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Poche nascite? Nella giornata mondiale della popolazione Mara Gasbarrone ci dice come invertire il trend

In occasione della Giornata Mondiale della Popolazione, non possiamo trascurare la conferma di quanto ampiamente atteso: per il settimo anno consecutivo, anche nel 2020, in Italia si è registrata una diminuzione delle nascite che ha portato al record negativo di 6mila neonati in meno rispetto ai dodici mesi precedenti. Complice la pandemia, che ha alimentato paure ed incertezza economica, oggi l’Italia, diversamente dalla Francia che sta mettendo in atto politiche a sostegno della natalità, attraversa una fase depressiva destinata a ripercuotersi negli anni a venire in termini socioeconomici e demografici, considerando che i neonati di oggi saranno potenzialmente madri e padri tra 20 o 30 anni, quando, presumibilmente, ancora meno saranno le nascite.

Le cause di tale tendenza, ormai strutturale, vanno ricercate anche nella mancanza di politiche a favore della famiglia, che costringono spesso le donne a rinunciare alla maternità o all’esclusione dal mondo del lavoro. Alla significativa denatalità si associa un aumento dell’aspettativa di vita, cresciuto a tal punto negli ultimi decenni da collocare l’Italia tra i paesi più longevi, come mostrano le tavole pubblicate dall’ISTAT.

Paradossalmente, però, l’incremento dellapopolazione anziana, proprio perché intrecciato al calo di nascite, rischia di produrre unatrappola demografica insostenibile. La pandemia non poteva che contribuire ad unoscenario che, secondo le previsioni, porterà nel 2050 sotto la soglia di 200 mila bimbi.

Allargando lo sguardo al nostro piccolo pianeta, sembra trascorsa un’epoca da quando, oggetto del dibattito demografico in sede ONU, era principalmente arginare l’esplosione di nascite.

“Esplosione che c’era e un po’ ancora c’è, visto che nel Novecento la popolazione umana si è quadruplicata, arrivando a 6 miliardi a fine secolo, per superare sicuramente gli 8 miliardi l’anno prossimo. Ma non durerà -spiega Mara Gasbarrone, esperta di temi socioeconomici e demografici– Nascono ogni anno 18 bambini ogni 1000 persone, e intanto ne muoiono 8, ma questo perché la popolazione è ancora giovane, e in età riproduttiva. Oggi rimane quasi solo l’Africa come continente in cui a lungo termine il numero dei figli per donna supera (e di molto) la soglia-limite di 2,1, indicato come valore che garantirebbe una popolazione stazionaria. Una donna indiana ha in media 2,1 figli, una cinese 1,6. E la popolazione del mondo continua a crescere non solo per i nuovi bambini che si aggiungono ogni anno, ma anche perché si vive più a lungo, pandemie presenti e future permettendo”.

In questo secolo, dunque -le previsioni divergono nei tempi, ma non nella direzione- la popolazione della Terra inizierà a scendere.

È un pericolo o un’opportunità un “Pianeta stretto”, per riprendere il titolo di un bel libro di qualche anno fa di uno dei massimi studiosi di demografia, Massimo Livi Bacci?

Forse tornerà ad essere un po’ meno stretto, e forse rallenterà anche il suo apparentemente inesorabile riscaldamento. Ma questo dipenderà in primo luogo da come le persone che abitano questa Terra vorranno convivere amichevolmente con tutti gli altri esseri che la abitano, come ci insegna la Laudato sì.

È possibile una convivenza amichevole, indipendentemente da quanti saremo?

Dopo lo sguardo al futuro, osserviamo il presente. Una convivenza amichevole dovrebbe realizzarsi anzitutto fra uomini e donne. Che ce ne sia poca, lo dimostrano non solo le “punte estreme” dei femminicidi, delle violenze, delle bambine che mancano per il gendercide, ma anche le molestie, lo stile “padronale” che avvelena quasi ovunque, in modi diversi, le relazioni fra uomini e donne. Di conseguenza, un numero sempre maggiore di persone, di donne in particolare, alla relazione con l’altro si sottrae. Il numero dei matrimoni, e non solo dei matrimoni, ma di tutti i progetti stabili di vita comune, sta precipitando. Diventa difficile cercare una relazione che implica prevaricazione

Parlando di popolazione, riflettiamo su una vera e propria piaga: le bambine che mancano.

