in ,

LOVELOVE ALTOPALTOP

Maurice Bignami: Vi racconto il mio Addio alla Rivoluzione. Parla l’ex comandante militare di Prima Linea, autore di un Requiem per gli anni Settanta

“A metà degli anni Ottanta ho chiuso con il marxismo e optato per la democrazia. Quella liberale, rappresentativa. Mi verrebbe da dire per l’Occidente, se non fosse stato sempre casa mia (a cui dare fuoco, magari). E come corollario, per il libero mercato. Meglio per una economia di mercato. Alla tedesca. Il frutto di una lettura forse un po’ sghemba, della Dottrina sociale della Chiesa.  E del liberalismo cattolico. In ogni modo contro ogni statalismo e contro ogni idea di cristianesimo come programma politico e di liberalismo contaminato dal culto laicista. In Italia, la minoranza di una minoranza”.

Così  Maurice Bignami (‘51, Neuilly sur la Seine, in Francia) descrive l’abbandono di un passato che  brucia ancora e che lo ha portato ad uccidere e a farsi venti anni di carcere. Lo fa in un libro pubblicato di recente da Rubbettino e intitolato Addio Rivoluzione. Requiem per gli anni Settanta.

Un saggio di 400 pagine, che sembra un romanzo, in cui l’autore, oggi scrittore, attivo nel reinserimento sociale e lavorativo di persone fragili, racconta l’autunno caldo della nostra Repubblica. Si parte dalla descrizione dell’infanzia a Parigi, in una famiglia di comunisti italiani di professione, e si arriva alla Bologna degli anni Sessanta e Settanta, vetrina del buon governo Pci, senza tralasciare i percorsi politici che lo poteranno alla lotta armata: la Fgci, i primi gruppi extraparlamentari, il Sessantotto, ma anche i riflessi del Movement americano, la Beat generation, l’amore per la poesia. E poi Potere operaio, l’autonomia, Prima linea, fino alla dissociazione politica alla scelta della democrazia e a metà degli anni Ottanta, alla rottura radicale con il marxismo e l’idea di rivoluzione.

Uno schietto mea culpa, una critica feroce dell’ideologia e del totalitarismo, questo lavoro di Bignami, che sottolinea: “Non sono mai stato un brigatista rosso, né tanto meno un nostalgico ex brigatista rosso. Quarant’anni fa, ho militato in quel ceto politico – decisamente minoritario – Prima Linea, che ha provato a opporsi, a un certo punto anche con le armi, sia allo Stato sia alle Brigate Rosse, vale a dire sia al capitalismo sia al socialismo totalitario, pensando che ci fosse comunque più libertà nelle democrazie del primo che nei gulag del secondo, un sistema ben rappresentato a casa nostra dalle BR.

Maurice, sin dalle prime pagine del libro, viene fuori un destino in qualche modo segnato. Suo padre – scrive – era un ex comandante partigiano comunista, che aveva trascorso gli ultimi anni, da esule in Cecoslovacchia. Lo racconta nei dettagli per tentare di giustificare il suo passato? Non sarebbe stato meglio “uccidere” – metaforicamente – suo padre e poi farci pace? E poi c’è sempre un modo per ribellarsi ad una strada predestinata, non crede?

Per usare la sua metafora psicanalitica, diciamo che all’inizio della mia vita ho tentato – peraltro, invano – di fare i conti con il Padre impugnando gli strumenti sbagliati. In ogni caso, ho avuto poi modo in seguito, con la dissociazione politica, di spezzare le regole di un copione che pareva inossidabile. E non ne sarò mai sufficientemente grato.

Agli inizi del suo libro ci si imbatte nel ’68. E le pagine non sono per niente clementi. Quali sono state le luci e le ombre del Movimento?

