Ricevo e molto volentieri pubblico una lettera, firmata da Luigi Cignoni, scrittore.
“Sono nato all’Elba in un paesino che, sì e no, conta un migliaio di anime, si chiama Rio Elba e si trova nell’immediato entroterra dell’isola a circa 165 metri sul livello del mare. Sottolineo che il piccolo centro é sistemato lontano dal mare, pure essendo in mezzo al mare. E sa perché? Perché ho imparato ad avere nei confronti del mare rispetto, distacco, attrazione, ma anche diffidenza.
Provengo da una famiglia medio borghese. Mia madre un’insegnante di scuola elementare, mio padre un piccolo impresario edile. Sono nato nel ’50 e appartengo a quella generazione di giovani, che hanno visto l’entusiasmo della “rinascita” dell’Italia, dopo il disastro della guerra. Io sono nato in mezzo ai discorsi, ai lunghi racconti fatti dagli anziani del borgo sulla guerra, sui patimenti sofferti e sulle deportazioni. Molti di loro non sono più venuti, ma chi è tornato, ha raccontato ed io ho memorizzato. Di questo c’è traccia nella mia produzione di racconti ambientati in quel periodo. I miei genitori, dopo aver visto che avevo difficoltà a recarmi tutti i giorni con l’autobus – come del resto facevano altri miei coetanei – a Portoferraio per la scuola, trenta chilometri dal mio paesino, mi hanno messo in collegio. Sono andato presso gli Scolopi di Firenze, alla Badia Fiesolana e oggi, che rivisito quei momenti, devo convenire che la scelta é stata azzeccata. Ho finito il liceo classico a Firenze, avendo per insegnante di italiano padre Ernesto Balducci, proprio nel periodo in cui nelle Università scoppiava la contestazione giovanile del ’68. Mi sono iscritto alla facoltà di Lettere in Piazza Brunelleschi, sempre a Firenze e mi sono laureato con una tesi su Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart. Poi, sono partito per il militare e a 26 anni compiuti ho cominciato a fare la gavetta, le supplenze nelle scuole della mia isola. Sono ritornato all’Elba per i miei genitori e per ragioni di cuore: qui mi ero innamorato di una ragazza, che è diventata mia moglie. Ma il trauma maggiore l’ho avvertito quando ho avuto il primo incarico annuale a Pianosa, il supercarcere dei detenuti politici, l’Alcatraz italiana. Il provveditore me l’ha concesso, dopo che coloro che mi precedevano in graduatoria, avevano benignamente rifiutato. Sono arrivati a me ed io ho accettato. Accettando, ho dovuto dire no al corso di specializzazione, che intanto avevo iniziato a Firenze, al magistero con il professor Pio Baldelli, per una tesi in comunicazioni di massa. Il lavoro mi ha assorbito completamente. Un gorgo, che mi ha succhiato in quella che gli stessi detenuti avevano ribattezzato “L’Isola del Diavolo”. Una testimonianza agghiacciante, che ho trasferito in un racconto, intitolato proprio come i ristretti l’avevano chiamata. La prefazione me la feci fare da padre Balducci.
Una volta ottenuto l’incarico, sono passato alle scuole dell’Elba, isola abitata da circa trenta mila abitanti. E lì sono rimasto. Nel continente vado nelle occasioni che si presentano comunemente in famiglia, per lavoro, a Livorno o Firenze, oppure per puro svago. E’ chiaro che, facendo la scelta di vivere su un’isola, ti devi dare un programma da realizzare, devi avere uno scopo: il mio è la scrittura. Cosa si può fare d’inverno a Pianosa, quando non vedi neppure un gatto dopo le 17 del pomeriggio d’inverno e ti chiudi in casa, davanti al camino con un bel libro da leggere? Leggendo, poi, viene anche a te la voglia di scrivere ed è stato proprio così anche per me. Vivere su un’isola non è facile: bisogna essere fortemente determinati, aver chiaro lo scopo della vita, sentirsi inseriti in quel grande miracolo di vita che è il mondo, avendo la consapevolezza che la tua permanenza su questa “zattera” è determinata dal tempo. Ed essere tostamente convinti di questo per poter andare avanti in modo sereno e senza traumi.
La lanterna del faro all’inizio del porto, che scorgo dalla finestra dello studio, mi dà visivamente conto del fluire del tempo. Se tu la guardi, ti accorgi che il mare davanti a lei, è sempre in movimento. Una volta un tizio che passava per strada, mi disse: “Ma non gli viene a noia guardare per tanto tempo lo stesso paesaggio con il mare laggiù?” Sbagliato. Il mare non è mai sempre lo stesso: una volta piatto come l’olio, un’altra, invece, agitato e mosso e così via. Mi sento un po’ un guardiano. Ma di cosa in fondo? Guardiano è una condizione dello spirito, un voler essere in simbiosi con la natura per apprendere da essa l’arcano, il significato dell’essere delle cose e, una volta capito, strutturare la propria vita attorno a questo paradigma di rispetto del mondo che ti circonda Essere guardiano significa prendere i tempi delle stagioni, assumere i ritmi delle fasi lunari e in base ad esse comprendere come la vita sulla terra si regola e si materializza. Io lo sto imparando. Con fatica. Ma ci sto provando. Tosto? Certo, lo sono. Come farei a vivere su un’isola ad inseguire un sogno, vivere in armonia con la natura, se non lo fossi?”
Luigi Cignoni


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