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Italia – Germania: odi et amo. Ma l’intesa è necessaria all’Europa. Parla il prof Federico Niglia

Italia e Germania: troppo complementari per perdersi di vista.  

E’ vero, ai tedeschi gli italiani rimproverano di essere rigidi, miopi, egoisti e anche prevaricatori, inflessibili, sempre troppo efficienti, mentre in Germania siamo visti come sleali, opportunisti, inaffidabili.

Ma, superando questi stereotipi, scopriremo che tra i due Paesi ci sono stati importanti incroci storici e che oggi rimangono sorprendenti vincoli culturali, politici, oltreché una straordinaria simbiosi economica. Siamo, insomma, più vicini di quanto pensiamo.

La conferma arriva da Federico Niglia (docente di Relazioni Internazionali all’Università per Stranieri di Perugia e alla Luiss Guido Carli), Beda Romano (corrispondente per il Sole 24 ore a Bruxelles, un tempo in Germania), e Flavio Valeri (per vent’anni alla Deutsche Bank ed ex Chief Country Officer per l’Italia), autori di un libro, pubblicato di recente con Bollati Boringhieri, dal titolo: Italia – Germania – l’intesa necessaria per (l’Europa) in cui il rapporto tra i due Paesi viene considerato paradossale e simile a “quello di quelle coppie che a cena bisticciano e si punzecchiamo, quasi fossero sull’orlo del divorzio, ma che una volta salutati gli ospiti abbandonano il palcoscenico e tornano a una convivenza pragmatica e produttiva”.

Restando sull’ultimo punto, ricordiamo che “l’interscambio per l’anno 2019  è stato di 127, 7 miliardi di euro, un valore  che è pari alla somma dell’interscambio dell’Italia con la Francia e la Spagna combinati e, ancora più rilevante, superiore all’interscambio che il nostro Paese ha con Stati Uniti e Cina combinati”. Due anni fa la Germania è stata il primo fornitore e il primo cliente dell’Italia e rappresenta il suo primo partner commerciale. Dati alla mano, “l’Italia esporta in Germania per un valore di circa il 60 miliardi di euro, mentre importa dalla Germania per circa 70 miliardi”. E le interconnessioni riguarderebbero vari settori: meccanico, chimico- farmaceutico, elettrotecnica, alimentare, retailing, logistica. Altrettanto rilevanti gli scambi tra le due realtà nel campo bancario – assicurativo, turistico, dell’energia e della logistica, descritti nel primo capitolo.

I rapporti tra nazioni, fanno intendere i tre autori nelle centoventi pagine del libro, sono come quelli tra le persone: possono conservare traumi, eventi dolorosi e scorie del passato, capaci di rendere problematico il presente. E questo è il caso del rapporto tra Germania e Italia, che sconta la memoria della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca, ma anche una diffidenza preconcetta che affonda le radici nell’Ottocento, ai tempi delle rispettive unità nazionali, quando il mito della forza tedesca suscitava al tempo stesso timore e fascino. Eppure, scavando, Italia e Germania rivelano una storia intrecciata, oltreché una convergenza di fondo nella dimensione democratica, nella proiezione atlantica e nel comune impegno per la costruzione e l’integrazione europea.

Certo, sarebbe poco oggettivo nascondere che nell’ultimo decennio ci sia stata una relazione asimmetrica, tra “una Italia che ha pesantemente sofferto gli effetti depressivi della crisi e si è sentita chiamata sul banco degli imputati per la difficoltà di rispettare le regole del patto di stabilità, senza ottenere al contempo un impegno dell’unione per favorire la crescita economica, la lotta alla disoccupazione” o sul tema migranti, e una Germania rigorosa e spesso inflessibile. Ma è anche vero che a giocare a nostro sfavore c’è stata una instabilità politica. 

“Dal 1990 a oggi gli italiani hanno avuto tre interlocutori tedeschi: Helmut Khol, Gerard Schroeder e Angela Merkel quest’ultima ha occupato ben quindici dei trenta anni di questa recente storia”, mentre nello stesso arco di tempo l’Italia ha avuto dodici presidenti del Consiglio (il conto è delle persone e non dei governi), ed una linea politica che nell’ultimo quindicennio è cambiata spesso.

La stessa moneta unica, causa di molti dissapori e dissensi tra Italia e Germania, non ha impedito, però, prove di contaminazioni, culturali, ma anche economiche, alcune considerate l’inizio di un deterioramento dei rapporti tra i due Paesi.

