Più che faticoso, il lavoro di Donato Colaci, nato a Termoli nel ’54, richiede un grande senso di responsabilità. Non tutti lo farebbero.Anche perché, spesso si è costretti a trasferirsi anche in zone disagiate e per anni si corre il rischio di lavorare in solitudine.
“Ma – che ci vuol fare? – chiede sorridendo Donato – di questa attività sono innamorato. E sa perché? Ho la passione per il mare stampata nel mio Dna. Il mare è la mia vita”.
Eh sì, Donato è, infatti, assistente tecnico nautico nella sua città natale. Per capirci, fa il guardiano del faro, “un mestiere – aggiunge – parecchio affascinante. Anche se oggi di intrigante non ha quasi più niente. Colpa delle tecnologia. Ma a me piace. Immagini che da ragazzino sognavo di lavorare in mare. Ho studiato all’Istituto Nautico, sezione Capitani. E quando mi chiedevano che cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo che mi sarebbe piaciuto lavorare come ufficiale della Marina Militare. Un desiderio che ho ancora oggi. Ma non mi lamento. Anzi, sono soddisfatto.”.
Ma come nasce questo amore? “Io sono un figlio d’arte – risponde Donato – Anche mio padre faceva questo lavoro. Nella mia famiglia, da parte della mamma e del papà, ci sono tanti pescatori. Quindi la passione per il mare è nata con me. Prima di fare il guardiano del faro avevo una barca e facevo il pescatore. Poi, ho partecipato ad un concorso per “Tecnico Fari”. L’ho superato. Era il 1979. Subito dopo, il 2 gennaio dell’80. è cominciata la mia avventura”.
Dal 1999 Donato lavora nella Reggenza di Termoli ed è responsabile anche dei fari delle Isole Tremiti.
Perché dice che il suo non è più un mestiere affascinante? “Beh – replica – nel corso degli anni le cose sono cambiate. E’ arrivata la tecnologia. Ed io sono un nostalgico. Tutti i segnalamenti sono stati automatizzati. Quello che faceva il farista, lo può fare un pulsante”.
Ma, di preciso, cosa fa un guardiano del faro? “Accendere e spegnere i fari in modo manuale – spiega Donato – fare il servizio anche di notte e assicurarsi del buon funzionamento dei segnali, intervenire in qualsiasi momento e in qualunque condizione climatica quando c’è bisogno, presidiare fari in zone di notevole disagio. Però, oggi tutto questo è stato superato. I fari posizionati in zone disagiate sono stati quasi tutti monitorati, le nuove tecnologie stanno sostituendo l’uomo. Questo vuol dire che il fascino del guardiano del faro va scemando. Ma io ho cominciato quando l’attività era molto più stressante. Oggi lavoro dalle 8 alle 13 e per un’ora al crepuscolo. Mi occupo di pratiche d’ufficio, controllo lo stato dei segnalamenti a me più vicini. Quelli a distanza li gestisco in giorni prestabiliti. Faccio le manutenzioni previste quando è necessario. Di sera mi assicuro che tutto funzioni alla perfezione. Questa è la cosa più importante. Come può notare, il mio non è un lavoro di grande fatica. Ma molto impegnativo. Un tempo si facevano molti più sacrifici. Qualche volta capita anche di intervenire di notte, sempre in condizioni di massima sicurezza, mai a rischio. Parlando del mio lavoro, potrei dire che è affascinante, insolito, appassionante. Per farlo devi essere innamorato del mare, amare la natura. Ma, soprattutto, riuscire a stare da solo. In molte destinazioni ancora oggi si vive da soli. Questo, forse, è l’aspetto più pesante da sopportare. Bisogna, poi, avere la fortuna di essere spediti in posti non tanto disagiati. E isolati. Io, per esempio, sono stato quasi sempre solo. Da meno di due mesi ho con me un collaboratore, proveniente dall’Aeronautica Militare. Nonostante tutto, non abbandonerei mai il mio lavoro. Certo, spero che venga rivalutato. Ma mai potrei fare altro. E sa perché? Ho la possibilità di alzarmi all’alba, vedere il sole sorgere, respirare la brezza marina che sembra penetrarti e gridare: per fortuna ci sono. Lo ripeto, i momenti difficili ce li ho. E non sono pochi. Ma occorre armarsi di pazienza e andare avanti, imparando a cogliere la bellezza di questo mestiere. E poi, mai scoraggiarsi quando ti trasferiscono di continuo. Ho avuto parecchie destinazioni. Alcune anche molto pesanti. Dopo l’esperienza nell’Ufficio Tecnico dei Fari di La Spezia, sono finito nella Reggenza di “Punta Maestra” sul delta del Po in provincia di Rovigo. Un posto isolato, raggiungibile solo in barca. Dopo due anni sono stato trasferito a Vieste sul promontorio del Gargano, altra destinazione poco piacevole. Il faro é situato su un isolotto, che dista dalla terra ferma solo un centinaio di metri, ma quasi insuperabili nelle giornate di mare mosso. Forse questa è stata la destinazione peggiore, anche se il posto è bellissimo. Tre anni dopo mi hanno mandato ad Ortona, in provincia di Chieti. Un posto delizioso per la mia famiglia. Ci sono rimasto per tredici anni. Ora sono qui a Termoli, la destinazione che ho sempre desiderato. Non penso che nel mio futuro ci sarà un altro trasferimento, però, mai dire mai. Bisogna tenersi sempre pronti a partire. E a non vedere solo l’aspetto negativo di un allontanamento. Di tutti i posti, in cui sono stato, conservo ricordi bellissimi”.
Ma si potrebbe dire che l’attività di guardiano del faro sia monotona e triste? “La malinconia e la monotonia – ribatte Donato – arrivano solo a coloro che le cercano. Ho conosciuto colleghi che si sono ammalati di tristezza. A me non è mai successo. Anche perché ho parecchi hobby. Non ho tempo per annoiarmi”.
Si sente un tipo tosto? “Pensi che io sono l’unico in tutto il Molise – risponde fiero – a svolgere questa professione. Già questo potrebbe essere indicativo del mio carattere. Al di là della battuta, penso di fare un lavoro di grande responsabilità. So che il mio lavoro agevola, aiuta quello degli altri. Per questo ci metto impegno. Tanto impegno. Sono molto orgoglioso di fare il Guardiano del Faro. Certo, come ho già detto, mi piacerebbe tornare indietro, farlo come si faceva un tempo. Quando ero ragazzino trasmettevano uno sceneggiato in TV che, se non ricordo male, si intitolava “Il Vecchio e il Faro”. Narrava la vita di un guardiano del faro, che viveva da solo e raccontava le sue esperienze ad un ragazzo (Roberto Chevalier). Erano gli anni ‘60”.
Cosa significa un faro che si accende? “Sul faro di “Punta Maestra” – dice Donato – c’è una scritta: Ogni luce è vita. Pensi ai marinai, che di notte navigano in acque tempestose e intorno vedono solo buio! Quando si accende un faro, fanno di tutto per avvicinarsi. Si aggrappano a quella luce come se fosse l’unica speranza”. Un faro spento? “Quando un faro si spegne – conclude- si perde la speranza sia per chi naviga, sia per chi sta a terra, ma, soprattutto, per noi guardiani del Faro”.
Cinzia Ficco

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