
“ Ha all’attivo più di una occupazione, ma ha sempre rifiutato l’idea che per rifondare il nostro Paese ci sia bisogno della violenza. Molto più cara è un’altra parola: condivisione. Ed è da lì che secondo lui bisognerebbe ripartire per rimettere in piedi la nostra democrazia malata.
Si tratta di Davide Mattiello, presidente di Benvenuti in Italia, una Fondazione che propone una nuova forma di rappresentanza politica, autore del libro: “La mossa del riccio – Al potere con tenerezza e disciplina”, edito da Add, dedicato agli anarchici tormentati. “Abbiamo compreso – scrive nel libro- l’orrore del potere e la sua necessità. Ecco perché siamo come ricci: non troppo lontani da morire di freddo, non così vicini da ferirci a morte. Faremo quel che c’è da fare per governare con i mezzi di questa storia: Costituzione, Libertà, Uguaglianza, Democrazia, Repubblica. Fino a prova contraria”. Ma cosa c’è da fare nell’immediato? Per Mattiello il Paese è in crisi, perché in crisi è la cultura. “Abbiamo perso la capacità di guardare insieme al futuro. Che vuol dire sapere dove andare, volerci andare e avere le capacità per farlo. L’Italia riparte se riparte la cultura: la scuola è l’innesco. Ma quale tipo di scuola? Una capace di far dialogare identità differenti, far incontrare il nuovo sapere con la memoria, rigenerare la volontà repubblicana iscritta nella nostra Costituzione, moltiplicare il capitale sociale. Una scuola capace di cercare soluzioni”. Oltre alla scuola, va rivisto il Lavoro Un’economia che generi profitti immensi per pochi, condannando i molti al precariato disperato o alla disoccupazione, è un’economia sbagliata. E non può mancare la Giustizia. “La solidarietà – fa sapere- è una bella cosa, ma senza la certezza del diritto è solo l’anticamera del clientelismo”. Importante è anche fondare nuove Cittadinanze, “perché ogni persona nasce libera e uguale e deve ricevere le migliori opportunità, in cambio della maggiore responsabilità”. Il manifesto dell’Associazione è chiaro. “Vogliamo rinnovare il sistema politico italiano – fa sapere – creando una dialettica nuova tra partiti e cittadini: nuova perché arricchita dell’azione di un soggetto indipendente dai partiti, ma profondamente convinto del ruolo costituzionale degli stessi. Un soggetto forte di credibilità sociale e culturale, autonomo finanziariamente, capace di entrare apertamente e autorevolmente nelle campagne elettorali e nella vita normale delle Istituzioni. All’Italia farà bene”. Ma cos’è, un nuovo partito? Mattiello assicura: “Non stiamo costruendo un nuovo partito, non ci candidiamo a fare la corrente in un partito esistente, né saremo il comitato elettorale di qualche campione, non baratteremo pacchetti di voti in cambio di garanzie”. Più che un nuovo contenitore, Mattiello, personaggio di spicco nell’attività dell’Associazione Libera, vorrebbe offrire un iter alternativo da seguire. Ripescando la figura del siciliano Danilo Dolci, l’attivista chiama ciascuno di noi a diventare enzima di un movimento popolare, capace di attivare strategia mirate e particolari. Perché proprio Dolci? “La sua- scrive- non è la lotta di un eroe solitario e altero, è piuttosto l’azione paziente e tenace di un grande tessitore sociale, di un poeta dell’immaginario collettivo, del maestro buono”. Condivisione. Dunque. Sì, perché per Mattiello “ammesso che ci sia una possibilità di addomesticare il potere, questa possibilità passa dalla capacità di costruire una rete fitta di legami autentici, una strategia politica che sia presente e duratura. Chi organizza il cambiamento non guarda l’orologio, non ha un tempo entro cui fare quello che deve. Chi organizza il cambiamento sa che si fa finché ce n’è, e spera di fare il più in fretta possibile”. Ma allora solo linee guida? Beh, Mattiello non è uno che ama parlare soltanto. Contagiato dal virus dei preti operai, del subcomandante