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“I capricci di Trump? La democrazia negli States regge e può dare lezioni all’Italia”. Parla il prof Gianluca Passarelli

“Di qui al 20 gennaio qualche carta Trump può ancora giocarla, ma il voto è chiaro, la democrazia degli Stati Uniti viva – alla faccia di chi qualche ritocchino alla Costituzione del 1789 lo darebbe volentieri – e il Paese è una realtà resiliente, che può in qualche caso fornire lezioni all’Italia”.

A dichiararlo, Gianluca Passarelli, professore di Scienza politica presso la Sapienza di Roma, in questa chiacchierata sul libro che ha scritto di recente con Francesco Clementi (docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia), intitolato: Eleggere il Presidente – Gli Stati Uniti da Roosevelt a oggi, pubblicato da Marsilio: un viaggio affascinante nell’articolato sistema costituzionale, istituzionale e politico statunitense in cui The President non è che uno dei vari checks and balances a tutela della democrazia – accanto al Congresso e alla Corte Suprema – e non il tiranno che in molti dipingono.

Leggendo le quasi duecento pagine dei due docenti, ricche di tabelle e grafici, si scoprirà che il capo degli States ha, sì, molti poteri, ma deve confrontarsi di continuo  con altre istituzioni, il suo partito e una campagna elettorale permanente  (visto che i deputati sono eletti ogni due anni, il presidente per quattro e i senatori  per sei) e che “la sua elezione, una cerimonia laica, in un giorno lavorativo, il martedì, è la massima espressione della sfida di cui vive la democrazia, una forma di governo imperfetta, ma imprescindibile”. Si capirà, inoltre, che persino uno come Trump, che ha avuto la fortuna di nominare nel suo mandato tre giudici della Corte Suprema, non ha poteri illimitati.

Professore, due settimane fa, Kamala Harris, la vicepresidente di Biden, nel suo discorso di ringraziamento, ha detto che la democrazia non è uno stato, ma un atto, un processo. Dunque, gli scossoni ai protocolli di transizione ordinata – (fulcro della democrazia) – che il presidente uscente sta dando (ripentendo di aver vinto le elezioni e parlando di brogli e voti illegali per il suo avversario) fanno parte del gioco democratico e serviranno a rafforzare la democrazia americana?

Al di là delle esuberanze di Trump, è vero quello che diceva Calamandrei, e cioè, che c’è una distinzione tra la democrazia formale e quella sostanziale. Il sistema è posto sotto forte stress da parte di Trump che non rispetta la consuetudine repubblicana di cedere e concedere all’avversario la vittoria. Il fatto che non ci sia una regola precisa su come regolamentare i casi in cui lo sconfitto non abbandoni rimanderebbe ad una interpretazione tribale, da sistema presidenziale africano in cui di solito, in casi come l’attuale, ci sono colpi di Stato. Trump ha provato a forzare la mano, è vero, ma ha trovato un ostacolo sia nel cosiddetto Deep State, sia in quelle istituzioni che fanno da peso e contrappeso. Quello statunitense, lo dico serenamente, è un sistema politico maturo, nonostante la resistenza di Trump. Per vari motivi.

Ce li elenchi.

In vari casi sono stati respinti i ricorsi quando Trump in fase di spoglio avrebbe voluto fermare il conteggio per non includere i voti arrivati a livello postale, quest’anno pari a 100 milioni. Ricordo che gli scrutatori sono sostanzialmente volontari. Proprio in queste ore il Segretario di Stato della Georgia, repubblicano, ha certificato la vittoria di Biden, e lo stesso ha fatto il Michigan. Inoltre, a far da barriera a Trump c’è il Partito Repubblicano, che lo ha considerato un usurpatore già dalle primarie.  In queste ore è partita la campagna elettorale del 2024 e del 2022 (elezione di metà mandato). I vari Romney, Ryan, W. Bush, come in passato McCain, manifesteranno con decisione la loro ostilità a un personaggio che continua ad osteggiare un cambio di leadership.  Ripeto, ci sono grandi difficoltà per Trump, ma la struttura regge. 

Nel 2016 qualcuno ha gridato alla democrazia malata per il notevole gap registrato tra voti popolari e voti dei Grandi elettori e ha invocato un reset.