Una prima grande “germanizzazione” dell’Italia potrebbe essere avvenuta quaranta anni fa, quando per volere di Ciampi e Andreatta, ci fu il distacco tra Banca d’Italia e Ministero del tesoro ( Bankitalia non è più obbligata a comprare titoli del debito italiano), inseguendo il modello Bundesbank. Ma forse è stato quello l’inizio dell’affermarsi del sovranismo, – effetto  della paura di dover dipendere dall’esterno – e quindi di un allontanamento? “Sono restio – ci risponde Niglia – a vedere nel cosiddetto divorzio Tesoro-Banca d’Italia una mera ricezione del modello tedesco, anche perché quella decisione venne presa da una classe dirigente che non individuava nella sola Germania il modello di riferimento, bensì guardava all’apertura internazionale come a un più ampio paradigma di riallineamento del Paese alle politiche più avanzate. Non vedo, dunque, un peccato originale in quel passaggio, ma non lo vedo neanche nella scelta di Maastricht che fatico a identificare come l’adesione ad un modello tedesco: se è infatti vero che i criteri di finanza pubblica definiti nel trattato rispecchiavano maggiormente quelli tedeschi, è altrettanto vero che Maastricht è anche molto altro e non si esaurisce nell’Unione Economica e Monetaria.  Vorrei spendere qualche parola sul tema del presunto vincolo tedesco, che si sarebbe sovrapposto al vincolo europeo. Mi sembra che questa sovrapposizione rappresenti un forte alibi per forze politiche e per un’opinione pubblica che vuole evitare il discorso non tanto sulle mancate riforme italiane, ma sulla discontinuità dell’azione politica in Europa e su una latente difficoltà di fare coalizioni in Europa che ha caratterizzato alcune stagioni dalla storia d’Italia”. 

Fino ad ora, scrivete, i problemi sono stati causati dal fatto che i cancellieri tedeschi si sono interfacciati con vari presidenti del Consiglio italiani. Oggi, al contrario, è la Germania che si trova nel caos politico e sanitario. Tocca all’Italia di Draghi prendere per mano il suo storico alleato? “L’Italia è sempre stata vista come il partner politicamente più instabile della coppia italo-tedesca – ancora il professore – Questo soprattutto a causa della scarsa durata degli esecutivi e dell’elevata polarizzazione delle forze politiche. In quest’ultimo frangente storico sembra che i ruoli si siano invertiti, con l’Italia che mostra una continuità di governo mentre la Germania vive un momento di duplice transizione, in cui la fisiologica scadenza elettorale si sovrappone alla fine dell’era Merkel. Sono convinto che questa fase di transizione della Germania non vada esagerata, innanzitutto perché il tutto rientra nella normale dinamica dei cicli politici.   E’ indubbio: l’esaurirsi del quindicennio merkeliano pone un problema di leadership, che molto probabilmente richiederà del tempo per essere risolto. Vi è, comunque, la ragionevole attesa di una transizione che avverrà secondo regole collaudate.  In questo contesto di cambiamento l’Italia potrà certamente operare con un maggiore margine di continuità, tanto più rilevante se si considera che alle elezioni tedesche seguiranno, nell’arco di un anno, quelle francesi. Relativamente al contenuto, più che a un’Italia che prende per mano la Germania, mi piace immaginare un’efficiente osmosi tra Italia, Germania e Francia nel realizzare le trasformazioni strutturali di cui l’Unione Europea ha bisogno per realizzare i suoi obiettivi”.

Il successore ideale della Merkel?   “Al di là di quelle che possono essere le simpatie personali – afferma il docente – credo che la vera domanda sia quale sia il profilo personale e partitico del cancelliere ideale, quanto meno dalla prospettiva italiana. La storia ci mostra che il colore politico dei cancellieri non è dirimente per noi: lo sono stati i cancellieri cristiano-democratici  (in primis Adenauer e, in ultimo, Merkel) come lo sono stati cancellieri socialdemocratici (Brandt e, in particolare, Schmidt). Quello che conta, credo, è che si tratti di un cancelliere europeista, perché questo porta naturalmente su un terreno nel quale anche l’Italia è tradizionalmente impegnata e sul quale si può registrare il più alto livello di sintonia politica tra i due Paesi”.

Quanto questa fase di incertezza e debolez­­­za della Germania può sgretolare il progetto europeo e avvantaggiare forze come Adf e i sovranisti in Italia, messi a tacere con gli aiuti europei per la pandemia e la sospensione del patto di stabilità? “In realtà – replica- mi sembra che, nel momento attuale, l’estrema destra abbia sperimentato una battuta d’arresto, anche perché quello voto contro i partiti tradizionali che, poco tempo fa, si immaginava come il grande bacino dal quale il populismo di destra avrebbe attinto, in Germania sembra invece indirizzarsi e ripartirsi tra diversi soggetti politici: penso, ovviamente ai Verdi. Ma penso anche al fatto che la CDU possa in un certo senso riassorbire quell’elettorato conservatore che rappresenta una componente importante della sua base. Naturalmente la pandemia pone un’incognita sui futuri scenari politici, non tanto nell’immediato, quanto nel medio periodo e soprattutto nel caso in cui l’Unione Europea e gli Stati membri non si dimostrino in grado di dare risposte adeguate a popoli provati da una crisi così particolare come quella da Covid-19”.  

