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La città postCovid? Quella dei quindici minuti. Alla parigina. Intervista con la sociologa Maria Cristina Antonucci

Superata la pandemia, si dovrà reclamare anche un diritto alla città, per dirla con il filosofo francese Henri Lefebvre.

Ma a quale tipo di agglomerati urbani dovremo tendere e attraverso quale percorso?

Ne ho parlato con Maria Cristina Antonucci (Roma, ’72), ricercatrice in scienze sociali al CNR, impegnata anche sullo studio delle relazioni tra spazio, società civile organizzata e sistema delle istituzioni, tanto qualche anno fa che  si è occupata di governance urbana per Anci (http://www.anci.it/wp-content/uploads/2018/06/Contenuti/Allegati/Ritratto_Sindaco_def.pdf),  di bilancio partecipativo a Milano (https://www.movetothecloud.it/irpps/e-pub/index.php/wp/article/view/118/222) e nel 2016  ha pubblicato un libro sui comitati dei cittadini a Roma e nel Lazio (https://www.gangemieditore.com/dettaglio/democrazia-basso/6831/6).

Maria Cristina, con i vaccini torneremo alla normalità. Ma, è indubbio, dovremo attrezzarci per altre pandemie. Non solo. In quest’ultimo anno abbiamo sperimentato l’isolamento, i divieti di assembramento, siamo ricorsi allo smart working che ha svuotato molte città e riempito piccoli borghi. Almeno i cablati. Diventa urgente ridisegnare le nostre città. Dovremo renderle solo più sane? E per questo, affideremo il compito di riprogettarle  soprattutto ai medici?

Penso che per riprogrammare la vita urbana, fatta di individui, imprese, istituzioni pubbliche, flussi e servizi, sarà necessario un pool multidisciplinare di esperti (medici, architetti, economisti, sociologi, ingegneri dei trasporti, imprese, scienziati, soggetti attivi nel settore della innovazione tecnologica, psicologi), in grado di assicurare che nella nuova vita urbana non siano garantite solo le condizioni di salute, accesso e fruizione degli spazi urbani, ma tutti gli elementi che rendono una città tale.

E cioè?

La differenziazione sociale, la presenza di strutture di capitale economico, sociale, abitativo, culturale, scientifico, finanziario, in grado di generare attrattività e preferenza verso i centri urbani per una pluralità di motivazioni. Solo dalla sinergia di queste competenze può nascere una ri-progettazione della vita urbana, in grado di coniugare salute e sviluppo.

Oltre al riequilibrio tra città e periferia, quale dovrebbe essere l’altro grande intervento?

Il riequilibrio tra città e spazi che circondano la città è quanto mai necessario, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei flussi di trasporto pubblico locale, che garantiscono l’accesso alla città a pendolari e city users. Immaginare di sfruttare al meglio la tecnologia per garantire l’accesso a diverse tipologie di utenti che entrano nella città è non solo possibile, ma anche necessario. Inoltre, ad una riorganizzazione di spazi e flussi dovrebbe corrispondere una rimodulazione dei tempi per le differenti attività. La pandemia ha in questo senso mutato non solo i luoghi  – isolando e contenendo – ma anche i tempi, con il ritorno del coprifuoco. Uscire dalla pandemia significherà rendere possibile una completa rimodulazione di spazi, flussi e attività secondo un nuovo modello di gestione e accesso agli spazi urbani, facilitato dalle tecnologie digitali. Il grande intervento per riprogrammare le città post-pandemia deve immaginare non solo la ricucitura tra città e spazi circostanti, ma tra città e ambiente naturale. Solo così si potranno garantire salute umana e tutela ambientale.

In questo percorso saranno più funzionali gli strumenti digitali o quelli amministrativi utilizzati fino ad ora, ma aggiornati?

Strumenti digitali e amministrativi aggiornati devono procedere in parallelo per abilitare imprese, cittadini e istituzioni nell’accesso alle attività, ai servizi e alle funzioni che ognuno di essi richiede alla città. Dalla mobilità smart, collettiva e individuale, all’accessibilità dei centri storici per un numero contingentato di veicoli privati, dalla programmazione dei flussi idrici, energetici, alla illuminazione pubblica gestita solo dove ci siano persone che ne abbiano bisogno: tali nuove tecnologie e modalità di gestione dei servizi urbani possono essere connesse con dispositivi personali smart, di cui siamo in buona parte già in possesso. In questo discorso, molto utile sarà la collaborazione con Università e centri di Ricerca. Da sempre le città sono centri per lo sviluppo di capitale culturale, scientifico e di reti tematiche dedicate alla conoscenza. Nella società della conoscenza, la realizzazione di brevetti, spin off, collaborazioni tra istituzioni cittadine, centri di ricerca e imprese tecnologiche può avere un impatto rilevante su progetti di sviluppo smart su base cittadina, laddove amministratori locali, sistema di imprese e strutture dedicate alla conoscenza condividano un’idea di sviluppo per la città e siano disposte a collaborare in modo concreto sul territorio per realizzarla.

