Donne pronte ad opporsi con tutte le loro forze e i corpi allo stupro del loro territorio. Non figlie, non madri, non mogli: innanzitutto donne contro la riduzione dei loro paesaggi a pattumiere infette.
“Donne – come scrive Erri De Luca – oltre la prima linea, che è trincea difensiva: donne a occupare lo spazio vuoto tra le prepotenze di Stato e la legittima difesa della loro comunità. Donne: quando la vita è calpestata serve il loro insuperabile coraggio”.
Sono dieci, dieci amazzoni della terra dei fuochi e le loro narrazioni sono state raccolte in un libro, edito da Jaca Book, intitolato: “Teresa e le altre”, scritto da Marco Armiero, storico dell’ambiente, allievo di Donald Worster, direttore dell’Environmental Humanities Laboratory del Royal Institute of Technology di Stoccolma e, in Italia, primo ricercatore presso l’Istituto di Studi sul Mediterraneo del Cnr.
Poco più di 150 pagine in cui: Carlotta Caputo, Ivana Corsale, Brigida Di Salvatore, Serenella Iovino, Gigliola Izzo, Nunzia Lombardi, Teresa Musto, Paola Nugnes, Doriana Sarli e Novella Vitale raccontano venti anni di battaglie intraprese contro politiche di degrado ambientale.
“Questo libro – scrive nell’introduzione Armiero – nasce da tali incontri e dalla voglia di costruire una narrazione diversa dalla crisi campana; nelle pagine che seguono non troverete un’analisi dell’emergenza, critiche al piano rifiuti, dati sulla produzione dei rifiuti, sulla differenziata o sulla epidemiologia ; non troverete le tante proposte alternative che pure i comitati campani hanno proposto in questi anni. Sulla munnezza campana ormai sono state scritte enciclopedie, trattati scientifici, resoconti giornalistici, persino pièce teatrali, anche Wikipedia ha una voce, peraltro molto utile, sulla crisi campana dei rifiuti. Questo libro, invece, vuole fare altro. Tanto per cominciare, si rifà direttamente a uno degli slogan piu importanti del movimento americano della ej, environmental justice: “We speak for ourselves”, come ripetono gli attivisti e le attiviste statunitensi, intendendo ovviamente che loro non si fanno rappresentare da nessuno perché rivendicano il diritto di parlare dei loro problemi in prima persona. Ma a me sembra che quello slogan abbia anche un altro significato, ovvero che rimandi al carattere narrativo del movimento; gli attivisti e le attiviste parlano in prima persona e raccontano le loro storie trasmettendo in questo modo quanto hanno imparato e hanno elaborato in questi anni, quindi con la forza del raccontare, il sistema che ha prodotto ingiustizia. Narrare significa contro- narrare, perché l’ingiustizia ambientale non è solo imposta con i blindati e i manganelli , ma anche con una narrativa che sradica qualunque possibile alternativa, che impone una verità ufficiale, che criminalizza chi si oppone. Wu Ming ha scritto che le “storie sono asce di guerra da disseppelire”, l’idea della narrazione come strumento di resistenza è al cuore di questo progetto. Si può resistere attraverso la narrazione?” Non vi resta che leggere il libro, per scoprirlo. Di sicuro rimarrete colpiti dal coraggio, dalla determinazione di queste sette donne che, di fronte ad una politica corrotta, incapace, a poteri criminali e interessi economici che hanno determinato enormi disastri ecologici, non sono mai rimaste passive, non hanno subito alcun ricatto. L’antidoto, a volte, è racchiuso nelle parole.
F.V.

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