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Filippo Sgubbi: Il diritto penale? E’ diventato totale

Il diritto penale? E’ diventato “totale”. E punisce senza legge, senza verità e senza colpa.

E’ la tesi che Filippo Sgubbi, ex docente di diritto penale all’università di Cagliari, Bologna e Roma Luiss, sostiene nel suo ultimo libro, pubblicato di recente da Il Mulino.  

A leggere il testo, poco meno di novanta pagine, che vi consiglio, sembrerebbe di assistere ad una espansione del sistema penale, stimolata da una politica spesso incapace o lenta nelle decisioni, oltreché da populismo e giustizialismo.

Il diritto penale per Sgubbi avrebbe acquisito una funzione quasi salvifica, diventando spesso rimedio a vari mali sociali e, dal momento che sono archiviate le ideologie, starebbe assumendo il ruolo di una nuova etica pubblica.

A pagina 60, si legge: “L’apparato penale, costruito per definire l’area dell’illecito e per legittimare l’applicazione di sanzioni, diventa il supporto per l’adozione di scelte decisionali di governo economico-sociali”. E di fronte ad una politica che agisce lentamente,  la magistratura si avvarrebbe di processi di decision making agili ed efficienti.

“L’intraprendenza dei giudici – si legge a pagina 59 – porta a decisioni concrete, rapide soprattutto dotate di un forte connotato di legittimazione. Una legittimazione che si fonda da un lato sull’idea ben diffusa di imparzialità, cioè di terzietà nella risoluzione dei conflitti e dall’altro lato, sull’opinione che il magistrato sia soggetto soltanto alla legge, sì che i suoi provvedimenti sino presentati alla società come atti dovuti”. Una legittimazione, aggiungiamo, garantita anche da alcuni media.

Giudice globale, giudici legislatori, democrazia giurisdizionale, giurisdizionalizzazione della vita quotidiana: sono alcune delle locuzioni per indicare questo fenomeno.

E tutto questo con il sacrificio dei principi fondamentali di garanzia.

Ma perché il diritto penale totale agirebbe senza legge? Per una ragione semplice: a definire l’illecito, secondo l’ex professore, partecipano fonti non solo normative o giurisprudenziali, ma anche di natura sociale o perfino legata a formule algoritmiche.

“Le fonti rilevanti per l’intervento punitivo sono disseminate a vari livelli – si legge a pagina 25- sovranazionale, nazionale regionale, territoriale, regolamenti statali, delle autorità indipendenti, linee guida, circolari, norme tecniche di fonte pubblica o privata.  Si è notato che sono i burocrati i creatori della legge generale e astratta, mentre sono i giudici i creatori della legge specifica e concreta. L’antica gerarchia delle fonti è rovesciata. In tanti settori dell’ordinamento, per ricostruire la norma agendi e per individuare la demarcazione fra lecito e illecito, si prendono le mosse da una circolare amministrativa, non certo dalla legge e tantomeno dalla Costituzione”.

Starebbero emergendo, inoltre, nuovi paradigmi puntivi quali: discriminazione, minoranza, vittime del passato, vittime del futuro.

Il diritto penale totale è anche senza verità: la verità assoluta su cui si costruisce una norma penale condivisa dai consociati è sostituita da tante verità relative che danno origine a sistemi penali differenziati, accentuando così le divisioni sociali e i connessi conflitti. Il diritto penale totale prescinde dalla colpa individuale: un sanzione è meritata non tanto per ciò che il soggetto ha fatto colpevolmente, quanto per ciò che il soggetto è, per origini e storia, per il suo ruolo nella società, per la sua pericolosità sociale. Da qui, il binomio puro-impuro che oggi ha sostituito quello innocente – colpevole.

In una simile situazione, lo sviluppo di normazione privata (protocolli, linee guida, modelli organizzativi, codici di condotta) può essere una soluzione per cercare di recuperare il valore di civiltà dei principi basilari di responsabilità colpevole e di certezza del diritto.

Per far capire cosa sia il fenomeno del diritto penale totale, e per usare le parole di Rosanvallon, cosa significhi democrazia dell’imputazione, che avrebbe sostituito quella del confronto e della rappresentanza, l’autore parla del  #metoo.

“Il movimento – scrive Sgubbi – ha esteso a dismisura nozioni giuridiche consolidate come il concetto di molestia, ha condizionato di fatto e in modo indebito varie forme di rapporti intersoggettivi e di ruolo sociale, ha ribaltato inevitabilmente il canone dell’onore della prova. Anzi, reclama l’irrilevanza delle prove e perfino dell’accertamento giudiziale di un fatto con la sfrontatezza di chi ritiene sufficiente soltanto la parola della sedicente vittima per scatenare effetti sanzionatori sul preteso colpevole. Una vera e propria attribuzione di responsabilità attraverso un processo di blaming. La salvezza dell’incolpato è impossibile. Insignificante fornire la prova contraria e di fronte a questo nuovo Sant’officio, anche l’abiura e il pentimento sono privi di effetti”.

Un libro illuminante, un’arma in più contro lo strapotere di alcuni magistrati, che più che i reati inseguono peccati.  

A curare la prefazione, Tullio Padovani. La postfazione è di Gaetano Insolera.

                                                                                                 C.F.

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