di finestra aperta su un mondo ancora simile ad una nebulosa, ma con cui dobbiamo iniziare a fare i conti.

A scriverlo sono stati Fabio De Felice, docente di impianti industriali all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, fondatore e presidente di Protrom Spa e Antonella Petrillo, docente al Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope, componente del Gruppo di Lavoro Industria 4.0.

Duecento pagine, in cui sono presenti casi di aziende internazionali – che la pandemia ha costretto a riconvertirsi- e realtà industriali, guidate da imprenditori visionari, di quelli, per intenderci, che intravedono a breve un massiccio avvento di macchine intelligenti e collaborative in azienda o di altri che con la immaginazione galoppano e si stanno già attrezzando addirittura per il 2045.

Per quella data alcuni studiosi, tipo Raymond Kurzwell, ipotizzano il passaggio dall’uomo biologico a quello bionico. Sarebbe la fase in cui l’intelligenza artificiale potrebbe superare quella naturale, umana, con la creazione di robot dotati di sentimenti o l’invenzione di macchine su cui verrebbe trasferita la nostra coscienza. Obiettivo: garantirci l’immortalità.

Ma se tappe di questo tipo sembrano ipotesi dell’irrealtà, bene faremmo a concentrarci su casi più abbordabili: quelli di aziende che con il lockdown hanno dato prova di resistenza e creatività.

Nelle prime pagine del libro gli autori descrivono una realtà aziendale che negli ultimi mesi si è dimostrata abbastanza resiliente.

Si tratta della Frescofrigo  Holding Spa che, guidata da Enrico Pandian, attiva  nell’healty food, ha sviluppato un frigorifero intelligente. Epta.

“Il cliente – si legge nel libro – può sbloccare il frigo con il suo smartphone e prelevare il prodotto di suo gradimento tra un’ampia selezione di cibi.  Con l’emergenza sanitaria l’ azienda si è trovata di fronte alla necessità  di dover cambiare il suo modello di business. Scendere a fare la spesa nel corso del lockdown non era semplice sia per le interminabili file ai supermercati, sia per mantenere il distanziamento  ed evitare contatti. E’ nata così l’idea di un supermercato di condominio: un retail che consente ai condomini di acquistare generi alimentari senza dover uscire dal proprio complesso residenziale. I primi Frescofrigo sono stati installati a Milano in un moderno e tecnologico complesso residenziale: il Social Village Cascina Merlata”.

La rivoluzione 5.0, come si legge nell’ultima parte del libro, cambia la concezione del tempo e dello spazio. Si comprimono le distanze, la geografia è sempre più irrilevante, così come l’always on diventa la condizione esistenziale, mentre  la simultaneità dei processi richiede uno jetlag più veloce.

Cosa significherà questo tra qualche anno? Lo smart working diventerà almeno per alcuni settori una modalità fisiologica di lavoro e si dovrà ripensare velocemente e in modo efficace anche una azienda che ha subito la reinvenzione digitale dello spazio.

“Con le tecnologie emergenti in arrivo, dalla gestione del magazzino – scrivono i due – al pagamento delle casse, ogni azione è computerizzata al punto che se viene meno la connessione o il funzionamento del software gestionale quel luogo smettere di essere un supermercato per diventare poco più che un magazzino. Il codice, le connessioni, la rete, spazializzano quel luogo al punto da renderlo quello che è. In quel caso è il codice che ridefinisce l’ontologia dello spazio. L’immaterialità digitale reinventa luoghi che non potrebbero essere altrimenti. In questa prospettiva lo spazio è una creazione in costante divenire ed è il codice software l’elemento chiave che produce continuamente lo spazio e il suo senso”.

Di fronte alla prospettiva di trasformazioni così imponenti, che forse oggi incontrano resistenze da parte di chi pensa si possa tornare indietro dopo la pandemia, occorre prepararsi.

Chi dovrebbe farlo subito e come? L’invito dei due autori è rivolto soprattutto ai tanti imprenditori italiani che ancora “utilizzano un numero limitato di tecnologie, dando priorità agli investimenti infrastrutturali, come soluzione cloud, connettività in fibra ottica o in mobilità, software gestionali, cybersecurity. E lasciano ad una fase successiva l’adozione di tecnologie applicative”.

Per i due docenti occorre quanto prima superare un approccio quantitativo – del tipo che la maturità digitale è uguale al numero di tecnologie adottate – e considerare come fattore chiave l’integrazione tra tecnologie infrastrutturali e tecnologie applicative, in una ottica di complementarietà”.

E i giovani che oggi stanno progettando il loro futuro?

