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Un socialista a Palazzo Chigi. La storia dei governi Craxi. Parla Vincenzo Iacovissi

Né un osanna, né un crucifige. Solo una ricostruzione storica dei suoi governi. Perché indagare le vicende degli esecutivi guidati da Bettino Craxi dal 1983 al 1987 vuol dire studiare un unicum della nostra vita costituzionale.

E’ questo l’obiettivo del libro Un socialista a Palazzo Chigi, scritto da Vincenzo Iacovissi, vicesegretario Psi, che spiega: “Ricordo che la permanenza dell’ex segretario di Craxi a Palazzo Chigi durò 1376 giorni e il suo primo Governo restò in carica 117 giorni. Un record per la prima fase della vicenda repubblicana italiana, che sarebbe stato superato negli anni Duemila dal Gabinetto Berlusconi bis (2001-2005). Non solo. L’esperienza governativa socialista può essere collocata tra le eccezioni di stabilità in un sistema politico affetto da cronica instabilità. Anche se la Presidenza Craxi dovette muoversi all’interno di meccanismi politici e istituzionali consolidatisi intorno all’egemonia del partito cattolico, in un contesto che aveva visto sino a pochi anni prima una sorta di bipolarismo mancato tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, due soggetti che insieme giunsero ad un certo punto a catalizzare circa i due terzi dei suffragi elettorali. A distanza di venti anni dalla scomparsa del leader socialista e a quasi quaranta dalla nascita del primo esecutivo diretto da un esponente del Psi, è utile e necessario aprire una riflessione sul tema. L’obiettivo di un libro sul Craxi di Stato e di governo risponde anche all’esigenza di colmare una lacuna presente nella pubblicistica contemporanea, finora molto concentrata sulla figura biografica di Craxi e non altrettanto sulla sua esperienza a Palazzo Chigi. La mia vuole essere, quindi, una ricerca monografica sui quattro anni di governo, che ho cercato di illustrare, ricorrendo prevalentemente alle fonti bibliografiche e giornalistiche di quel periodo, con uno studio approfondito della stampa nazionale e di partito. Inoltre, ho inquadrato le scelte, i fatti, i momenti, i successi e le occasioni mancate anche mediante l’esame dei lavori parlamentari, per individuare le ricadute sul sistema decisionale italiano. Il Governo più longevo della cosiddetta prima Repubblica insomma merita un autonomo spazio di considerazione che, spero, potrà essere via via approfondito dagli studiosi”.

Scrivi che sin dal suo insediamento c’è sempre stata una certa resistenza nei suoi confronti. Ma pensiamo alla campagna elettorale del 1983, in cui si presentava come unica alternativa al dominio della Dc pronta a sfidare i comunisti. Lo slogan scelto – l’ottimismo della volontà – era di grande rottura. Dunque, un po’ l’antipatia, se l’è attirata da solo.

Craxi entrò a Palazzo Chigi senza molti favori del pronostico, soprattutto sulla sua permanenza in carica. In analogia con quanto era già accaduto in occasione dell’elezione a segretario del Psi, si pensò che la sua Presidenza del Consiglio sarebbe stata una breve parentesi prima di un rapido ritorno democristiano al vertice. Come cerco di raccontare nel libro, le cose andarono, però, in modo diverso, e il Craxi politico fino ad allora conosciuto avrebbe ben presto vestito i panni di uomo di Stato. A prescindere dalle opinioni personali, è un fatto che interpretò il proprio ruolo con tratti innovativi, di cui l’efficace campagna elettorale fu la premessa. I successi e anche le occasioni mancate di quella esperienza di governo confermano l’unicità del personaggio nel panorama politico del tempo.

Una carica innovativa che non hai più trovato dopo di lui?

Be, è stato un leader di partito capace di muoversi da uomo delle istituzioni, con autorevolezza conquistata sul campo e una rete di relazioni internazionali molto ampia. Di sicuro, fu coraggioso nell’infrangere alcune convezioni politiche e costituzionali, mise in discussione l’egemonia culturale dei comunisti e tutelò la dimensione sovrana dell’Italia, attirandosi consensi, ma anche inevitabili ostilità che avrebbero pesato molto contro di lui in seguito. Craxi è stato un uomo del suo tempo, e come tale credo debba venire giudicato. Quindi non ritengo possibile effettuate paragoni in sede storica.

Il tuo Craxi né santo, né da dannazione eterna.

Ho cercato di descrivere successi e delusioni. Tra i primi la lotta all’inflazione – dal 16 percento al 4 in quattro anni – la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa, la riforma fiscale, un accresciuto protagonismo sulla scena internazionale. Il Governo seppe muoversi con determinazione oltreché nella vicenda Sigonella, anche nei riguardi del campo dell’influenza sovietica, tentando già in occasione della vicenda dei cosiddetti euromossili, di favorire un riavvicinamento tra le parti nell’ottica di una positiva conclusione del negoziato, che sarebbe arrivato, però, solo nel 1987. L’azione diplomatica verso i Paesi del patto di Varsavia fu comunque intensa, come dimostra, tra l’altro, la visita di Craxi a Berlino est nel luglio 1984, primo presidente del Consiglio italiano a recarsi nella Germania orientale. I mancati risultati, invece, vanno individuati nel fallimento dei tentativi di innovazione istituzionale, nella debole e precaria disciplina del sistema radiotelevisivo, nell’inefficace lotta alla disoccupazione – che restò al 10 percento – nella crescente spesa pubblica, con conseguenze sia sul deficit che sul debito pubblico.