L’aspetto positivo è indubbiamente la fine conclamata del vecchio canone. Con il Sessantotto – in senso lato e come spartiacque oggettivo – la Modernità è definitivamente venuta meno. Il suo ordinamento complessivo – dal paradigma scientifico, alle identità collettive basate sulla geografia, il lavoro, le classi sociali, a tutte le categorie di pensiero che avevano consentito per secoli di strutturare il mondo – ha perso consistenza. L’aspetto negativo è che la risposta a questa dipartita si è poi limitata – e non poteva essere altrimenti – a una post-modernità coniugata come iper-modernità: un vorticoso accrescimento puramente quantitativo. Un più di tutto, non sempre per tutti, con qualche accenno di nuovo qua e là. Come è già accaduto con la Peste Nera, la grande pandemia del 1346-51 che ha generato il mondo moderno – da cui ebbe inizio l’accumulazione originaria, per dirla con Marx -, sarà la sfrenata e devastante epopea del Covid-19 a concepire il nuovo che verrà. Molto in fretta questa volta, nulla sarà più come prima. Soprattutto, niente sarà come lo abbiamo immaginato e raccontato. Che stia iniziando il vero “Sessantotto”?

Prima nella Fgci, poi è in formazioni extraparlamentari – Potere operaio, Autonomia – e alla fine degli anni ’70, comandante militare di Prima linea. Arrestato nell’81, è tra i promotori della Dissociazione politica. Dice addio alla rivoluzione perché pensa che un’epoca si sia conclusa, che i presupposti per la lotta armata non ci siano più o perché comincia a rendersi conto che le sue idee o i mezzi per realizzarle erano sbagliati?

Fu all’inizio una riflessione essenzialmente politica: i frutti del nostro agire erano spaventosamente e senza alcun dubbio negativi. Accettare questo dato di fatto con sufficiente onestà intellettuale ci consentì un primo sguardo sulla realtà privo di paraocchi ideologici. Un primo giudizio leale scevro da preconcetti, che ci collocò di fronte alla tragedia in atto finalmente come soggetti liberi e moralmente responsabili. Facemmo una specie di congresso in carcere, che durò alcuni mesi, in cui decidemmo di sciogliere l’organizzazione e motivarne pubblicamente le ragioni. Ad essere errati non erano soltanto le scelte politiche che ci avevano portato all’uso delle armi, ma anche i presupposti teoretici che le avevano legittimate. Così ebbe inizio quel contenzioso, quel confronto tra ceto politico extraparlamentare incarcerato e ceto politico istituzionale durato quattro anni, dal 1983 al 1987, che ha cassato definitivamente qualsivoglia ipotesi di uso politico della violenza, consentito una graduale decarcerazione dei detenuti per fatti di lotta armata e riportato una generazione ribelle alle regole della democrazia. All’inizio non fu un processo semplice. Ammettere di aver sbagliato è sempre difficile. In politica, poi, è una pratica assai poco consueta. Quando poi alcuni di noi cominciarono a mettere in discussione non soltanto pochi presupposti, ma l’intero impianto ideologico, i sacri principi, il marxismo in primis, le difficoltà con alcuni interlocutori crebbero esponenzialmente. Molte porte si chiusero, ma molte altre si aprirono. Determinante fu la nostra libera assunzione di responsabilità. Non soltanto politica e morale, ma anche giudiziaria. Avere singolarmente e collettivamente ricostruito in sede processuale l’intera vicenda associativa, reato per reato, ha spazzato via ogni equivoco e consentito un confronto altrimenti impossibile.

Come vede il Maurice di quei tempi? Prova sensi di colpa, pietà, vergogna? Alla fine a cosa è servita tanta violenza?

Ho imparato a fatica a farci i conti e oggi provo per lui molta pietà. La sola vergogna, sentimento essenziale  – quasi un salvavita – per avvicinarsi a una esistenza degna, non basta. A dispetto di tutte le nefandezze compiute, bisogna imparare a volersi un po’ di bene. D’altra parte, è notorio, non si può amare l’altro se non si ama se stessi.

Com’è il rapporto con le famiglie delle vittime?