Per legge di natura, a fronte di 100 neonate dovrebbero esserci 105 bambini. In molti Paesi essi superano i 110. È un problema non solo dell’Asia (Cina, India…), ma anche di molti Paesi europei. Le cause sono molteplici: la combinazione devastante di pregiudizi secolari, di una crescente preferenza per pochi figli, soprattutto nelle famiglie del ceto medio, dell’accesso ormai molto facile all’ecografia (costa non più di 12 dollari). L’eccesso di nascite di ragazzi, che poi da adulti non possono trovare moglie, causa solo problemi agli stati, e i più avveduti hanno organizzato politiche mirate per combatterne la diffusione. 

Il fenomeno appare in forte diminuzione in Sud Corea, grazie ad un positivo cambiamento culturale, e si è diffuso invece oltre i confini dell’Asia, a livello globale, in Armenia, Georgia, Bielorussia e perfino alle soglie di casa nostra, in Serbia e Bosnia.

La tappa successiva è il mancato accesso all’istruzione.

Nel mondo, 132 milioni di ragazze non vanno a scuola: 34 milioni dovrebbero frequentare le elementari, 97 milioni le medie. Il 55% dei bambini in età scolare elementare che non frequentano le lezioni sono femmine. Dei circa 781 milioni di adulti analfabeti nel mondo, quasi due terzi sono donne. Dove le donne all’istruzione hanno avuto accesso, la società è cambiata: non solo loro hanno acquisito consapevolezza della propria autonomia, maggiore salute e benessere, ma anche i loro figli ne hanno avuto un significativo beneficio: la mortalità infantile è diminuita, le nascite non desiderate o troppo precoci anche.

I timori per l’esplosione demografica si sono molto ridimensionati in tutti i Paesi in cui le donne hanno più conoscenze, diritti e opportunità

La questione femminile è profondamente legata alla demografia, dunque, come emerge chiaramente nella pratica dei matrimoni di minori.

In età inferiore ai 18 anni, per definizione si è incapaci di esprimere un consenso giuridicamente valido. Le unioni, imposte dalle famiglie di origine, rappresentano una prevaricazione cui sono esposte molte ragazze soprattutto nei paesi dell’Asia centrale, ma, purtroppo “importata” anche nei nostri Paesi, come mostrano recenti casi di cronaca.

Sposarsi presto per le ragazze significa abbandonare la scuola, significa mettere a rischio la propria salute, significa essere costrette ad abbandonare il proprio progetto di vita.

Bisogna che le leggi degli stati non tollerino eccezioni al criterio dell’età minima legale.

Nonostante tutto, negli ultimi dieci anni la percentuale di ragazze che si sposano prima della maggiore età, è diminuita da una su quattro a una su cinque.

Come possiamo dimenticare nella Giornata mondiale della popolazione che una fetta, la più grande, di essa rischia di non avere accesso alla vaccinazione. A quale modello di convivenza aspiriamo?

Sarebbe drammaticamente triste, se così fosse. Oltre che ingiusto e illogico: se proprio non vogliamo essere generosi, dovremmo comunque preoccuparci per la nostra sicurezza che tutti gli esseri umani possano usufruire dei progressi scientifici a tutela della salute. Nessuno si salva da solo. Le figure più avvedute, a cominciare dal Santo Padre, ce lo ricordano.

Sembra impossibile vaccinare 7 miliardi di persone? Abbiamo visto che l’impresa di “mettere in salvo” almeno la parte più fragile della popolazione, quella anziana a rischio, è stato un obiettivo concretamente perseguibile. Bene: in Africa vivono oggi un miliardo e 342 milioni di persone, ma “solo” 150 milioni di loro hanno più di 50 anni (la metà rispetto alla vecchia Europa). Misuriamo con realismo i passi da fare e stabiliamo le giuste priorità: scopriremo forse che è meno difficile del previsto.

Silvia Camisasca

https://www.ined.fr/en/everything_about_population/data/all-countries/

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