Lasciandosi guidare dall’esperienza di Paolo Boccardelli, direttore Luiss Business Scool, gli autori indicano una strada da seguire: apprendimento costante. Il principio del life long learning deve caratterizzare la vita di chi lavora.  

“I cambiamenti che impatteranno maggiormente sulle imprese nei prossimi 5-10 anni – si legge- mostrano la necessità di specialisti in grado di ottimizzare i processi aziendali e controllarne i costi, nonché di persone abili nello sviluppo e nell’innovazione, nell’industria informatizzata, nella ricerca di nuovi mercati e nell’adeguamento alle esigenze del cliente. Si lavora sul web, sul software, su reti e applicativi, applicazioni mobili, dati digitali e analytics, intelligenza artificiale e automazione, connettività, comunicazione, formazione e gestione nell’economia digitalizzata. Secondo l’ultima rilevazione Ocse le professioni più richieste nei prossimi 5 anni saranno quelle di: esperti di cybersecurity, blockchain, data scientist. Le figure professionali più a rischio sono quelle in cui l’intervento cognitivo è minimo. Scompariranno i venditori telefonici, seguiti dai dattilografi,e dai segretari. Serviranno sempre più capacità analitica, rapporto empatico e umano.  Pertanto, a resistere all’automazione, ci saranno gli educatori”.

Interessante la parte dedicata da De felice e Petrillo alla cybersicurezza, alla necessità di una lotta serrata al deepfake, che secondo il rapporto Clusit 2020 rappresenta una delle maggiori minacce informatiche del prossimo decennio. Scrivono: “Ci preoccupiamo di difenderci dall’hacker nerd e non prestiamo attenzione al cybercrime. Il cyberspace è la cosa più complessa che l’uomo abbia mai costruito: da un lato unione di migliaia di reti che rendono difficile anche solo avere una fotografia istantanea di ci vi è connesso, dall’altro,, la stratificazione di programmi software e protocolli sviluppati negli ultimi quaranta anni. Questa complessità è generatrice di vulnerabilità che viene sfruttata dai cybercriminali  per sottrarre dati o arrecare danni. Immaginate cosa potrebbe accadere se si spegnessero all’improvviso tutti i semafori di una metropoli, se si bloccassero gli ascensori e le ambulanze non potessero più ricevere l’indirizzo giusto per recuperare i feriti. Molte volte i danni di attacchi informatici dipendono dal fattore umano. Un click sbagliato  può infatti distruggere qualsiasi linea di difesa tecnologica di un singolo appartato,  una organizzazione  o un Paese. Sono le persone che si fanno pescare da una campagna di phishing, che usano come password il nome del gatto o del consorte, che usano lo stesso smartphone per farci giocare i figli e poi accedere alla rete aziendale. Queste persone sono le prime ad aprire le porte ai criminali verso i siti, le reti e i database della loro organizzazione, con effetti pericolosi. Nel cyberspace le minacce sono in continua mutazione”.

Di qui la necessità per un Paese di mettere al centro delle proprie politiche la cybersicurezza. “In Italia interi settori di eccellenza, come la meccanica, la cantieristica, il made in Italy, il turismo, l’agroalimentare e i trasporti, potrebbero subire pesanti ridimensionamenti di fatturato a causa di attacchi perpetrati nel cyberspace da Stati sovrani o da concorrenti. Non solo l’industria, ma anche la democrazia è potenzialmente sotto attacco”.

La complessità in questo senso potrebbe diventare fonte di angoscia. Ma se ci attrezziamo in tempo utile, le nuove tecnologie potranno garantire una esistenza migliore.

 “L’Innovazione digitale – fanno sapere i due professori – per esempio, potrebbe aiutarci a risolvere il problema dello spopolamento. Superato il digital divide, tanti borghi, oggi svuotati, potrebbero tornare a vivere. Senza parlare di tutte le applicazioni che potrebbero avere i robot. Sì, probabilmente, l’arrivo robusto e inarrestabile di macchine ridurrà posti di lavoro, ma di sicuro eliminerà attività ripetitive, usuranti, oggi malpagate”.

Da pagina 137 a pagina 153 del libro sono descritte le infinite possibilità di utilizzo di queste macchine intelligenti. Si va dai robot utilizzati in ambito sociale – per il gioco, il cinema, l’assistenza agli anziani – a quelli in ambito medico. Pensiamo al robot chirurgico da Vinci, che consente a un chirurgo seduto in postazione prossima al malato di operare come se le sue mani siano realmente delle pinze nel corpo del paziente. 

