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“Merito, innovazione, saperi tecnici e umanistici insieme. E’ da qui che bisogna ripartire!” Ferruccio Resta, Rettore del Politecnico di Milano

Milano, 10 settembre 2018, Politecnico sede principale Ferruccio Resta foto di Federica Vismara, © Lab Immagine Design POLIMI (progettazione, produzione e gestione di prodotti comunicativi) Dipartimento di DESIGN, Politecnico di Milano – 02-2399.7805/06 - labimmagine-design@polimi.it

Merito, competenze tecniche agganciate a saperi umanistici, innovazione: per il bergamasco Rettore del Politecnico di Milano, nonché presidente dei Rettori di tutti gli atenei italiani, Ferruccio Resta (’68), è da qui che il nostro Paese deve ripartire.

“In questo momento – dice – bisogna essere coraggiosi e sfruttare questa fase per dare un volto nuovo all’Italia”.  

A sentirlo parlare, le carte ce le abbiamo e ce le possiamo giocare. E di lui ci si può fidare, visto che negli ultimi tre anni, da quando è Rettore, il “suo” Politecnico ha visto i numeri crescere.

“Il Politecnico – fa sapere – è salito nel confronto internazionale. Nell’ultimo anno ha scalato ben dodici  posizioni nella classifica 2020 del Qs World University Rankings. Oggi siamo al 137° posto al mondo. Il risultato è frutto di un cammino costante iniziato nel 2014. Da allora la nostra realtà ha guadagnato 93 posizioni senza mai retrocedere, entrando a far parte del 12% delle istituzioni universitarie eccellenti a livello mondiale. Altro dato importante è l’indicatore che misura l’Employer Reputation, ossia la soddisfazione dei datori di lavoro rispetto ai nostri studenti. Siamoalla 70esima posizione a livello globale. Un dato importante. La qualità dei nostrilaureati è un punto di forza. A un anno dalla laurea il 95% di loro è impiegatoin modo stabile. Classifiche come quella citata sono spesso il punto di partenza per tanti giovani che scelgono Milano come meta per i propri studi e la professione”.

Nonostante la crisi aperta dal Covid-19 il numero di matricole non è calato. “Anzi – tiene a sottolineare – gli studenti internazionali sono aumentati del 10%. La qualità dell’offerta formativa è un fattore determinante in tempi di crisi. Direi che questa è la prima ricetta, in tutti i campi, per rendere Milano attrattiva: la competenza e il valore dei servizi che offre”.  

Al progresso del Politecnico avrebbero contribuito anche le istituzioni.  “Milano – aggiunge – peraltro, è una città che è sempre stata al nostro fianco in grandi progetti. Milano e la Lombardia sono un territorio fertile per guardare alla crescita del Paese e al futuro dei giovani. In questo momento stiamo puntando molto alla riconversione del quartiere Bovisa, a nord della città, dove ha sede il nostro incubatore di impresa, PoliHub che ospita oltre cento startup. E’ proprio sulla nuova imprenditoria che intendiamo scommettere per ridare vita ai Gasometri. Lì avrà sede un parco dell’innovazione all’altezza dei migliori standard internazionali”.

E’ notizia di qualche giorno fa: il Consiglio della Ricerca europeo ha premiato sei atenei italiani. Dunque, l’Europa si fida del nostro sistema universitario e ricambia. Il nostro Governo?  Qualche giorno fa Federico Ronchetti, ricercatore presso l’Istituto di Fisica nucleare, ha twittato: “Poco più di 11 mld alla ricerca sulla voce generica dall’università all’impresa in sei anni. Il PianoAmaldi dimezzato e senza un piano”.