La sua politica estera filopalestinese la inseriamo tra le luci o tra le ombre? Non ci fu una certa ambiguità?

Una premessa: nel libro cerco di analizzare il ruolo istituzionale di Craxi, slegandolo dalle vicende del suo partito, perché credo sia il modo migliore per mettere in evidenza i tratti da statista, ed evitare che il giudizio sui governi Craxi divenga – come purtroppo è stato finora – il giudizio su Craxi e sul Psi. Anche se c’è un naturale collegamento tra i due aspetti, un esame storico deve a mio parere saper discernere. Spero di aver contribuito a questo. Non credo commise errori in politica estera, dove, invece, mostrò grande capacità di relazione e decisione.

Non si dimentica il suo invito a boicottare nel ‘91 il referendum Segni. Fu indifferente ad una riforma delle istituzioni? Il suo decisionismo, la tendenza a verticalizzare il potere e a disintermediare per tanti sarebbero all’origine dell’attuale sfiducia nei confronti della politica e quindi di derive populiste.  

Tra gli errori e le occasioni mancate va annoverata la riforma delle istituzioni, che non riuscì a portare a compimento. Le altre vicende, a cominciare dalla nascita del populismo fino al crollo del sistema dei partiti, meriterebbero un apposito esame in sede storica, che mi auguro venga fatto prima possibile con rigore e serietà, senza le fascinazioni giacobine che hanno imperversato negli ultimi due decenni e mezzo e dalle quali l’opinione pubblica non si è ancora totalmente depurata. Lo stesso invito ad andare al mare, in occasione del referendum sulla preferenza unica per la Camera dei deputati, fu un grave errore, per certi versi esiziale perché realizzò nella percezione delle persone una sorta di eterogenesi dei fini. L’uomo della grande riforma che invitava a boicottare un referendum di riforma del sistema elettorale. In realtà, quel referendum non aveva proprietà taumaturgiche, come si sarebbe visto di lì a poco, ma fu la scintilla che avviò la detonazione del sistema due anni dopo. Schierarsi contro quel referendum, anche se legittimo e probabilmente corretto nel merito, si tramutò in un errore di metodo, una sottovalutazione del clima politico del momento, che costò cara all’immagine innovatrice del leader socialista.

E il Craxi umano nella vicenda di Moro?

Credo sia da inserire in modo assoluto tra i suoi successi. La statura di Craxi inizia ad emergere proprio in quella tragica circostanza. La linea della trattativa umanitaria promossa dal Psi, che si oppose purtroppo senza successo a quella della fermezza incarnata dal duopolio Dc-Pci, fu l’anticipo di quel coraggio e di quella grinta che ne avrebbero contrassegnato il profilo negli anni successivi.

Tra i successi che descrivi qual è quello più importante che, paradossalmente, ha segnato il suo destino?

Ne posso individuare almeno due. Il taglio della scala mobile e la notte di Sigonella. Il primo dette origine alla frattura, ancora oggi non ricomposta, nella sinistra italiana, e alla resistenza di gran parte del mondo comunista nei confronti di Craxi. La seconda affermò la sua statura in campo internazionale e al cospetto dello storico alleato dell’Italia, gli Stati Uniti. Fu l’apogeo del suo consenso interno, ma anche l’inizio di equilibri diversi che sarebbero mutati di lì a pochi anni con la caduta della cortina di ferro.

Torniamo ai giorni nostri. Come voterai al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari?

Decisamente e convintamente NO. Questa riforma vuole solo offrire al popolo lo scalpo di 300 parlamentari, senza risolvere un solo nodo problematico del sistema decisionale italiano, a cominciare dal bicameralismo paritario, del ruolo del Governo in Parlamento, dai rapporti tra lo Stato centrali e le regioni. Tutti aspetti che da oltre 40 anni attendono una risposta e che proprio Craxi ebbe il merito di porre per primo in evidenza. Il mero taglio di deputati e senatori, invece, sacrifica la rappresentanza di territori e popolazione sull’altare dell’ossessione giacobina del taglio delle teste tanto cara ai movimenti populisti della nostra epoca, senza peraltro realizzare quel risparmio di costi promesso che in realtà si tradurrà in circa 1 euro l’anno per cittadino. Sono solo alcune delle ragioni per opporsi a questa sterile e rancorosa concezione delle istituzioni. Quando si metterà mano ad una riforma più ampia e più utile? Nell’attuale contesto politico difficile prevedere se ci sarà mai una volontà di riforma organica dell’assetto costituzionale.

Ultima curiosità: primarie democratiche negli Usa. Biden conquista dieci Stati. Contento?

Il super martedì restituisce una interessante fotografia per le primarie democratiche, in cui si prospetta un testa a testa tra l’ala moderata di Joe Biden e quella più radicale di Bernie Sanders. Personalmente spero in una vittoria del secondo, anche se ritengo che forse Biden potrebbe essere un competitor più insidioso per Trump che, infatti, non a caso tifa per Sanders. Una bella soluzione potrebbe essere alla fine un ticket Biden Sanders, ma la campagna è solo all’inizio.

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Written by Cinzia Ficco

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