“Lo Smart Tissue Autonomous Robot, invece – ci dicono gli autori- è in grado di effettuare suture di precisione.  In ambito terapeutico esistono già diversi sistemi di riabilitazione neuromotoria basati su interfacce robotiche controllate al calcolatore. Esempi: smorzatori attivi del tremore possono essere impiegati in caso di sclerosi multipla o Parkinson; sistemi di registrazione  ed ausilio motorio possono essere impiegati per esercizi post traumatici. Inoltre, in frangenti complessi come quelli di una epidemia, la robotica può rivelarsi utilissima in diversi ambiti strategici. Durante eventi come l’emergenza sanitaria, si possono utilizzare avatar robotici  in telepresenza per  ridurre i contatti tra medico e paziente, per il tracciamento dei contagi, la raccolta di dati e l’ elaborazione di modelli di analisi medica. Per esempio, il Brigham and Women’s Hospital di Boston ha impiegato il cane spot della Boston Dynamics, per l’assistenza ospedaliera  nel triage dei pazienti sospettati di avere casi meno gravi del Covid”.

Poi ci sono i robot biodegradabili, quelli che si ispirano ad organismi biologici, i cobot, i robot collaborativi in azienda. Su quest’ultimo tipo di applicazione, i due autori riportano la testimonianza di Bruno Siciliano, professore di automatica presso il Dipartimento di Ingegneria elettrica e delle Tecnologie dell’Informazione dell’Università degli Studi Federico II di Napoli, uno dei padri della robotica, che ha creato il Prisma Lab, capace di attrarre giovani ricercatori da tutto il mondo.

A suo avviso, l’intelligenza artificiale dovrà sempre più coniugarsi alla robotica industriale per rendere i robot degli agenti consapevoli e in grado di apprendere dal proprio operato. Così, in attesa di vedere robot in grado di programmarsi da soli, come stimano alcuni futurologi, Siciliano invita a non avere paura. “Un giorno – fa sapere – saranno così diffusi che non ci faremo più caso, come succede con i personal computer o gli smartphones. Il sogno è quello di arrivare a macchine in grado di sviluppare sentimenti. Macchine talmente intelligenti che in futuro saranno in grado di scegliere, per simpatia, con quale robot o essere umano relazionarsi”.

Altro aspetto da considerare sui robot è descritto a pagina 153 e riguarda le aziende di moda. Con la robotizzazione dei processi di produzione si può garantire il reshoring, cioè, il ritorno nei Paesi avanzati di attività trasferite all’estero. “Una fabbrica robotizzata con dispositivi in grado di produrre capi di abbigliamento in modo automatico e a costi contenuti permetterebbe di creare una nuova classe di operatori e tecnici della produzione, in grado di programmare e gestire i processi e di trasferire le conoscenze necessarie alla produzione ai robot intelligenti. Questa nuova generazione di robot collaborativi sarà in grado di apprendere azioni complesse come assemblare e cucire un capo di abbigliamento o costruire una calzatura. Permetterà inoltre di aiutare molti artigiani che, invecchiando, non riescono più a svolgere parti fisicamente più impegnative della propria professione né trovano giovani di bottega che li possano aiutare”.

Aspettando una vita infosferica, algoretica, a tutta bit, non resta che sviluppare una mind set.

Come ha scritto Barbara Carfagna nella Prefazione, dopo la prima rivoluzione con Copernico, quella in cui abbiamo compreso che non siamo la specie centrale di un pianeta al centro dell’universo, la seconda, quella in cui siamo diventati consapevoli che non siamo stati “creati” fuori dal contesto animale, con la teoria di Darwin, la terza ad opera di Freud, per cui abbiamo capito che non siamo in totale controllo  della nostra mente razionale, la quarta  con Alan Turing, secondo cui abbiamo non siamo gli unici ad agire sul pianeta Terra, ingraniamo la quinta e prepariamoci ad una dimensione in cui convivranno sfera fisica, digitale e biologica. In concreto? “Quella – dicono i due – in cui sarà l’uomo stesso grazie alle biotecnologie a ricostruire intere parti del corpo e programmare l’eliminazione di pezzi nocivi del Dna. Negli anni Cinquanta gli esseri umani camminavano nei computer perché i calcolatori erano grandi come stanze, oggi camminiamo nei computer, ma in senso completamente rinnovato. Intelligenza artificiale distribuita, realtà virtuale, robotica industriale e di servizio, cobot, ambienti cyberfisici, tutto questo  sta trasformando il nostro modo di lavorare, fare busisness, studiare, innovare in una interazione sempre più forte tra esseri pensanti naturali e artificiali. Le macchine pensanti sono tra noi e con noi, stanno tracciando i confini del nuovo mondo”.

Non c’è che esserne ottimismi, ma solo se saremo sempre in grado di governare la transizione.

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Written by Cinzia Ficco

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