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“In Afghanistan Biden come Badoglio? No, coerente. Gli errori? Applicare gli schemi della Guerra Fredda”. Parla il prof Ciro Sbailò

Biden? Come Badoglio, un traditore, un incoerente, un cinico, malinformato dai servizi segreti. Gli yankees? I soliti guerrafondai che abbandonano chi è in pericolo quando non hanno più interesse e che oggi puntano al proprio benessere, esecutori di un’America First di trumpiana memoria, illusi di mettersi al riparo da sangue e morti con la propria insularità.

Dopo il ritiro dall’Afghanistan, il ventaglio degli aggettivi adoperati nei confronti degli Stati Uniti e del loro presidente, in queste ore si è ampliato. Nelle ultime ore torna a soffiare un vento antiamericano che per venti anni sembrava sopito. Quell’America che ha deciso di “sostenere più le scuole in Kansas che quelle a Kandahar” viene scambiata per egoista. E contro di lei si invocano eterni debiti contro l’umanità. Pazienza se sia la stessa che abbia combattuto al Qaeda e fatto fuori Osama bin Laden, responsabile dell’attacco alle Torri gemelle, che fece più di 3 mila morti e 6mila feriti. 

E’ vero, fa male ascoltare appelli di gente terrorizzata dal ritorno al potere dei barbuti, quindi da sharia e burqa o vedere afgani attaccati alle ruote degli arerei. E questo ancora di più perché non sembra sia stato elaborato un piano per mettere al riparo gli afghani che hanno collaborato con le forze americane.

Ma proviamo a scavare e a chiederci: dietro il ritiro più o meno vergognoso degli States c’è solo l’accondiscendenza di un Presidente nei confronti del proprio elettorato? Si sarebbe potuta pianificare diversamente l’evacuazione?  L’impegno militare in Afghanistan è stato solo uno spreco di vite umane e risorse economiche? (La “Brown University” parla di 2.261 miliardi di dollari)  E ancora: Ci dobbiamo aspettare una recrudescenza dell’islamismo, oltreché ondate migratorie massicce?

A guidarci in un quadro ancora abbastanza nebuloso, prova Ciro Sbailò (Napoli, ’60)preside della Facoltà di Scienze della politica e delle dinamiche psico-sociali dell’Università degli Studi Internazionali di Roma – UNINT, studioso della cosiddetta “riespansione del principio ordinatore islamico” (quella che si è imposta dopo alcuni anni dalla fine della Guerra fredda, nelle forme moderata e radicale) e della teoria del Grande Medioriente che, attaccato da giorni ad Al Jazeera e Al Arabiya, da Ischia dove è in vacanza subito commenta: “Biden è assolutamente innocente, coerente, visto che già nel 2009, quando era vice di Obama, tifava per il ritiro, pensato da Obama e scritto da Trump con gli accordi di Doha nel febbraio del 2020. Un ritiro meno inglorioso? Non si sarebbe potuto fare diversamente anche perché era stato già annunciato. E quando si annuncia un ritiro c’è un effetto domino, si innesca un effetto a catena sotto il profilo strategico militare per cui anche le controparti si organizzano con un allentamento del controllo. L’annuncio di un disimpegno nella politica militare è una profezia che si autoavvera. Certo, di errori gli Stati Uniti, che erano lì non per costruire una nuova nazione, ma per reagire all’attacco dei terroristi dell’11 settembre 2001, ne hanno commessi”

Di quali errori parla? 

Di sopravvalutazione. L’errore madornale è rappresentato dalla strategia del Grande Medioriente, inaugurata dopo qualche anno dall’attentato dell’11 settembre. E’ una dottrina geopolitica che riproduceva su ampia scala la strategia usata per combattere il comunismo, cioè la cosiddetta strategia Helsinki. Con quella idea si pensava di distruggere il comunismo dall’interno, pagando scuole e diffondendo la cultura liberaldemocratrica. Ma in quel caso si è fatto centro perché si operava in città come Praga, Budapest, Mosca – stiamo parlando delle città di scrittori come Kafka, Molnar, Dostoevskij. Stiamo parlando delle capitali della nostra cultura. Certo, si sono aggiunti la debolezza militare di Mosca e l’elezione di Giovanni Paolo II a papa. Ma nel caso dell’Afghanistan e dell’Iraq non si sono fatti i conti con il background religioso, con i potentati locali di città come Bagdad, Il Cairo. Parliamo di un altro mondo. Chiariamo, l’intervento in Afghanistan è stato giustificato dalla presenza di Al Quaeda, ma si è fatto un errore grande a pensare di distruggere dall’interno il grande male. Non c’era terreno fertile.