È un rapporto difficile e sempre molto delicato, spesso impossibile. Qualunque cosa si faccia, si sbaglia. Se parli, avresti dovuto tacere. Se taci, perché non parli? È una relazione inevitabilmente disuguale, asimmetrica e facilmente foriera di ulteriori sofferenze. Credo che l’importante sia essere sempre disponibile a un eventuale confronto, senza mai forzare la mano. Non si può cancellare ciò che è accaduto, ma qualche volta è possibile elaborarne insieme il senso.

Come dovrebbero essere studiati quegli anni e, soprattutto, come vede un Toni Negri docente?

Sono anni complessi. Gli Anni Settanta, nell’accezione politica del termine, vanno dall’inizio degli anni Sessanta a buona parte degli anni Ottanta. Grosso modo, dagli scontri di Piazza Statuto a Torino nel 1962 alla promulgazione della legge sulla dissociazione politica dal terrorismo nel 1987. In quel periodo, in Italia, si manifestano differenti eventi storici: il più lungo e burrascoso ciclo di lotte operaie della seconda metà del XX secolo  – il “lungo Sessantanove” – da Piazza Statuto alla Marcia dei quarantamila nel 1980; il ciclo di lotte studentesche, il Sessantotto, che in Italia non dura un mese o poco più, come il “Maggio” francese, ma più di due anni, da prima del 1968 alla strage di Milano, il 12 dicembre del 1969, la Strategia della tensione, con le bombe di Milano, di Brescia, dell’Italicus, di Bologna e i vari tentativi, più o meno dispiegati, di colpi di Stato; uno dei più forti movimenti di guerriglia dell’Occidente capitalistico, paragonabile a quello irlandese e basco. Sempre in quel periodo, si condensano dinamiche di più largo respiro: il lungo ciclo di rivoluzioni iniziato con quella francese; le guerriglie e i movimenti rivoluzionari americani, asiatici e africani, che utilizzano l’Italia come base logistica in cambio di una promessa di non belligeranza; la Guerra fredda, che vede il Paese costantemente sulla linea di faglia, regolarmente destabilizzato dai due rispettivi contendenti, dall’Urss perché appartenente al blocco occidentale e membro attivo della Nato, dagli Usa in quanto Stato europeo con il partito comunista più potente. Con Addio rivoluzione ho provato ad analizzare una sostanziale tranche di quel periodo. Seguendo le mie vicende, ho anche ricostruito il clima intellettuale e alcuni percorsi politici di allora. In quella occasione, ho riletto anche Negri, quello operaista e poi di Autonomia operaia. Leggere il Negri di oggi, peraltro molto amato nei campus americani, mi risulta francamente troppo indigesto.

Un ex “rivoluzionario” che stima?

Fausto Bertinotti.

Tre aggettivi su Berlinguer

Onesto – anche intellettualmente. Tragico. Le sembrerà forse improprio. Tenero.

Nel suo libro parla dell’assassinio di Aldo Moro. Intorno alla sua morte si sono costruite varie teorie. Qual è la verità?

Quello che so della morte di Aldo Moro – una storia che non mi appartiene – è scritto nel mio ultimo libro. Più che altro, un giudizio politico, qualche elemento di prima mano e una conoscenza approfondita del periodo e dell’ambiente. Tuttavia, pur non essendo un appassionato di dietrologia, un fan delle cospirazioni, il fatto che nessun ex brigatista, nemmeno quelli che aderirono al Movimento della dissociazione – e furono tanti, alcuni anche importanti – non abbiano mai sentito il bisogno di sciogliere ufficialmente la loro organizzazione e soprattutto di ricostruirne la storia, mi lascia molto perplesso. Nella sua drammaticità, la storia di Prima Linea è chiara, priva di buchi neri. La storia delle Brigate Rosse, di buchi neri invece ne è piena.

