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“Calenda a Roma, Carfagna alla guida della destra, Draghi leader in un’Europa senza Merkel”. Il futuro visto da Alessandro Campi, politologo

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“La flat tax di Salvini e quella sulle successioni di Letta? Fuochi d’artificio, troppo deboli per scalfire la linea di questo Governo e del suo presidente, che fino ad ora ha fatto solo un errore. La destra? Potrebbe guidarla una come la Carfagna. Il prossimo sindaco di Roma? Calenda. Per il dopo Mattarella? Una maggioranza larghissima. Inammissibili stavolta gli errori fatti da Renzi su Amato”.

A parlare è Alessandro Campi (Catanzaro, ’61), docente di Scienza Politica all’Università di Perugia e Direttore della ‘Rivista di Politica’ – in questo momento concentrato sullo studio del concetto di Nazione– a cui ho chiesto come immaginare il futuro del nostro Paese superata la pandemia.

Professore, concentriamoci sulla proposta del segretario del PD, che sembra avere un nobile fine, ma che non ha incontrato il favore del Presidente del Consiglio. Letta avrebbe dovuto farla in un altro momento? O è sbagliata l’idea?

Da quando è nato questo governo – anomalo, d’emergenza, retto da una sorta di Commissario straordinario, sostenuto in Parlamento da una vastissima e anch’essa anomala maggioranza – tutti i partiti e i loro leader non hanno fatto altro che cercare di distinguersi e farsi notare dai loro stessi elettori. Per non dare l’impressione, soprattutto, di essere troppo proni alla volontà di Draghi, che fa e disfa a suo piacimento. Vale per Salvini con la flat tax, vale per Letta con l’imposta sui grandi patrimoni. Leggo, dunque, queste continue uscite come prove di esistenza dei partiti. Come uscite estemporanee fatte a scopo propagandistico, che magari infastidiscono il Presidente del Consiglio, ma che, al dunque, difficilmente possono metterne in difficoltà l’operato. I partiti stessi sanno che a questo governo non c’è alternativa e che creare difficoltà a Draghi, nella fase delicatissima in cui si sta cercando di incardinare il programma di rilancio e riforme che deciderà il futuro del Paese, significa creare danno a tutti gli italiani.

Quindi?

Continueremo con i battibecchi tra leader e con i distinguo sul programma anche nel prossimo futuro, ma senza grandi conseguenze. L’agenda del Governo è in realtà già fissata e stabilita e non contempla alcuna delle cose che sono state proposte e avanzate nelle ultime settimane da questo o quel partito. Quanto al merito della specifica proposta di Letta, ha una sua ragionevolezza apparente, ma non tiene conto di alcuni fattori.

Quali?

Innanzitutto, siamo nel Paese che ha già il più alto livello di tassazione, specie se messo in relazione con la qualità dei servizi e delle prestazioni offerti ai cittadini. In Italia parlare di nuove tasse dà dunque l’orticaria non solo ai ricchi, ma anche a quelli che non lo sono. I ‘grandi patrimoni’ che si vorrebbero tassare, inoltre, se dichiarati, sono già stati ampiamente tassati, se occulti o parcheggiati in chissà quale paradiso fiscale, semplicemente non si possono tassare. Il problema in realtà, come alla fine ha riconosciuto lo stesso Letta, è una riforma organica del nostro  – largamente iniquo- sistema fiscale.

Brunetta e Salvini vedrebbero di buon occhio un Draghi trasferito al Quirinale per succedere a Mattarella, che ha già detto no al bis. Lei pensa sia meglio tenere Draghi al suo posto?

