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In Calabria i vini come si producevano nell’epoca tardo romana. Merito di Gabriele Bafaro, archeologo

“La ricchezza della Calabria? In un calice di vino. Invecchiato. E di parecchio. Ma in pochi l’hanno compreso”

Parola di Francesco Gabriele Bafaro, nato a Rogliano (Cs), classe ’86, da circa tre anni unico produttore italiano di vini d’epoca tardo romana.

Un amore, quello per il nettare degli dei, fermentato –  in sette anni di studi, cinque all’Unical in archeologia e due (di specializzazione) in archeologia del vino all’Università della Basilicata, che si sono conclusi con una tesi sulla viticoltura nella Bretia, sotto la guida del professore greco, Dimitris Roubis.

“Come archeologo – ci dice Gabriele – ho dedicato tutta la mia ricerca agli antichi impianti di produzione e alle metodologie di vinificazione usate nel Bruzio, antica Enotria, terra vocata alla produzione di vini fin dall’epoca più remota. Ho scoperto due cose importanti: il vino era la merce reale dell’antica Roma e la Calabria è l’unica regione in epoca tardo antica che ha non solo prodotto, ma anche esportato il suo vino in tutto il bacino del Mediterraneo almeno fino all’VIII secolo dopo Cristo. Un pensiero, uno scavo – soprattutto nella zona tra Policoro e Sibari – uno studio dietro l’altro e un giorno mi sono detto: Perché non provare a rifare lo stesso vino e dare lustro alla tradizione enologica della mia regione? Ho iniziato a spulciare manuali antichissimi, fonti letterarie, iconografiche e archeologiche sui sistemi di coltivazione e produzione utilizzati dagli antichi romani.   La pazienza e la testardaggine da calabrese e archeologo non mi mancano. In pochi mesi sono riuscito a realizzare il mio sogno: recuperare le viti autoctone, più vicine a quelle trapiantate dai greci antichi nell’odierna Calabria e a diventare un archeobacchico imprenditore”.  

Un mutuo di 25 mila euro a tasso agevolato per startupper, un aiuto dai suoi genitori e nel 2017 a Serricella d’Acri (Cs) è nato Acroneo http://www.acroneo.it/ (dal nome del mitico re, citato nell’ottavo capitolo dell’Odissea) – l’unico progetto di archeologia del vino in Italia.

“Significa – ci spiega – che produco lo stesso vino di quell’epoca. Ho recuperato i vitigni di questa regione (il Gaglioppo, i Magliocchi, il Greco nero e bianco, il Mantonico nero e bianco, il Pecorello bianco), piantine che hanno un’ottantina d’anni,  utilizzo le stesse tecniche di produzione degli antichi romani: anfore interrate con un’argilla particolare e, per magia, bevo quello che beveva, che so, un Cassiodoro.

Gabriele ha fatto tutto da solo. “I miei non avevano esperienza in questo campo. Mio padre Raffaele è un impiegato Enel, mia madre Maria commerciante, mia sorella Gaia giornalista. Mio nonno il vino lo faceva solo per la sua famiglia. Il mio bisnonno, che produceva qualche bottiglia in più per alcuni clienti, non aveva competenze particolari. Non è stato semplice portare avanti il progetto. Anche perché oltre alla burocrazia, ho dovuto sopportare i tanti amici e conoscenti che si sono messi di traverso. Ma dove pensi di arrivare? Un progetto sperimentale in una terra come la Calabria? E in un comune dove le strade sono dissestate, non c’è vita sociale, completamente scollegato dal mondo? Ma io, testardo, come quasi tutti calabresi, non ho mai mollato. Anche perché volevo provare a costruire qualcosa per me – non avevo voglia di andarmene al Nord, né all’estero – e per tanti giovani che, emigrando, stanno spopolando tante zone interne. E’ vero, qui mancano strade, la viabilità è pessima e mi si rizzano i capelli quando qualche chef stellato, non calabrese, mi chiede di spedire il mio vino. Ma ho voluto provare e per il momento le cose stanno andando bene”.

Gabriele riesce a produrre circa cinque mila bottiglie l’anno (3mila barricato e quasi 2mila in anfore), ha tre linee di produzione (due rossi anforati, uno barricato), a cui si aggiungerà un anforato bianco nel 2021. Vende ad enoteche e chef, tramite il sito Cibilia – oltre i confini regionali. Qualche bottiglia è arrivata persino a Bristol, in Danimarca, in Svizzera, mentre le anforette da 75 cl (ne produce circa 100 l’anno per collezionisti) sono richieste in Francia.  

“Per il futuro? Vorrei produrre un grande vino, un barolo, un amarone o un chianti di Calabria. Il mio vino deve parlare di Sud ed in particolare della mia regione. Un po’ è già così, visto che l’etichetta del rosso Tempesta è stata disegnata da Elena Remolo, una fashion designer calabrese, le anfore e i loro piedini in ferro sono prodotti da artigiani calabresi, il legno della cantina viene da pini e abeti della Sila, mentre il sughero arriva dalla Sardegna”.

Associato al movimento del turismo del vino e al progetto di albergo diffuso dell’imprenditore calabrese, Enrico De Luca, Gabriele sta già lavorando ad un codice Covid – free per le visite guidate alla sua azienda e per organizzare eventi che abbinino vino e storia.

Intanto, se volessimo immaginare di degustare il tuo vino? “Be, vi direi subito che è stato apprezzato da molti accademici. Al primo sorso è aspro, ruvido, indomabile. Al secondo, diventa rotondo, armonico, elegante. Insomma, è calabresissimo”.

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