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Dove vai se il crowdfunding non ce l’hai?

Hai un sogno e ti mancano i soldi per realizzarlo? Puoi provare con il crowdfunding.

Il consiglio arriva da Flavio Troisi, (nella foto a sinistra) flaviotroisi.com consulente di comunicazione, formatore, ideatore dell’ufficio di scollocamento di Torino www.udstorino.it  e Alberto Giusti, business angel, ex imprenditore seriale, che in passato ha fondato e gestito Internet company in Italia, Svizzera e Inghilterra. I due hanno scritto un libro, dal titolo: “Crowdfunding – dai sogni ai soldi- Come finanziare i tuoi progetti evitando le banche”, pubblicato di recente da Anteprima, con la prefazione di Simone Perotti, autore di Adesso Basta (Chiarelettere).  Quasi 190 pagine che aiutano a capire cos’è e come funziona il crowdfunding,

“Si tratta – spiegano i due scrittori – di un metodo di finanziamento dal basso, collettivo, libero, democratico, che connette passioni e risorse e può migliorare la vita di chiunque sia attivo on line (professionisti, piccole e medie imprese, creativi, inventori, innovatori, organismi no profit, artisti, artigiani, enti pubblici). In Italia sempre più persone ricorrono a questo sistema. La crisi in cui ci dibattiamo da anni ha prodotto molti effetti nefasti. Uno dei peggiori non è tanto che circolino meno soldi di prima, quanto che questa scarsità giustifichi spesso l’abbandono della fiducia in sé stessi e in un futuro desiderabile. Quando smettiamo di credere che qualche cosa sia possibile, automaticamente riduciamo a zero  o poco più le nostre possibilità di concretizzarlo. Non è sempre facile arrivare dove vorremmo, spesso, anzi, è molto impegnativo. E allora? Credere di poterci riuscire, lo sappiamo da sempre, è un elemento fondamentale per riuscire davvero. Virgilio nell’Eneide scrive: ‘Possono, perché credono di potere’. Questo è vero ancora oggi.  Il crowdfunding ti mette di fronte alla responsabilità del perseguimento  del successo, qualunque sia il significato che tu gli attribuisci”.

Successo, una parolina che fa storcere il naso a molti. Un concetto, come dite nel libro, troppo americano, troppo materialista, da fissati, da motivatori. Ma in fondo perchè tanta paura di raggiungere il successo e perché si demonizza il successo?

In primo luogo perché si rischia di farcela e allora diventa chiaro che tutte le remore iniziali erano ingiustificate. C’è dell’altro. La parola successo non fa solo paura, ad alcuni fa orrore. Soprattutto in certi contesti. Vedi, in ambiti quali il mondo imprenditoriale o delle start-up. Ma nel libro noi ci siamo rivolti anche alle persone comuni che magari non sono particolarmente ambiziose, che non sono dei veri e propri “achievers”, dunque, non sono a abituati a ragionare in termini di obiettivi. C’è poi la frangia dei downshifter, dei descrescenti, di chi preferisce ridurre e vivere con meno, ma bene. Dal momento che il libro è anche per loro, ci è sembrato importante chiarire che occorre fare la pace con il concetto di successo, che è strettamente correlato a quello di obiettivi. Loro in particolare spesso collegano successo a materialismo. Abbiamo voluto chiarire che questo nesso non è automatico. Nel crowdfunding, soprattutto nella formula All or Nothing il successo consiste nel raggiungere un obiettivo economico ben preciso, che corrisponde a un numero. Se lo raggiungi, o superi quel numero, hai avuto successo, altrimenti no. Chiaro e semplice come raramente la vita sa essere. Ecco comparire quindi un vocabolo solo in apparenza inequivoco: obiettivo.  Il crowfunding ti costringe a ragionare in termini di obiettivi, una modalità di pensiero a cui non tutti sono abituati, ma che ha tra i vantaggi quello di proiettarti nel futuro. Avere fiducia in sé e nei propri obiettivi, diciamolo, non è sinonimo di presunzione.

Come vi è venuta l’idea di scrivere un libro?

Io (Flavio, ndr), ho una vera e propria fissazione per le scelte di vita consapevoli. Mi interessa come le persone si ritrovano a vivere la vita che vivono. Ancora di più mi interessa capire cosa possiamo fare per vivere quella che vogliono davvero. Mi considero un divulgatore o un facilitatore di scelte. E il crowdfunding può essere uno strumento utile in tal senso. Alberto è un appassionato di tutto ciò che è innovazione e opportunità. Ci siamo incontrati sul terreno comune del crowdfunding e ci siamo capiti bene. Seguivamo il settore da due anni e avevamo condotto alcuni progetti di successo in ambito gaming. Ma c’era bisogno di mettere nero su bianco un libro che rappresentasse un punto fermo e aiutasse altri a cogliere l’opportunità, oltre che a diffondere la cultura del crowdfunding. Ad esempio, bisogna capire che non si può solo chiedere soldi, è importante chiedersi come possiamo aiutare gli altri a realizzare i propri progetti, se sentiamo che sono anche nostri, che ci appartengono moralmente o semplicemente ci piacciono. Bisogna attivare un circolo virtuoso. Abbiamo sottoposto in giro l’idea e infine individuato l’editore giusto.

Dalle vostre esperienze chi ricorre al crowdfunding?

Soprattutto persone dai 20 ai 35 anni con buona scolarizzazione che non hanno remore a utilizzare un nuovo strumento, vedendo altri casi di successo. Persone piu’ anziane tendono a non credere che sia possibile. Abbiamo scritto il libro anche per loro e per tutti quelli che non conoscono questo tipo di strumento e tutto ciò che ci gira intorno. Avrai notato che il linguaggio adottato è semplice, a volte addirittura spiritoso. Stiamo ricevendo dei bei commenti in tal senso. Non è un libro noioso, anzi ti dà una certa carica. Ne siamo felici.

Quanti tipi di crowdfunding esistono?

Cinque: reward crowdfunding, quello piu efficace; donation crowdfunding, crowdfunded lending, revenue sharing, equity crowdfunding. Rimandiamo al libro per capirne di più.

Secondo voi su cosa puntare perchè un’operazione di crowdfunding riesca?

Un progetto che abbia una storia da raccontare e un team motivato, senza prestanomi. Naturalmente con ricompense (rewards) ben pensate e strutturate.

Il crowdfunding, per usare un’espressione di Perotti, “apre le porte all’era della possibilità” e aiuta a sganciarsi dalle banche e dallo Stato. Ma secondo voi allo Stato tocca fare un passo indietro o uno avanti nei confronti di chi prova ad innovare?

Mettiamola così: sarebbe bello se lo Stato deregolamentasse un po’, lasciando l’iniziativa ai privati. E magari desse benefici fiscali in linea con gli altri Paesi a chi investe in startup e nuove iniziative.

                                                                                                                                                                                                     Cinzia Ficco

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Written by Cinzia Ficco

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