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“Settantadue abusi ed uno stupro. Ma voglio ancora vivere!”

Emanuela Violani (pseudonimo), 33 anni, aveva un sogno: diventare suora. E rimanere per sempre vicina a quel Dio che non l’ha mai abbandonata quando sua madre perdeva i sensi per abuso di alcol e psicofarmaci e suo padre era sempre assente. Ma ha dovuto rinunciare. Colpa di don G che, avrebbe dovuto prendersi cura di lei, ma l’ha stuprata e spinta a tentare il suicidio.

Ora Emanuela è finalmente libera. Ha denunciato il sacerdote e sta tentando di ricostruire la sua vita. Accanto a lei da poco c’è un uomo, che l’ama.

Di recente Emanuela ha scritto un libro, dal titolo: “Diario segreto dei miei giorni feroci”  – Edito da Claudiana (Torino).

In questa intervista ha accettato di raccontare la sua grande sofferenza. Oltre agli abusi, i silenzi della Chiesa.

Dunque, Emanuela, voleva farsi suora!

Ho un diploma in “tecnico della gestione aziendale”, un po’ meno di ragioneria. Avrei voluto fare le scuole magistrali ma, siccome ho passato le scuole medie a guardare fuori dalla finestra e a fantasticare su una vita diversa da quella di “figlia di alcolista”, i miei professori credevano che non fossi abbastanza sveglia per intraprendere un percorso di studi diverso.

Non la spaventava una vita in un convento? Aveva già avuto una vita piena di sacrifici!

Da ragazza sognavo di fare l’infermiera in Africa, di vivere una vita ricca di esperienze e di scriverci poi un libro. Ho maturato la mia vocazione dai 16 ai 18 anni. Sono cresciuta all’oratorio del mio comune, che per me era come una famiglia. Mi piaceva fare l’animatrice, la catechista. Mi piaceva stare con i bambini, far fare loro i compiti e piccoli lavoretti con pasta di sale o altro. Inoltre facevo volontariato al Piccolo Cottolengo della mia citta’ e le ragazze down, con le quali trascorrevo un pomeriggio a settimana, mi hanno insegnato molto. Al piccolo Cottolengo c’erano tante suore ed io mi ero affezionata molto a loro. Mi piaceva la loro vita semplice al servizio  del prossimo. Ho ammirato tantissimo quelle suore, sopratutto suor Emanuela, perché era giovane e bella. La consideravo una donna coraggiosa ad aver scelto quella vita. Nei suoi occhi brillava la felicità.

Ma quando ha maturato la sua vocazione? Era un desiderio legato ai problemi che aveva in famiglia?

Non ho maturato la mia vocazione a causa dei disagi che vivevo in famiglia. Anzi! Consideravo i problemi di mia madre come una prova. Una volta superata quella avrei potuto superare mille altre difficoltà. Mi rendevo conto che non avrei mai potuto lasciarla prima della sua guarigione e questo un po’ mi frustrava. Con il suo alcolismo mi teneva legata a sè. A 18 anni ho partecipato agli esercizi spirituali che organizzava ogni anno la mia diocesi ed è stato in quella settimana di silenzio, preghiera, ascolto della parola, lontananza dai problemi familiari, che l’amore di Dio si è manifestato a me con tutta la sua forza, la sua bellezza.

Cosa ricorda di quei giorni?

La dolcezza del dono di Maria, la madre di Gesu’. Io volevo donare la mia esistenza ai più deboli, ai più poveri, ai portatori di handicap.

Quando si immaginava suora a cosa pensava?

Provavo gioia. Andavo a passeggiare fra i boschi e leggevo la Bibbia, recitavo il rosario e non immaginavo una vita migliore di quella. Volevo fare la suora missionaria, non avrei accettato di vivere in clausura. Perché si può benissimo pregare e nello stesso tempo lavorare per il prossimo.

Le immagini più forti della sua adolescenza?

Ho quasi tutti ricordi brutti. Ricordi di mia madre ubriaca sbattuta sul divano sempre in vestaglia. Ricordi di mia madre ubriaca che vomitava ogni mattina. Ricordi di mia madre ubriaca che piangeva e voleva morire. Ricordi di mia madre ubriaca in taverna. Ogni sera avevo paura che morisse. Ho vissuto la mia adolescenza nel terrore che mia madre si suicidasse. Se quando tornavo da scuola non la trovavo andavo in cantina per vedere se si fosse impiccata. Un paio di volte, rovistando nel suo comodino, ho trovato “le sue ultime volonta’”.

