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"Per andare a lavoro impiego otto ore. Ma è la mia passione!”

Giù, nella punta dello Stivale, per andare  a lavoro.   E, soprattutto, tenersi stretto un sogno. Il cinema.

Fa il percorso al contrario, Daniele Dottorini, umbro, classe ’67, per portare a casa uno stipendio. Insegna Storia e Teoria del Cinema in Calabria. Per raggiungere Cosenza ha dovuto prendere per tanti anni e per tre volte la settimana tre treni e viaggiare per sette – ore, quando non c’erano intoppi. Da quest’anno è cambiato qualcosa. Il percorso è diventato un pelino più leggero. Ma i livelli di stress sono sempre parecchio alti.

“Da novembre scorso – afferma-  ho preso servizio come ricercatore, dopo aver vinto il concorso a luglio. E’ stato faticoso, ma ora sono entusiasta”. Ha una cattedra in affidamento. “Quest’anno – spiega- insegno etica del cinema e teoria dell’immagine, presso la facoltà di  lettere e filosofia, al dipartimento di Filosofia del corso di laurea Comunicazione e DAMS di Cosenza. Ho iniziato a lavorare all’ Unical come contrattista nel 2004. Allora c’erano dei bandi per professore a contratto presso il DAMS e ho partecipato, ottenendo l’incarico, che è annuale. La notizia mi arrivò arrivata in un momento, in cui avevo poco lavoro. L’idea di lavorare all’Università mi incuriosiva e non mi spaventava la distanza. Poi mi sono trovato bene e il contratto mi è stato rinnovato anno dopo anno, fino al concorso.  Ora devo essere sincero, non mi sento arrivato. Fino a novembre di quest’anno ho sempre lavorato con la consapevolezza che ogni mio lavoro fosse di fatto precario, a termine. Da una parte, per diverso tempo è stato importante, quasi fosse una sorta di via di fuga da una stabilità, che mi faceva paura. Dall’ altra, sapevo benissimo che era altrettanto alienante, se non di più. Ma questo era anche un modo per fare sempre qualcosa di nuovo, senza avere nulla di stabile”.

Quali le difficoltà che ha dovuto superare agli inizi?

Beh, agli inizi ho dovuto fare i conti con un posto nuovo, una terra che non conoscevo. Ma il mio impatto era sempre a termine: arrivavo e ripartivo. Poi piano piano inizi a riconoscere luoghi e linguaggi, codici e modalità di comportamento. Soprattutto, ho cominciato a sentirmi parte di un gruppo, ed ero a mio agio con il mio lavoro.

I viaggi in treno?

Il viaggio in treno, al di là delle incognite ritardi, guasti, eccetera, è sempre stato per me un momento particolare. Non amo molto parlare o fare conoscenza, quanto isolarmi. È uno dei pochi momenti in cui non sono costretto a parlare e posso osservare, leggere, studiare, sentire un tempo per me. Poi nel corso degli anni, gli aneddoti si accumulano.

Cioè?

Strani viaggi, alcuni incontri. Ne ricordo uno in particolare. Era il periodo successivo alle vacanze di Pasqua. Davanti a me c’era un uomo oltre la sessantina, pieno di valigie e pacchi. Stava tornando in Germania, dove era emigrato molti anni prima e aveva trascorso le vacanze in Calabria, nel suo paese natale. Gli dissi che vivevo in Umbria e mi chiese ad un certo punto di quale comune della Calabria fossi, convinto che anche io fossi emigrato. Quando gli spiegai che ero umbro e andavo a lavorare in Calabria, sentii che la cosa lo sconvolse: era la prima volta che vedeva qualcuno spostarsi verso sud per lavorare.

Quanto si impiega per raggiungere Cosenza?

Sette, otto ore. Tutto dipende dalle combinazioni ferroviarie. Almeno tre treni, due regionali e un eurostar o intercity.

Treni puliti? Comodi?

La comodità non è l’elemento caratteristico di Trenitalia. Soprattutto, è sempre un’avventura, tra ritardi, linee interrotte, guasti improvvisi. Negli ultimi anni la situazione, però, è migliorata.

Perché?

Ultimamente vado in macchina fino ad Orte, perché da lì i collegamenti con Roma sono migliori e riesco a tornare prima.

Cosa le è pesato di più?

La cosa che mi pesava di più era alzarmi presto, soprattutto i primi anni, in cui dovevo partire prima la mattina. Ora c’è un treno più comodo e mi alzo ad un orario più umano, verso le 7 della mattina. Ma non era tanto quel viaggio a pesarmi, quanto il fatto che il lavoro all’Università non fosse l’unico.

In che senso?

Il compenso da contrattista è poco più di un rimborso spese e dal 2008 io sono entrato di ruolo nella scuola superiore. Dopo un anno ho chiesto il part time. In questo modo potevo insegnare a Terni per tre giorni la settimana e a Cosenza per altri tre. L’ho fatto per due anni e questo è stato il periodo più duro. Era come se dovessi sempre essere proteso verso qualcosa, senza la possibilità di fermarmi. Inoltre era schizofrenica come situazione.

Ci spiega perché?

Passavo da un giorno all’altro, da un ruolo ad un altro. Per di più, continuavo anche a svolgere attività di collaborazione con riviste, festival, per arrivare a qualcosa che somigliasse ad uno stipendio decente, viste anche le spese che sostengo.