Marcos, di Don Milani, Dolci, Paulo Freire, nella sua vita non si è militato ad indignarsi e magari ad indignarsi solo on line, cliccando sull’opzione Mi piace, linkato ad una rivolta organizzata in rete. No, lui le cose le ha fatte cambiare davvero. Ma senza violenza. E nel libro racconta quando con altri aprì a Torino nel ’96 una comunità dentro una scola abbandonata, dedicata a Iqbal Masih, bambino schiavo liberato e dedito all’attività sindacale a favore della moltitudine di piccoli schiavi. Lo avevano massacrato nell’aprile dell’anno precedente. E di episodi come questo, la vita di Mattiello è piena. Sono fatti che trasformano “lo scandalo” in occasione di incontro, accoglienza, sostegno. L’esperienza nel capoluogo piemontese è l’esempio di come convivenza e reazione, portino un frutto buono e il frutto buono è sempre la liberazione dalla paura e dal bisogno. Cinque anni di immersione totale, quell’esperienza, che alla fine ha regalato un risultato importante: la fiducia delle istituzioni. “Alla fine – scrive- il nostro impegno trovò compimento nella decisione del Comune di Torino di riqualificare completamente l’immobile, trasformandolo in ciò che noi avevamo desiderato insieme alla popolazione del quartiere: un centro polifunzionale di servizi dedicati ai cittadini”. Pertanto per Mattiello uno è il percorso da seguire, se vogliamo provare a far cambiare le cose nel nostro Paese. Dalla reazione si deve passare alla convivenza, dalla reazione solidale alla politica. “La vicenda della scuola- spiega – abbandonata, abitata, trasformata e restituita alla cittadinanza ci aveva insegnato che lo spazio pubblico, il terreno dell’agire politico, è una geometria variabile. Diventa quello che le forze che vi si confrontano e vi si scontrano determinano. La vicenda ci impresse una volta per tutte nelle coscienze la consapevolezza che l’azione politica, esercitata in un contesto democratico, riesce a produrre risultati generali e duraturi nel tempo, pur essendo innescata da una reazione concreta, particolare, urgente”. Sì, ma in concreto, quali gli strumenti necessari a mettere in moto il cambiamento? “Manifestare, raccogliere firme, fare cortei – scrive- organizzare sit in serve appunto a chi lo fa. Mobilita le coscienze, sfoga il bisogno di agire. Ma guai a fermarsi. Se ci si ferma, inevitabilmente si va incontro all’inconcludenza e alla sconfitta. Bisogna avere la capacità di organizzare il proprio peso e di esercitarlo in maniera efficiente sulle giunture del potere, per farlo aprire. Ecco perché lo sciopero, soprattutto quando protratto e partecipato, magari fino a essere generale, diventa uno strumento formidabile”. Quindi azione e progetto condiviso, controllato. A tale proposito scrive ancora: “Non c’è potere che si possa adoperare senza cultura dell’autocontrollo, del limite o per dirla con un’altra parola sorprendentemente cara al mahatma: disciplina. La disciplina che ci piace è quella che non mortifica la creatività e soprattutto che non mortifica le identità differenti. E’ quella che induce alla sobrietà dell’io. Non c’è partecipazione che regga senza un progetto collettivo condiviso, agito attraverso pratiche includenti che relativizzino il pur importante ruolo dei leader carismatici”. Il percorso è tracciato. Almeno per chi ha capito che le chiavi della rigenerazione stanno nelle tasche dei cittadini.
Cinzia Ficco
Davide Mattiello, nato a Torino nel ’72, nel ’99 fonda l’associazione Acmos onlus, di cui è presidente fino al 2010. Dal 2002 al 2010 è referente regionale di Libera in Piemonte. Nel 2006 crea la cooperativa Nanà che presiede sino al 2010. Dal 2009 è nell’ufficio di presidenza di Libera, con responsabilità sull’organizzazione territoriale nazionale. Dal 2010 è presidente della fondazione Benvenuti in Italia. Ha pubblicato Adesso. Fare nuova la politica.
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