Suo padre?

Ricordo la mancanza di mio padre, perché lui non c’era mai. Ma l’amore di Dio mi dava la forza. Da Dio mi sentivo amata, molto. Dio per me era la speranza in un futuro migliore, era la certezza che almeno Lui mi voleva bene. E le storie della Bibbia erano le mie storie, io non mi sentivo diversa da tanti personaggi che in quel libro hanno dovuto affrontare mille prove. Ho deciso in modo definitivo di farmi suora nell’estate dei miei 18 anni durante gli esercizi spirituali.

Così ha pensato di affidarsi ad un sacerdote. Don G.

Don G. non ha partecipato a quegli esercizi, ma il prete coadiutore, al quale avevo raccontato della mia vocazione, mi suggerii di rivolgermi a lui in quanto abitava in un paese vicino ed era responsabile dei giovani della zona. L’ho visto per la prima volta il 13 settembre dei miei 18 anni, nel mio primo incontro di direzione spirituale. Lui aveva 30 anni, è del 1967.

Ci racconti!

All’inizio con don G. facevo incontri di direzione spirituale. Lui era il prete che doveva aiutarmi a maturare la mia vocazione. Gli ho raccontato subito i miei problemi familiari. C’erano dei giorni in cui stavo davvero male per mia madre, giorni in cui non riuscivo a stare dentro a quella vita. Gestire una donna depressa, dipendente da psicofarmaci e alcool era difficile ed io non mi sentivo all’altezza. Avevo solo 18 anni e ne avevo solo 8 la prima volta che ho visto mia madre ubriaca. Da quel giorno la mia vita è cambiata, sono maturata di colpo e quell’infanzia non vissuta me la porterò dietro per tutto il resto della mia vita.

Quindi si apriva con don G!

Sì, gli raccontavo dei miei problemi familiari, parlavamo di Dio, della Bibbia, dell’importanza dei sacramenti. Lui mi suggeriva libri da leggere come ad esempio “Storia di un’anima” di Santa Teresa di Lisieux.

Cosa si aspettava da lui?

Che si comportasse da prete!

Invece?

Per il primo anno di direzione spirituale è stato un buon prete ed io mi sono sempre più affidata a lui. Poi un giorno mi ha detto che non avrei mai potuto farmi suora, se prima non avessi risolto i miei problemi in famiglia. Mi ha detto che io dovevo riprendere fiducia verso il prossimo, e in quel momento il mio “prossimo” era lui.

Poi cosa è successo?

La prima volta mi ha presa in braccio semplicemente in braccio ed io mi sono sentita accolta, amata. La seconda volta mi ha dato un bacio. La terza volta mi ha portata in camera sua “per abbracciarci meglio”. E’ così sono iniziati gli abusi. Il patto era questo: cinque minuti di quello che vuoi tu in cambio di cinque minuti di quello che voglio io”. Era un patto esplicito. Amore in cambio di fellatio con la promessa di non farmi perdere la verginità.

Ma un giorno il sacerdote ha rotto il patto!

La promessa è stata infranta dopo 5 anni di abusi. Ne ho contati ed elaborati circa 72. Nell’estate 2003 mi ha stuprata. Tre giorni dopo ho tentato il suicidio.

Ma come si giustificava? Lei non reagiva?

Il don non aveva bisogno di giustificazioni. Andavo a casa sua, oppure quando sono andata a vivere da sola lui veniva a casa mia, oppure andavamo a fare un giro in macchina ed io parlavo dei miei problemi, che nel frattempo erano aumentati. Lui mi dava conforto, mi consolava. E poi io dovevo pagare. Era logico. Era una logica perversa, bastarda, ma i patti erano chiari e se io non li rispettavo, lui si offendeva. Litigavamo per un po’, ma poi lo pagavo per l’amore che mi aveva dato prima. E’ difficile da comprendere questa cosa, faccio fatica a comprenderla io stessa. Ma io credo che l’amore sia importante quanto bere e mangiare. E a parte l’amore di Dio, io ne avevo ricevuto poco dalla vita. Una volta compresa la bellezza di farsi accarezzare, consolare, abbracciare, non sono più riuscita a liberarmene.