Chi oggi potrebbe rappresentare quel mondo di vittime del sistema per cui ha imbracciato le armi? Quindi a quale partito o esponente politico si sente più vicino? Immagini di entrare in politica

Sono stato tra i promotori del Movimento per la dissociazione politica, tra i pochi , pochissimi, che hanno spinto la critica fino alle estreme conseguenze, ma sono anche l’unico degli ex detenuti per fatti di terrorismo dissociati a non avere i diritti politici. Legittimamente, potrei quindi risponderle che non è bello parlare di corda a casa dell’impiccato. Comunque sia, ho sempre pensato che costringerci alla politica, a essere per lo meno classe dirigente come la intendeva Calamandrei – ossia tutti coloro che hanno un ruolo di indirizzo, dal Presidente della Repubblica al maestro di scuola – sarebbe stata la più grande vittoria dello Stato di Diritto. Me la caverò, allora, dicendole che ancora oggi mi ritengo un liberale, molto vicino al liberalismo cattolico tedesco, quello che ha contribuito a forgiare la Germania contemporanea.

Quindi?

Sono ancora un fautore del libero mercato, temperato da una riflessione che si abbevera alla Dottrina sociale della Chiesa.

I No Tav e i black bloc assomigliano al vecchio Maurice?

No. Mai stato uno sciocco e nemmeno un provocatore.

Alla fine chi ha davvero rivoluzionato la sua vita è stato Cristo.  La sua conversione è avvenuta in carcere, quando era in isolamento –  grazie ad un frate cappuccino e ai Promessi Sposi di Manzoni. Che senso ha tutto questo? E’ una beffa della storia o cos’altro?

Se vissuto al meglio, il carcere – inteso come infinito lockdown, eterna quarantena – può essere l’esperienza-limite non voluta che favorisce l’ascolto. Non la deprivazione, ma l’incontro con l’altro e per suo tramite forse con l’Altro nella deprivazione. In questo senso, non auguro il carcere a nessuno, ma lo consiglio a tanti. Gli incontri furono molti  -anche i libri -, alcuni più decisivi di altri, ma è bene ricordarsi che tutti gli incontri, ogni incontro con ogni essere umano, ha la potenzialità dell’incontro decisivo. Dipende da noi.

Sul comodino ora solo le Beatitudini o anche Sartre, Marx e il Manifesto?

In questi giorni sto leggendo Croire quand même di Joseph Moingt, ma anche la Trilogia di Marsiglia” di Jean-Claude Izzo. Sto rileggendo  – mi serve per il prossimo romanzo in fieri- L’ultimo sciamano di Andrew Gray. Teologia, noir, antropologia. Mai stato un monomaniaco.

Comments

Leave a Reply
  1. Nel mezzo della vicenda di Maurice accade in Italia (e soprattutto in Italia) che: indiani metropolitani invadano le strade con il viso dipinto, che un nuovo linguaggio, l’esperienza delle radio libere, si espanda in tutta Italia; che l’ironia si diffonda sui muri, nelle riviste,nei manifesti,nei testi delle canzoni (Bennato, Gaetano); in una parola che si destrutturi l’abituale lessico politico con conseguenze ancora oggi politicamente e culturalmente visibilissime.
    Cambiato il contesto sociale e politico ma anche le stesse figure sociali (sotto proletariato, studenti fuori sede, disoccupati organizzati) il movimento del 77 ( solo esempio in Europa) ha segnato una radicale alterita rispetto alla mobilitazione dei nove anni prima (ridotta in Italia a ortodossia marxista,operaismo).
    Sin dall’origine pur nella complessità prevale nel movimento un atteggiamento anti autoritario, creativo e desiderante,critico, attraverso il linguaggio e il comportamento, nei confronti delle categorie stesse della politica.
    Ebbene tutto ciò è inevitabilmente stato rimosso e schiacciato tra Lotta armata e Pci.
    E’ necessario perciò che percorsi umani come quello di Maurice, l’incontro con la fede, la forza di cambiare strada, espressione proprio dell’incontro con quella alterita,non restino marginali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Loading…

0

Commenti

0 commenti

What do you think?

Written by .

Fine vita, a settembre mobilitazione nazionale dell’associazione Luca Coscioni

Stefano Cingolani: “Il capitalismo morto? Sarà la nostra salvezza, se diventerà green e digitale”