Certo, il sistema elettorale ha delle distorsioni in termini di rappresentanza. Ma si può sempre procedere ad una riforma. Gli Stati possono intervenire, ad esempio, sanzionando o cambiando la modalità di assegnazione dei Grandi elettori. Ad oggi quasi tutti gli Stati – tranne il Maine e il Nebraska – adottano un sistema maggioritario a turno unico in cui chi ha voti in più ottiene tutti i grandi elettori, ma si può modificare questa modalità. Tornando, dunque, alla sua domanda, i capricci di Trump stanno creando problemi alla transizione che dovrebbe avvenire in modo ordinato soprattutto per fronteggiare meglio la pandemia, ma il Paese ha attivato le giuste difese. Nemmeno i tre giudici, nominati da Trump, devono spaventare perché possono rimanere in carica finché vogliono. Questo permette di sganciare la nomina dalla gratitudine verso il presidente. Ricordo che i giudici in genere sono esperti di diritto che, entrando nelle istituzioni, imparano a comportarsi in modo più imparziale. Anche nel caso della giudice Coney Barret, la limitazione alla sua caratterizzazione politica deriverà dalla storia e dalla solidità della Corte. Certo, la prima pagina scritta con l’avallo della Corte, ossia la ratifica dell’ottava pena capitale per reati federali, non lascia ben sperare.

Un capitolo del libro è dedicato al finanziamento delle campagne elettorali. Parla di lezione per l’Italia. Cosa intende?

Il tema del finanziamento della politica può essere una buona lezione per il nostro Paese, se riusciamo ad essere buoni scolari. Come Malta, abbiamo abolito il finanziamento pubblico dei partiti perché si pensava che le disponibilità economiche fossero utilizzate in modo improprio o addirittura, illegale. Però, i partiti continuano ad aver bisogno di soldi che raccolgono da altre fonti, a volte non trasparenti. Nel caso degli Stati Uniti il finanziamento pubblico c’è, ma chi rinuncia ha il vantaggio strategico di non avere un limite. Già con la campagna elettorale del primo mandato di Obama nel 2008 si raggiunsero cifre stratosferiche perché l’ex presidente interruppe la scelta di sottoporsi al limite. Adesso, però, negli Stati Uniti si sta andando verso condizioni di totale laissez- faire, che rischia di minare le basi democratiche. Anche se c’è il caso di Michael Bloomberg, che ha preso zero delegati, nonostante le cifre spese, candidandosi alle primarie. Ma questo tema deve far riflettere: oltre alla separazione classica dei tre poteri in una democrazia importante è regolamentare il potere economico. E proprio dagli Stati Uniti può arrivare una indicazione.

Che aspettative devono avere gli Stati Uniti e l’Europa con la presidenza Biden? Un summit delle democrazie, una battaglia concreta ai colossi del digitale, un aiuto più massiccio nella lotta al terrorismo islamico, una spinta maggiore alla disintegrazione del sovranismo: provi a stilare un’agenda ideale del futuro Presidente.

Nell’agenda di ogni Presidente americano, non facciamoci illusioni, ci sono gli States e gli interessi nazionali. Sulla geopolitica Biden seguirà le orme di Trump e Obama. Ci sarà una linea di continuità in questo senso che risale alla Seconda guerra mondiale. In questa fase, però, non è nell’interesse strategico degli Stati Uniti il Mediterraneo, ma lo sono l’Africa, la Cina, in genere, l’Asia. Però, si intravedono elementi di innovazione, per esempio, nel campo del lavoro. Biden vuole aumentare il salario fino a 15 dollari orari e tutelare le minoranze. Esiste un’agenda relativamente segnata dai sinistri Sanders e Warren.Ma anche per loro vale la logica dei pesi e contrappesi. E questo perché il Partito Democratico ha perso seggi alla Camera, non otterrà il Senato e ha vinto la presidenza solo perché gli elettori hanno bocciato Trump. Trump e i democratici sono i due sconfitti.

Fino alla proclamazione di Biden gli Stati Uniti corrono pericoli, visto che il presidente uscente sta tentando di sabotare la politica estera del prossimo inquilino della Casa Bianca?

Formalmente Trump è in carica sino al 20 gennaio. Ogni giorno che passa il suo potere diminuisce, anche se rimane in carica per altri due mesi. È vero, sta procedendo con una serie di atti: per esempio, il licenziamento del capo del Pentagono per “lesa maestà”. Ha invitato le compagnie petrolifere a trivellare anche in santuari naturalistici soprattutto in Alaska, ma ricordiamo che ci sono sempre le resistenze del Senato e dell’Esercito. Trump può giocarsi delle carte, fare ancora capricci, ma non dobbiamo temere.

Continueremo a sentir parlare di Trump in futuro?

Non so se sia stato una escrescenza della storia. Credo sia un sintomo delle difficoltà della società americana, derivanti da una grande ferita ancora sanguinante, la segregazione razziale, che tante tragedie ha generato, ma che ha dato a questo Paese la possibilità di rinascere più volte.  La sconfitta di Trump non porterà alla scomparsa immediata della forza populista, ma ad una forte battuta d’arresto. Per il resto, gli Stati Uniti sono ancora una società viva e vibrante.

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Written by Cinzia Ficco

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