Quanto è durata la sua sofferenza?

La mia sofferenza durerà per il resto della mia vita. Gli abusi sono durati cinque anni, dall’estate dei miei 19 anni all’estate dei miei 24. Lo stupro è avvenuto nell’estate dei 24 anni. E’ stupro, non violenza sessuale, perché io ero vergine. Per cinque anni don G ha rispettato il patto.

Cosa dicevano i suoi genitori? La sua famiglia? I suoi amici? Non l’ ha aiutata nessuno?

Quali genitori? Quali amici? Quale famiglia? Prima di conoscere il don avevo degli amici, ma poi li ho persi. A causa mia. E’ stato tutto un rotolare verso il basso e dopo poco mi sono ritrovata praticamente sola. Andavo ogni tanto a confessarmi, ma il prete di turno mi faceva sentire in colpa.

Cosa le diceva?

Che era tutta colpa mia, che ero io l’Eva tentatrice della situazione, che era colpa mia se stava crollando la sacra chiesa cattolica. Ed io ci credevo, mi sentivo in colpa ed ero frustrata. Autolesionismo per punirmi, anoressia, e poi sono crollata nell’alcolismo come mia madre. E quando non bevevo o fumavo sostanze illecite, c’era il don. E più stavo male, più lui approfittava della situazione. Io rotolavo verso l’abisso e a lui faceva comodo.

Quando ha pensato di denunciarlo? Chi l’ha spinta a farlo?

Ho finito di scrivere il libro nell’estate del 2006, a 27 anni. A febbraio 2009 ho conosciuto un uomo splendido con il quale, nonostante il lavoro precario, convivo da tre mesi. Al mio ragazzo ho raccontato subito quello che avevo vissuto e lui mi ha accolta. M, le iniziali del suo nome, anche se ora è protestante, deriva da una famiglia profondamente cattolica. Era convinto che, denunciando l’accaduto alle autorità ecclesiastiche, saremmo riusciti ad ottenere giustizia. Ora M ha cambiato idea.

Perché? Come è andata?

Ho denunciato don G. al vescovo della mia diocesi nel febbraio del 2010. Ad ottobre dello stesso anno il monsignore presidente del Tribunale Ecclesiastico ha pronunciato la sua sentenza.

Cioè?

Volevano infliggere al don una pena di tre mesi da passare in ritiro spirituale in un convento oltre ad una donazione da evolvere ad una Onlus di mia scelta. Quella sentenza era assurda ed io mi sono arrabbiata molto. Dopo due settimane ho trovato la forza di andare alla polizia.

Cosa ha provato dopo? Ha avuto ripercussioni, minacce?

Il giorno in cui ho denunciato il don mi sono riappropriata della mia dignità di donna. Denunciare è stata la cosa più faticosa che io abbia mai fatto. Ci vuole coraggio, ci vuole forza.  Mi sento in colpa per non averlo denunciato prima. Temo che il don possa aver fatto ad altre quello che ha fatto a me, perché ora che mi sono riaffacciata al mondo, mi sto accorgendo che c’è tanta solitudine, tanta sofferenza, e don G. è un lupo affamato di sesso travestito da tenero agnello. Non ho avuto alcuna minaccia, tanto don G. era sicuro di farla franca. Il problema non si pone.

E poi?

La mia denuncia è stata archiviata nel maggio del 2010 per decorrenza dei termini. In base alla legge italiana una donna vittima di violenza ha sei mesi per denunciare, in quanto dei dottori super laureati hanno calcolato e stabilito che quello è il tempo per rendersi conto del male subito. Io non ci ho messo 6 mesi, ce ne ho messi 86 dallo stupro. Negli 80 mesi in cui non ho denunciato il don, ero troppo occupata a morire dentro per trovare la forza. Ma questo alla legge non interessa.

Qual è stata la sofferenza più grande dopo la denuncia?

La sofferenza più grande della mia vita è stato il mancato amore. Solitudine, nessuno che sia stato mai veramente disposto a lottare per me, a battersi per la mia causa.

Cosa le dissero quando denunciò il sacerdote? Nel libro racconta di un secondo sacerdote, che l’ha delusa molto. Le ha dato ragione, ma ha coperto tutto. E’ così?