Siamo in effetti dinnanzi ad una sorta di nodo istituzionale difficile da sciogliere tanto è intricato. Io lo riassumo con questa formula: Mattarella non vuole restare al Quirinale, Draghi non può andare al Quirinale. Una rielezione secondo me è da escludere, al di là dal fatto che sia formalmente possibile. Già quella di Napolitano è stata una forzatura, dal punto di vista politico-istituzionale. Ripetere la cosa con Mattarella farebbe diventare regola o precedente quella che è bene che resti un’eccezione. Il che significa che il prossimo Presidente della Repubblica – non potendo essere né Mattarella né, come sto per spiegare, Draghi – è bene che venga scelto sulla base di una maggioranza parlamentare più larga possibile, evitando stavolta un colpo di mano come quello realizzato da Renzi contro Berlusconi e che portò appunto all’elezione di Mattarella al posto di Amato. Oggi siamo in una situazione di tale difficoltà da non poterci permettere di trasformare la battaglia per il Colle in uno scontro tra destra e sinistra.  Serve una larghissima intesa, come per il governo, alla ricerca di una personalità che sia – non so se uomo o donna – sperabilmente sotto i settanta anni.

Quanto a Draghi?

Sarebbe bene che continuasse nel suo impegno come Presidente del Consiglio sino alla fine della legislatura: le cose che oggi può fare come premier non potrebbe farle come Capo dello Stato. Peraltro, la sua uscita di scena anzitempo obbligherebbe alla formazione di un nuovo governo – guidato da chi? – e potrebbe persino aprire la strada ad elezioni anticipate di cui in questo momento proprio non si sente il bisogno. Si obietterà che così, dopo il 2023, si rischia di perdere il contributo di una personalità forte come Draghi, che in Italia a quel punto non avrebbe alcun ruolo politico – visto che certo non si formerà un partito suo e nemmeno potrà essere adottato come leader da questo o quello schieramento. Rispondo che il suo futuro politico è in Europa, che, dopo l’uscita di scena della Merkel, ha un disperato bisogno di leader autorevoli.

In questi primi mesi Draghi ha dato prova di tenere a bada i partiti politici. Che ne pensa?

Draghi è sempre stato presentato come un tecnico. In realtà, quando era alla guida della Banca Centrale europea svolgeva un ruolo eminentemente politico, viste le interlocuzioni quotidiane che aveva con ministri e capi di governo dei diversi Paesi. Quell’esperienza gli è certo tornata utile per gestire i rapporti con i partiti che lo sostengono in Parlamento. Che, come ho detto, cercano di farsi sentire, ma al tempo stesso sono ben consapevoli di non poter tirare troppo la corda. Questo governo è nato – ricordiamolo – da un fallimento dei partiti: dalla loro incapacità a gestire la crisi pandemica e i suoi effetti sociali ed economici.

Una qualità che apprezza di lui. E una mossa che al posto suo non avrebbe fatto?

Parla poco e agisce in modo veloce e selettivo. Qualità eccellenti per un politico. Sinora ha sbagliato poche mosse, salvo quando ha dato – anche se in modo non diretto – del dittatore a Erdogan. Anche se più ci penso, più mi convinco che quelle parole non gli siano scappate di bocca, ma siano state un messaggio voluto.

Da calabrese pensa che il Governo stia dando il giusto peso al Sud?

Da meridionale mi sono francamente stancato di parlare della questione meridionale.

Qual è lo stato di salute della destra in Italia? Silvio Berlusconi, peraltro, sembra non stia bene.  Di “eredi” lui non ne ha mai avuti o voluti.

