Quando era dipendente del Gruppo Merloni prendeva quasi due milioni di vecchie lire. Il suo lavoro era abbastanza leggero – non avendo un ruolo fisso – e gli consentiva di avere parecchio tempo libero. Oggi, che fa il vasaio, lavora anche per dodici, tredici ore ogni giorno, in un ambiente parecchio umido, spesso rinuncia a stare con sua moglie e i suoi due bambini, non ha tempo libero e le entrate sono “variabili”.
“Ma – afferma Emanuele Bozzi, nato a Fermo nel ’73 e residente a Montottone, un centro di mille abitanti – sono felice. Non mi manca niente. E non tornerei più indietro. Vuole sapere una cosa? Ho riacciuffato la mia vita. Prima avevo tante garanzie, ma dentro sentivo un vuoto enorme, che non riuscivo a colmare. Tanti anni fa ho avuto fiuto. Ho capito che questa sarebbe stata la mia strada e solo questo mi avrebbe fatto recuperare una stima in me stesso, che credevo di aver perso”.
In realtà, quella del vasaio, per Emanuele non è stata una scelta casuale. E l’arte di lavorare l’argilla e la terracotta nella sua famiglia, è antica. “Io rappresento la quinta generazione – spiega l’artigiano – mio padre, mio nonno, il mio bisnonno e il mio trisavolo erano vasai. A cominciare fu quest’ultimo, Pacifico Bozzi che, nel 1851, si trasferì da Massignano, nell’Ascolano, un comune famoso per la lavorazione della ceramica, a Montottone. Lo fece per amore. Aveva sedici anni e volle seguire la sua ragazza. Io, però, pur continuando a frequentare il laboratorio di mio padre, avevo voluto spezzare la catena e intraprendere una strada nuova. Ma, come lo ho detto, non ero contento. Eppure, avevo uno stipendio più che dignitoso e, lavorando da jolly in azienda, non mi annoiavo mai. Un giorno, però, mio padre fu colpito da un’ischemia ed io mi sentii in dovere di prendere il suo posto”. L’ha fatto in una bottega su due piani, che si trova a sud ovest del piccolo centro, circondato da mura medievali.
“Da allora – aggiunge – non ho più smesso di lavorare qui, dove so che hanno trascorso buona parte della loro vita i miei avi. Quando vernicio, impasto, accendo il forno ho la sensazione di avere accanto chi mi ha preceduto. Ho nella mia testa le storie che mio padre, creando, raccontava a me e a mia sorella. Storie che a lui erano state tramandate dai Bozzi più antichi. E’ una magia che non si spezza. Anche mia sorella ha voluto continuare. E’ ovvio. Gli sforzi per imparare quest’arte sono stati notevoli, avendo fatto l’ Istituto tecnico a Fermo. La specializzazione che ho è quella in telecomunicazioni. Ancora oggi seguo corsi di formazione. Da poco ho imparato nuovi sistemi di cottura con il forno a legna. E nuovi modi per impastare. E’ dura, lo ammetto, ma è questa la mia vita. Certo, devo sforzarmi di cercare nuovi clienti. E per farlo partecipo a fiere, organizzo mercatini. Non guadagno tantissimo. Ce campo. Nun me faccio mancà niente. Ma mi diverto. Ogni giorno, arrivo qui intorno alle 8 e vado via la sera alle 11, con due pause per mangiare. Non mi concedo svaghi, se non le feste in abiti medievali, che io e il mio gruppo di amici organizziamo in tutta Italia, anche per promuovere i miei lavori. Tante volte a farmi compagnia in questo posto ci sono i miei due bimbi. Chissà. Arriveremo alla sesta generazione. La cosa non mi dispiacerebbe Ma si vedrà”. 
Le sue creazioni, intanto, sono state apprezzate persino in Nuova Zelanda. Una rivista specializzata ne ha parlato. “Ma il complimento – aggiunge Emanuele – che ho gradito di più, è stato quella di una signora. Una nobildonna che entrò un giorno nel mio laboratorio. Scoprii qualche settimana che era una discendente di Giacomo Leopardi. Accarezzava e apprezzava le mie creazioni con cura e grande interesse”.
Il vaso più particolare che ha realizzato? “Beh – replica – un pappagallo in ceramica bianca per un signore anziano. Fui contento, quando seppi che non riusciva ad urinare, se non nel mio vaso. Quelle sono soddisfazioni!”.
Per il futuro? Emanuele non vuole sbottonarsi tanto. Annuncia che amplierà la gamma delle sue creazioni. “C’è dell’altro – afferma – ma voglio aspettare ancora per un po’ per parlarne”.
Paura dei concorrenti, di quelli cinesi? “Ah no – dice – non temo chi si improvvisa vasaio e lavora come me per strada. I miei pezzi, anche se sono fatti in serie, sono unici.
Ogni vaso racconta le mie pene, i miei pensieri e la storia della mia famiglia. Ogni creazione parla di me. Perché, mi creda, con i miei vasi io parlo. Ogni volta”.
E poi? “Quando la sera torno a casa in bici – risponde – mi sento carico. Felice. E il giorno successivo racconto tutto, ogni particolare, alla mia famiglia. Tra le 7,30 e le 8, quando mi concedo la colazione con mia moglie e i miei pargoletti. Che accompagno a scuola. Penso che anche loro si sentano sereni. Abbiamo imparato ad accontentarci di poco. E questa piccola realtà ce lo consente ancora”.
Cinzia Ficco
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