Nell’estate 2000, dopo due anni di abusi, ho cambiato direttore spirituale e a don B. ho raccontato subito delle cose che succedevano fra me e don G. Don B. ha sempre condannato don G, ma non ha mai fatto nulla. Per anni gli ho scritto lettere in cui descrivevo per filo e per segno gli abusi che subivo. Un giorno don B. mi ha detto che aveva dovuto bruciare quelle lettere, perché potevano finire nelle mani sbagliate. Dopo essere stata stuprata ho scritto una lettera a don B. nella quale descrivevo gli atti compiuti dal don durante la violenza. Sono andata a messa da lui il sabato successivo e lui mi ha detto che se le cose stavano come io le avevo descritte, avevo subito violenza.

Però?

Me l’ha detto in un angolo della chiesa, sottovoce. Ed io me ne sono andata. All’epoca no, non avevo la forza per denunciare. In seguito alla mia denuncia don B. è stato interrogato dalla polizia, ma ha detto che non poteva riferire delle cose che gli raccontavo di don G. perché era tenuto al segreto confessionale. E’ una bugia. Le lettere e i nostri incontri non sono mai avvenuti dentro un confessionale.

Don G, un malato o un maiale? Come vorrebbe che espiasse la sua colpa? 

Don G. ha scontato la sua pena di tre mesi in convento, mentre io passerò il resto della mia vita a soffrire a causa sua. Poi è stato trasferito in un’altra parrocchia. Non è un malato. Lui era pienamente consapevole di quello che mi stava facendo, lui mi ha plagiata. Don G. è l’uomo più furbo e scaltro che io abbia mai conosciuto. Sapeva che l’avrebbe fatta franca. Ha scelto me che ero la ragazzina più vulnerabile del gruppo, senza una famiglia e con tanti problemi sulle spalle. Sì, lo considero un viscido, ma quando penso a lui mi immagino sempre il suo cuore. Se avesse una minimo pentimento sul dolore che mi ha causato, il suo cuore si spaccherebbe.

Ma cosa vorrebbe che la Chiesa facesse nei suoi confronti?

Io vorrei che a lui fosse tolta la tonaca da prete, perché un uomo così non è degno di essere chiamato prete e nemmeno uomo. E neanche maiale, perché i maiali certe cose non le fanno. Vorrei che lui fosse rinchiuso da qualche parte, non necessariamente in galera e anche non necessariamente rinchiuso. Vorrei semplicemente che fosse allontanato dalle ragazzine.

Il secondo sacerdote?

Considero don B. un debole che ha preferito tacere sui  miei abusi, ha preferito che continuassero per altri tre anni, ha preferito stare in silenzio sul mio stupro per evitare di intaccare il buon nome della sacra chiesa cattolica. Ho raccontato degli abusi che stavo subendo da don G. nell’estate del 2000. Se don B. mi avesse aiutata subito forse ora non sarei una donna stuprata. Pensieri, parole, opere e omissioni. Il peccato di don B. è stata l’omissione.

Vorrebbe ancora diventare suora?

Ora non voglio più diventare suora. Sono fidanzata da tre anni, convivo da quattro mesi e appena io e il mio compagno avremo un lavoro stabile, vorrei farmi una famiglia e diventare madre. Quando, però, per la strada vedo una suora mi dico “quella potevo essere io”. Se non avessi incontrato don G, ma un prete vero forse ora sarei in Africa a consumarmi per i bambini consumati dalla fame. Ogni tanto questo pensiero mi strugge, ma poi me lo faccio passare. Giorno dopo giorno mi sto ricostruendo una vita, sto diventando la missionaria di me stessa.

C’è un sacerdote che non l’ha delusa?

Mi sono avvicinata al mondo protestante cinque anni fa, un anno dopo la scrittura del libro, perché il mio migliore amico lo è. Il mio compagno è protestante e la domenica vado al culto con lui nella chiesa della mia citta’. Con enorme fatica sto cercando di aprirmi alle persone e alla pastora, perchè dentro di me persiste un terribile timore di soffrire ancora, di non essere accettata, capita. Questo timore non mi permette di aprirmi verso il prossimo. E’ un grande scoglio da superare. Ma ce la sto facendo.

Riuscirà a perdonare don G? C’è qualcuno che la sta aiutando ?