Innanzitutto, auguri al Cavaliere: un combattente alla sua ultima battaglia, temo. Di eredi non ne ha perché non li ha mai voluti avere. Mi riesce davvero difficile immaginare un futuro per Forza Italia senza più la sua guida diretta e personale. Dobbiamo aspettarci l’implosione di quel mondo ossia una sorta di salvi chi può. Se vogliamo, invece, immaginare che qualcosa possa resistere e continuare della vecchia Forza Italia dobbiamo anche immaginare una qualche figura capace di fare da aggregatore. Personalmente, vedo solo Mara Carfagna. Gli altri o non hanno la stoffa del leader o sono già pronti a transitare con la Lega o con Fratelli d’Italia o a tentare la carta dell’ennesimo partitino centrista. Quanto a Salvini, nel doppio ruolo – di lotta e governo – si trova bene anche perché lo ha sempre fatto, anche quando governava coi grillini. Essendo un movimentista, gli riesce difficile mettersi nei panni dell’uomo di Stato. Lui fa propaganda e tiene i rapporti col popolo. Al governo e alle pubbliche relazioni pensa Giorgetti, che non è l’antagonista potenziale di Salvini, come talvolta si dice – sbagliando- ma il suo alter ego. Detto questo, non mi pare che la destra sia messa maluccia – stando ai sondaggi – che la vedono ampiamente in vantaggio sull’ipotetico schieramento di centrosinistra. Voglio proprio vederla, alle prossime elezioni politiche, l’alleanza organica tra Pd e M5S . E’ chiaro che al momento è in atto una corsa per leadership tra Salvini e Meloni, ma è tutto da dimostrare che questa contesa indebolisca la coalizione o rende impossibile un’alleanza che in realtà dura – al di là di ogni possibile scontro politico o malumore personale – da quasi venticinque anni.

Meloni ha detto che sta studiando per diventare presidente del Consiglio dei ministri. Le piacerebbe alla guida del Governo?

Avendo avuto un governo, anzi due, presieduto da uno sconosciuto che ancora non si è capito da chi sia stato scelto e perché, mi riferisco ovviamente a Giuseppe Conte, non capisco perché dovrebbe essere un problema Giorgia Meloni come Presidente del Consiglio. Che a quel posto, peraltro, arriverebbe coi voti degli italiani. Naturalmente, è legittimo nutrire dubbi e riserve nei suoi confronti, ma non perché sia una fascista o una minaccia per la democrazia, ma perché tradizionalmente la destra italiana è brava nel comunicare e fare propaganda e meno nel governo pratico. Il problema della Meloni, se davvero ha l’ambizione di guidare il Paese, è dunque questo: definire meglio il suo eventuale programma-progetto e cominciare a selezione al meglio le persone che eventualmente dovranno affiancarla. Il libro che ha scritto? Rientra in un’operazione di marketing politico-editoriale, ma lo stesso potrebbe dirsi di quello appena pubblicato da Letta. Resta il fatto che se è diventato un best-seller lo si deve alla cretineria di quelli che hanno minacciato di boicottarlo nelle librerie o che lo hanno stroncato prima ancora di leggero. L’autolesionismo della sinistra italiana ormai è a livelli leggendari.

 Chi vedrebbe come sindaco di Roma?

Chiunque fuorché la Raggi, anche se si sta facendo di tutto per farla rivincere. Un buon sindaco sarebbe certamente Calenda. Peccato che abbia passato mesi a dire che non si sarebbe mai candidato quando, invece, era chiaro che il suo nome era ed è tra i pochi spendibili. Adesso si trova senza potenziali appoggi e la sua corsa è tutta in salita. Il candidato della destra? Credo che alla fine sarà candidato Gasparri. Ma meglio un esponente politico di lungo corso, magari un po’ usurato come immagine, che un esponente di seconda o terza fila della cosiddetta società civile.

I prossimi lavori?

Sto lavorando ad una raccolta dei miei articoli sulla stampa apparsa negli ultimi dieci anni e ad un volume sul concetto di Nazione. Al primo tengo particolarmente. Oggi i giornali si leggono sempre meno, ma credo che l’attività pubblicistica, anche per chi fa il ricercatore lo studioso, abbia una funzione importante, dal punto di vista civile e intellettuale. E’ un modo per alimentare il dibattitto pubblico e cercare di cogliere, nelle pieghe dell’attualità (che è cosa diversa dalla cronaca), i movimenti profondi della politica e della storia. Quanto alla nazione, è un tema sul quale ho già lavorato: continuo a pensare che sia una formula politica di aggregazione e identificazione politica che, anche nell’epoca della globalizzazione, abbia una sua importanza.

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