Pensiamo alle grandi città che ad ottobre prossimo andranno al voto. Qual è tra queste quella che attualmente potrebbe avvicinarsi al modello di città del futuro, la meno anacronistica e quella che ha risposto meglio alla riorganizzazione degli spazi sotto la pandemia?

Difficile rispondere, perché ogni città italiana, per il suo modello di sviluppo, la dotazione di risorse specifiche, la natura delle reti di attori attive sul territorio cittadino presenta elementi di criticità e potenzialità. Nella mia prospettiva, tutte le città, qualsiasi sia la vocazione sviluppata (turismo, servizi, imprese, creatività e cultura) dovranno ripensare le modalità per rendere questo modello di sviluppo compatibile con la digitalizzazione avanzata di moltissimi servizi e attività (commercio elettronico, smart working, didattica a distanza, turismo per gruppi ridotti), rese necessarie dall’attuale fase pandemica e con buone prospettive di sviluppo anche nel futuro, per garantire sviluppo economico e salute. La digitalizzazione non deve essere intesa come risposta universale ai differenti problemi delle diverse realtà urbane, ma come leva per una visione strategica su cui ambiti di economia e servizi intendono puntare per il futuro, in coerenza con il modello costruito nella realtà cittadina.

La “città dei 15 minuti”: il modello esiste a Parigi e ti è molto caro.  Ci spieghi cos’è e se può essere esteso in Italia?

La città dei quindici minuti è un modello urbano in cui la maggior parte delle funzioni che la città svolge (abitazione, lavoro, educazione, consumi, cultura, tempo libero e divertimento) è raggiungibile in un tempo massimo di quindici minuti con la mobilità sostenibile (trasporto pubblico locale, trasporto multimodale mediante sharing, a piedi). Un mondo in cui da casa è possibile recarsi al lavoro in bicicletta, fare spese a piedi,  prendere i bambini a scuola in car sharing in un tempo limitato dedicato agli spostamenti. Dislocare servizi e attività in differenti parti della città e rendere accessibile una serie di attività mediante una digitalizzazione avanzata sono gli strumenti per riprogrammare le città in città dei quindici minuti. Come ho scritto su Lenius https://www.lenius.it/ questo modello di città, in cui ogni quartiere è dotato di ogni tipo di servizio, è stato avanzato dallo scienziato franco-colombiano Carlos Moreno in una visione che tende a coniugare ecologia, vicinanza, solidarietà e partecipazione e che appare oggi particolarmente efficace.  Esperienze simili sono i super-blocchi di Barcellona e i quartieri di 20 minuti di Portland. In particolare, nei casi di Parigi, Portland e Melbourne il concetto di città dei 15 minuti è centrale nella pianificazione ed è stato adottato come strategia per i piani di sviluppo futuro.

Per far cambiare pelle alle nostre città ci saranno le risorse europee. Pensi ci siano davvero intenzione e determinazione a svecchiarle e in questo c’è differenza tra Nord e Sud d’Italia?

L’accesso di risorse economiche deve essere accompagnato, a mio avviso, da un deciso cambio di mentalità nell’approccio alle politiche urbane. Una diversa pianificazione spaziale e organizzazione dei flussi urbani devono essere pensate destinando specifiche risorse alle politiche urbane. Bisogna iniziare a intendere la città come luogo dello sviluppo sostenibile, come hub della sperimentazione, oltreché come centro di innovazione, come perno di una dimensione storica, culturale, cognitiva, artistica e relazionale. Innovazione e valorizzazione delle caratteristiche urbane – quelle che rendono una città così specifica e distintiva – possono essere leve importanti per il nuovo sviluppo delle città e un nuovo rapporto tra città e territorio. In questo, le differenze tra il modello di città del Nord e del Sud devono essere comprese e valorizzate per programmare una innovazione coerente con il passato e orientata ad uno sviluppo sostenibile per il futuro.

Sana, ma non solo. Altri aggettivi della tua città del domani? Hai una mappa in testa, seppure vaga, della tua realtà ideale?

Immagino che la città del futuro debba tendere verso le dimensioni del dinamismo, dell’inclusività, della sostenibilità ambientale e della qualità della vita. Non città estese, non centri urbani orientati alla dimensione globale, ma luoghi definiti, organizzati, accessibili anche mediante la digitalizzazione, in dialogo con il territorio circostante. A proposito di città sana, mi fai venire in mente Pechino e Shangai, che si sono dotate di monitor e app relativi alla qualità dell’aria, sia all’esterno che all’interno di edifici aperti al pubblico. I monitor sono distribuiti nella città, ma è possibile accedere ai relativi dati tramite l’applicazione su ogni device elettronico. In questo modo si possono conoscere le misure da prendere, come, ad esempio, indossare la mascherina, o posticipare l’uscita ad un orario con minor impatto di inquinamento. Nella riprogettazione dei nostri spazi è sempre bene aprire la nostra mente e i nostri studi a realtà differenti e a modelli funzionanti.

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Written by Cinzia Ficco

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