Secondo me il perdono è un dono che va fatto a chi si pente del male inferto all’altro. Don G. non si è pentito, se si pentisse morirebbe di dolore, ma non lo perdonerei neanche se lo fosse e spero vivamente che anche Dio non lo perdoni. Da più di quattro anni, cioè da quando me lo posso permettere economicamente, sto seguendo un percorso di psicoterapia con un bravo medico, che mi ha aiutata ad analizzare i 72 abusi subiti, lo stupro, ma anche la mia infanzia negata con tutti i problemi che ne sono derivati.

Chi pensa non l’abbia mai abbandonata, anche se, magari, rimanendo lontano?

Mio padre mi ha abbandonata, mia madre mi ha sbattuta fuori di casa, il don mi ha usata per i suoi fini sessuali, la chiesa cattolica mi ha zittita, gli amici mi hanno lasciato scivolare via… tutti tranne il mio migliore amico che nel libro ho chiamato Andrea ed è malato di cancro. E poi M. il mio ragazzo, da quando lo conosco non mi ha mai abbandonata, anche se abbiamo vissuto momenti brutti, tragici. E poi… E’ triste questa domanda. E’ triste la risposta. Spero di conoscere persone che non mi abbandoneranno mai. Ho risposto con lucidità a tutte le altre domande, ma a questa mi stanno scendendo le lacrime.

Perché?

Questa domanda mi ha fatto pensare a quando mi sono buttata giù dal ponte. Ero stata stuprata da tre giorni, ma non avevo nessuno di cui potermi fidare, non avevo nessuno a cui poter raccontare l’orrore vissuto. La solitudine uccide molto più della violenza. Ho tentato il suicidio, volevo abbandonare la vita, perché la vita aveva abbandonato me.

A chi attribuisce la colpa di quello che le è successo?

Per molti anni ho attribuito la colpa di tutti i miei mali a Dio. L’ho insultato, disprezzato. Poi mi sono detta che in fin dei conti è un povero Cristo vittima come me della cattiveria umana. Spesso mi viene voglia di raccoglierlo dalla croce. Ma lui non ha raccolto me quando sono stata uccisa e allora la mia cocciutaggine prende il sopravvento e riprendo a litigare con lui. Comunque la colpa di quello che mi è successo è di don G. per i circa 72 abusi e lo stupro, di don B. per avermi zittita, del clero per non aver preso provvedimenti seri, di mio padre per avermi abbandonata, di mia madre per essersi sempre comportata da figlia e non da madre verso di me. Della famiglia che non ho avuto, degli amici che si sono dileguati appena mi hanno vista in difficoltà.

Quanto si sente tosta da uno a dieci?

Venticinque, due volte e mezzo la normale scaletta. Sono ancora viva, nonostante quello che ho vissuto e già questo è un buon traguardo. Ma non sono solo ancora viva. Io ho speranza per il futuro. Io sono stata in grado di riaprirmi alla vita, di accettare l’amore del mio ragazzo, e desidero costruirmi un futuro con lui. E per ottenere questo, sto lottando. E’ faticoso, ma ci voglio riuscire. Voglio vincere io. La mia forza vincerà il mio dolore e anche se sono certa che il ricordo di quello che mi ha fatto il don mi attraverserà per ogni giorno della mia vita, io ora ho il desiderio di invecchiare. Non voglio più morire. Voglio vivere. E’ una cosa tosta voler vivere dopo una vita come la mia! Mi piacerebbe riprendere a far volontariato, ma non ora, non sono ancora pronta, avrei bisogno di ricevere un po’ prima di ricominciare a donare.

E’ in contatto con altre ragazze che hanno subito violenza?

Sono in contatto con altre vittime di violenze. Di storie come la mia purtroppo ce ne sono tante, ma ognuna è particolare nella sua ferocia.

Secondo lei la Chiesa è troppo morbida su fatti come il suo?

La Chiesa non dovrebbe essere né dura né morbida. Dovrebbe essere giusta. Un prete che ha abusato di una ragazza per cinque anni (e l’ha ammesso) e poi l’ha stuprata dovrebbe essere allontanato dal suo ruolo. Le vittime dei preti per ottenere giustizia devono attendere quella divina. Quella terrena non esiste.

Ora qual è il suo valore più importante?

La famiglia. Quella che non ho avuto mi ha insegnato che non c’è niente di più importante di una coppia che si ama, che prima di mettere al mondo dei figli li desidera e poi li fa crescere con tutto l’amore possibile.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

PS Le foto mi sono state suggerite da Emanuela!

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Written by Cinzia Ficco

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