Qualche giorno fa è arrivata la doccia fredda della Corte Costituzionale tedesca che ha bloccato la ratifica del Recovery Fund.  “La Corte di Karlsruhe – le parole di Niglia – ci ricorda che anche la Germania è un contesto al cui interno si muovono forze e istituzioni competitive e contrastanti. Nello specifico, ci ricorda che, al pari degli altri Paesi, anche l’europeismo tedesco è una costruzione e che come tale non è scontata. L’insegnamento che se ne può trarre è che non si può sempre partire dalla Germania per la costruzione della politiche europee, ma che alle volte siano altri i soggetti a dover dare un spinta propulsiva e a rinvigorire l’europeismo tedesco. Altrimenti si rimane ancorati a un modello di integrazione con un solo motore propulsivo che non può funzionare in un’ottica di lungo periodo”. 

 La legge, per esempio, quella sui discorsi di odio, o l’istituto – per esempio, quello della sfiducia costruttiva o quello dell’archiviazione condizionata-  tedeschi, che vorrebbe vedere in Italia? “Sul fronte della campagna contro l’odio in rete – aggiunge – credo che la Germania sia stata più rapida e che possa fornire indicazioni utili, quanto meno in chiave comparata, per il legislatore italiano. In realtà sono diversi gli ambiti in cui la Germania ha adottato una legislazione all’avanguardia: tra queste, secondo me, bisogna guardare con interesse a quei complessi legislativi che rendono competitiva l’istruzione professionale e che promuovono l’osmosi tra mondo della ricerca e mondo del lavoro. Sarei più cauto, invece, nell’importazione delle riforme istituzionali e, in particolare, dell’istituto della sfiducia costruttiva: questa, infatti, opera in modo virtuoso all’interno del sistema istituzionale tedesco, ma dubito che possa essere trasposta nel nostro ordinamento senza una più ampia opera di riforma”.   

Superata la pandemia, si dovrà affrontare la questione migranti. Cosa cambierà tra i due Paesi? “Il dossier migratorio – sempre Niglia – ha rappresentato per molto tempo un tema centrale della politica europea. Su questo tema si è consumato uno dei principali passi falsi del governo Merkel, con la cancelliera che ha dovuto modificare un atteggiamento che la sua base elettorale – ma più in generale l’opinione pubblica tedesca – ha ritenuto troppo aperturista. Si tratta di un dossier complesso e non è da escludersi che in questi negoziati Italia e Germania possano sperimentare le maggiori difficoltà. Non ritengo però che si tratti di un tema eludibile, in quanto, a prescindere dalla maggiore o minore ampiezza dei flussi, si tratta di un trend strutturale sul quale l’Unione Europea deve definire un approccio di lungo periodo: in questo senso la riforma del regime di Dublino deve accompagnarsi a un ripensamento della Politica di Vicinato – alla quale va aggiunta la definizione di un rapporto con la Turchia.

Per chiudere, scrivete che quel senso del dovere marcato, quella ricerca ossessiva dell’ordine, derivati dalla Riforma protestante, sono l’unico modo che hanno i tedeschi, del resto molto emotivi, per non annegare in quella sorta di angoscia esistenziale, che chiamano Angst. Dite, inoltre, che la Germania ha fatto i conti con i propri demoni. Ma sarà davvero così?    “Dietro quella che noi vediamo come una tendenza all’irreggimentazione – conclude – vi è un fenomeno più complesso, in cui le emozioni hanno un grande peso. Questo libro cerca di mettere in luce l’esistenza di alcuni luoghi comuni, come, ad esempio, quello sulla freddezza dei tedeschi o sulla loro scarsa emotività, mostrando come in realtà i tedeschi siano emotivi tanto se non più degli italiani. Al contempo, si vuole mettere in luce che quelle divisioni basate su categorie di civiltà, che molto avevano intrigato e infestato il ragionamento intellettuale del passato, oggi sono decisamente superate. Sono idee che avevano avuto una loro fioritura come corollario dell’idea nazionale, ma che trovavano una scarsa motivazione nella storia dell’Europa dell’illuminismo e che trovano tanto meno una collocazione nel contesto odierno”. 

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