Eppure in venti anni, nonostante l’obiettivo fosse combattere il terrorismo, tante donne hanno potuto studiare e si è vissuti all’Occidentale. E’ ora che facciano da sé? Non ci sarà una recrudescenza dell’islam, con la vendetta dei talebani?

Guardi, è presto per dirlo. Bisogna capire come si evolverà la guerra civile in corso tra le due anime dell’islam sunnita contemporaneo, che tipo di governo e costituzione si sceglieranno. La sharia diventerà imprescindibile, ma non credo che rivedremo donne in burqua. Semplificando parecchio, abbiamo due fronti: l’”islam popolare”, mio neologismo, che ha l’appoggio forte della Turchia e quello altalenante del Qatar, intenzionato a creare un rapporto di competizione – collaborazione con l’Occidente, e l’altro, saudita, che ha un riferimento nell’Arabia Saudita, negli Emirati, con una visione opposta: niente velleità rivoluzionarie. Punta infatti alla creazione di un rapporto forte con l’Occidente dalle basi economiche finanziarie tramite la creazione di moschee e centri culturali. Mi auguro che sia questo fronte a predominare. Intanto, possiamo dire che già oggi Paesi come Cina e Pakistan hanno interesse affinché l’area non si destabilizzi.

Si è scritto che Biden avrebbe dovuto in qualche modo avvertire l’Europa.

Ma di che parliamo visto che l’Europa non ha neanche un esercito? Proviamo noi europei ad approfittare di questa fase poco chiara per accelerare la creazione di un gruppo di lavoro, un asse forte politico militare. La Francia con la sua potenza atomica, la Germania con la sua storia industriale, noi con il nostro know how mediorientale, le nostre competenze e il nostro forte radicamento nell’area del Medio Oriente e del Nord Africa possiamo fare molto. Anche in vista del G20 che sarà ospitato a Roma alla fine di ottobre. Si dirà: e la Nato? D’accordo, ma qui parliamo di un soggetto politico. L’alleanza atlantica è un progetto militare con valori politici.

Un altro fronte caldo è la Tunisia. Il 25 luglio scorso a poche ore dalla gioia per la medaglia d’oro per i 400 stile libero il Paese è piombato nella peggior crisi istituzionale. Il presidente Saied ha annunciato la sospensione del parlamento per 30 giorni, revocato l’immunità ai deputati e licenziato il premier Mechichi.  E questo nell’unico Paese africano che dopo il 2011 ha iniziato la transizione alla democrazia occidentale. Dopo il 2011, la Tunisia, con la cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini, è riuscita a stabilire buoni rapporti con le diplomazie europee. Anche per i fatti in Tunisia nessuna preoccupazione? E anche questi eventi ci insegnano che è sbagliato esportare democrazia?

Guardi, più che preoccuparci, dovremmo occuparci e organizzarci. In Tunisia i fratelli musulmani hanno fallito nelle loro politiche sociali. Avevano puntato sul rapporto con la popolazione, sulla sussidiarietà, sulla loro capacità di fare sistema attraverso piccolo e medio credito e strutture assistenziali, sul controllo del Parlamento e delle politiche sociali, lasciando alla componente più laica la politica estera. Ne ha risentito l’economia – che poggia anche sul commercio di strada – su cui ha dato la mazzata finale il Covid.  Non si possono fare previsioni. Il presidente ha detto che le misure prese sono temporanee. L’obiettivo è arrivare a nuove elezioni politiche, mettere agli atti la sconfitta di Ennahda e riconfigurare il parlamento tunisino con un ridimensionamento islamico. L’immigrazione sarà per noi un problema, certo, perché è sempre stata un’arma di pressione. Ma mi auguro che nel frattempo l’Europa inizi ad attrezzarsi per non cedere ai ricatti.

Cinzia Ficco

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  1. Analisi lucida, pervasa dal necessario ottimismo della volontà. Complimenti professor Sbailo’

  2. Ottimo commento del Prof. Sbailò. Emerge ancora una volta la carenza dell’Europa di esprimere una linea di politica estera unitaria e coerente, in grado di competere con le principali cancellerie mondiali.

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