Io credo che l’Europa sia ben consapevole del valore della ricerca italiana, dei suoi ottimi risultati in termini di pubblicazioni scientifiche. Purtroppo il nostro Paese è spesso penalizzato da fattori che poco hanno a che fare con la qualità della ricerca. Alludo al rapporto fra numero di docenti e studenti, molto più alto della media europea. Del valore della ricerca si è accorto tutto il mondo. Non ci sono altre armi per contrastare il virus, se non la scienza e il vaccino. Certamente il Governo è consapevole che l’Università e le strutture di ricerca giochino un ruolo fondamentale, così come si è accorto di tutti i rischi legati a questa pandemia, tipo l’abbandono scolastico e la dispersione del talento. In questa direzione sono andati gli interventi del Ministro Manfredi. E, cioè, nel senso di rafforzare il diritto allo studio e incentivare l’assunzione di giovani ricercatori. La sfida ora è cogliere l’opportunità offerta del Next Generation EU. Come? Concentrandoci su formazione e competenza. Dobbiamo essere attenti nell’esecuzione del piano, puntando su chi ha esperienza e non affidandosi solo a logiche a pioggia.

Perché tante resistenze in Italia a sostenere la ricerca di base? Pensa siano tipiche soprattutto da parte di chi teme vengano penalizzate le Facoltà umanistiche?

Intanto, non credo nella contrapposizione tra scienze umanistiche e facoltà tecniche. Il mondo sta andando in tutt’altra direzione e questo già prima del Covid. La rotta è quella dell’integrazione tra i saperi. Al Politecnico di Milano, per esempio, abbiamo inserito nei corsi di laurea magistrale e di dottorato studi di filosofia, sociologia ed etica. Oggi più che mai siamo consapevoli che qualsiasi ritrovato scientifico abbia un grande impatto sulla società o potrebbe averlo. È tenendo bene a mente i risvolti e le conseguenze di queste applicazioni che possiamo progettare in modo responsabile. Per farlo anche il migliore ingegnere ha bisogno di interagire con i bisogni della collettività. Questa è la direzione non solo per l’Italia, ma per il mondo. Abbiamo di fronte a noi grandi sfide, a partire dalla tutela dell’ambiente alla sostenibilità energetica, dalla cura della persona ai big data. Non possiamo ragionare secondo logiche anacronistiche. Tutto ciò vale anche nella direzione contraria: inserire competenze digitali e green in curriculum di scienze sociali e umanistiche.

Come presidente dei rettori italiani, se le dico merito e università italiane, cosa mi risponde?

Dico che merito deve tonare ad essere la parola chiave intorno alla quale rimettere in moto il Paese. A questo aggiungo che l’eccellenza va premiata e incentivata, che si tratti del singolo individuo – un ricercatore capace, o di un’intera istituzione.

Sarebbe il caso di cambiare i criteri in base ai quali vengono ripartiti i fondi ministeriali tra gli atenei? Qualche docente del Sud si lamenta che si stiano spostando i fondi dal Mezzogiorno al Nord e anche dalle scienze umane a quelle matematiche, naturali.

Questa diatriba tra Nord e Sud suona vecchia e stonata. Servono programmi ad hoc per tipologie di università. Dobbiamo distinguere le università per la loro vocazione. Ci sono quelle che rispondono ai bisogni locali, dei singoli territori, quelle che hanno una dimensione internazionale, quelle generaliste e quelle specializzate. Non possiamo pensare di livellare il sistema. Dobbiamo, invece, riconoscere le differenze, non per aree geografiche, ma per funzionalità.

Il sogno che vorrebbe realizzare per il Politecnico e per Milano anche per far dimenticare alla Lombardia questo periodo?

Purtroppo la Lombardia sta pagando a caro prezzo l’emergenza sanitaria e la crisi economica, ma questo non toglie che da qui ripartiremo. Milano e la Lombardia non hanno mai smesso di rappresentare il motore del Paese. Credo che le università lombarde abbiano, invece, dato prova, anche rispetto ai partner internazionali, di essere pronte e capaci. Ricordo che l’Italia è stata la prima nazione a venir colpita così duramente in Europa, quando non esistevano modelli da seguire. Molti ci hanno ascoltato e hanno replicato le azioni che per primi abbiamo messo in atto.  In questo momento di ripartenza serve essere coraggiosi.

Cosa intende?

Penso che attorno al Politecnico si possa costruire un progetto di innovazione sulle tecnologie strategiche – per l’energia, le tecnologie quantistiche, l’idrogeno, l’intelligenza artificiale- che possa supportare le imprese nella trasformazione green e digitale, così come nella creazione di impresa con partnership europee, con un fondo europeo, per creare una buona massa critica.

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