Poi?

C’è stato il concorso, e appena è arrivata la chiamata per la nomina come ricercatore ho lasciato la scuola. E’ terminato il periodo più folle, ma devo dire che lasciare la scuola è stato anche doloroso, per il rapporto che si era instaurato con i ragazzi.

Ora?

Sta iniziando un periodo nuovo, una fase nuova, in cui evidentemente, la dispersione e la molteplicità dei lavori e degli interessi che hanno sempre caratterizzato il mio lavoro, devono trasformarsi in qualcosa d’altro. Di più tranquillo.

Insegna cinema. Insolito!

Ho sempre avuto la passione per il cinema, ma la consapevolezza che il cinema sarebbe diventato il mio lavoro, l’ho avuta nel periodo universitario. Ho studiato filosofia e il cinema era per me una passione che, però, non credevo potesse avere a che fare con ciò che stavo studiando. La scoperta di alcuni autori, come Gilles Deleuze, che hanno lavorato su un terreno in cui stavano insieme cinema e filosofia, mi ha fatto capire che quello era il percorso che volevo fare. Percorso straordinario. 

Perché?

Il mio lavoro mi consente di occuparmi di ciò che amo. E’ anche un lavoro rischioso, perché quando il lavoro coincide con la propria passione, il rischio, che io corro costantemente, è quello di non avere confini tra la sfera privata e quella lavorativa.

Quale il film che ha segnato il suo destino?

Non riesco a rispondere. È come un flusso di immagini, da cui è difficile isolarne uno in particolare. Però, ci sono due aneddoti, ai quali sono particolarmente legato. Uno riguarda delle foto. Quando ero piccolo vidi in un libro di mio padre delle foto di scena e fotogrammi dei film di Ejzenstejn, Que viva Mexico, Aleksandr Nevskij, La corazzata Potemkin. Avevo sei – sette anni e ricordo benissimo che quelle immagini ebbero un impatto enorme su di me, una fascinazione straordinaria. E quando vidi i film molti anni dopo, ritrovai le stesse sensazioni, anzi di più, perché quelle immagini fisse nella mia memoria avevano iniziato finalmente a muoversi.

Il secondo aneddoto?

Riguarda un film che vidi da piccolo al cinema, o meglio, che iniziai a vedere. Era Lawrence d’Arabia di David Lean. Il film è molto lungo per gli standard normali e mia zia, che mi aveva portato al cinema, ad un certo punto si stancò e di fronte al cartello “fine secondo tempo”, mi portò via, dicendomi che il film era finito. I bambini non sono affatto scemi e io sapevo benissimo che il film non era finito: iniziai a piangere e ad aggrapparmi alla poltrona, disperato. Mia zia l’ebbe vinta e ancora oggi non ho visto l’ultima parte del film.

Cos’è per lei il cinema?

Non è tutto, ma è tante cose, qualcosa che al tempo stesso mi porta indietro, alla mia infanzia e mi porta avanti, facendomi vedere cose nuove, o in modo completamente nuovo. È qualcosa che amo. Che mi riguarda, in tutti i sensi possibili della parola. Il cinema mi regala un mondo possibile.

Il regista che ama di più?

Stessa risposta di prima. Se inizio, faccio un elenco lunghissimo.

Com’è il suo rapporto con i ragazzi?

Buono direi, soprattutto quando anno dopo anno cominci a lavorare in modo più articolato e approfondito con alcuni di loro e si crea un rapporto di scambio. Ma il rapporto è ovviamente diverso da quello che hai con gli studenti delle superiori. Lì c’è un rapporto quotidiano, li accompagni giorno per giorno. All’università il processo è più lungo, ma si lavora su temi e problemi più complessi ovviamente. Poi c’è la situazione attuale, la difficoltà di lavorare all’Università in questo momento storico, la necessità di farlo e di non contribuire a mandare tutto a catafascio.

Cosa significa insegnare cinema?

Significa potenzialmente insegnare tante cose, perché il cinema è stato per tutto il Novecento un elemento fondamentale della vita di tante persone, generazione dopo generazione. Significa insegnare qualcosa che non è legato ad un mestiere, ad una professione, ma ad una passione e ad una possibilità di guardare il mondo. Quindi non è qualcosa di utile in senso strumentale, ma è qualcosa di fondamentale. Anche se si può vivere benissimo senza.

Si sente un tipo tosto o fortunato, privilegiato?

Il privilegio è quello di occuparmi di ciò che amo. Per il resto è folle avere il posto di lavoro a 700 km di distanza da dove si vive. Non mi sento tosto, anche se ho una certa resistenza alla fatica. Credo che molti penserebbero che non è sano fare una vita così, e io mi rendo conto che sto sacrificando molte cose e che è molto rischioso, ma è ciò che ho voluto, che ho scelto, per ora. Forse, cambierò. È un punto di partenza, o una tappa forse. Adesso mi va di concentrarmi su questo nuovo incarico, sulle possibilità che mi offre di crescere. L’Università in generale sta vivendo un periodo molto difficile, come tutto il Paese, d’altronde. E fare il ricercatore adesso può essere anche terribile per le condizioni di lavoro, ma è un lavoro bellissimo.

                                                                                                                            Cinzia Ficco

 

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