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Il mondo che (ri)nasce. Venti idee per ripartire dopo il virus. Un libro. Parla Andrea Ferrazzi

“La pandemia non è stata il cigno nero di Nicholas Taleb Nassim, cioè, un evento raro e imprevedibile. Per il resto, è vero, ha sconvolto le nostre vite, ma abbiamo gli strumenti per trasformarla in un’opportunità. Quello che ancora non vedo chiaramente sono i leader che dovranno aiutare il Paese a progettare e riprogrammare. Non mi pare possiamo contare su nuovi Olivetti e nuovi Mattei”.

A parlare è Andrea Ferrazzi (Bellunese, ’77), ex giornalista, oggi direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti che con venti  tra economisti, storici, sociologi, esperti di comunicazione ha scritto un libro, pubblicato di recente da Rubbettino, dal titolo: Il mondo che (ri) nasce- La nostra vita dopo la pandemia, in cui si raccolgono spunti per ricostruire il nostro Paese: dalla scuola, all’ambiente, all’economia, ai rapporti con l’Ue, la Russia, la Cina e gli States, alle città, provando a metabolizzare gli effetti di questo duro colpo alla nostra integrità. Poco meno di 160 pagine per cercare, dunque, di reimpostare il 2020 e farlo diventare l’anno che verrà.

Andrea, da quanto scrivete – qualcuno con maggiore entusiasmo – abbiamo i mezzi per superare questo evento inatteso. Ci mancherebbe, però, il nocchiero che ci traghetti nella famosa fase tre, personaggi alla Adriano Olivetti ed Enrico Mattei, come fa intendere il sociologo Francesco Morace. Però, i tempi sono diversi e una pandemia di questa portata era inimmaginabile.

Quello che scrivo nella mia introduzione parte proprio dal tema della leadership. Non è una questione di nomi, ma di visione. La pandemia non è stata un cigno nero, perché sapevamo che sarebbe successo. C’erano studi, articoli scientifici, libri come Spillover, per non parlare del Ted di Bill Gates del 2015. Tutti evidenziavano questo pericolo: un virus che avrebbe fatto più danni delle armi. Lo abbiamo ignorato, ci siamo affidati agli schemi di risk management delle business school che mettevano il rischio di una pandemia tra quelli poco probabili, e tanto è bastato per illuderci che non sarebbe accaduto. La verità è che non abbiamo studiato abbastanza, non abbiamo approfondito, non siamo stati intellettualmente curiosi per capire e valutare con maggiore consapevolezza. Parlare di cigno nero è un errore, perché suona come una sorta di auto-assoluzione. Un atteggiamento ancora sbagliato, lo stesso che ci ha portato in questa crisi drammatica. Per questo sostengo che serve una leadership con una mentalità infinita, per dirla con le parole di Simon Sinek, capace, cioè, di andare oltre il corto-terminismo che contraddistingue i nostri tempi, sia in politica, sia nel mondo del business. Abbiamo, cioè, bisogno di una leadership che riesca a fare tesoro di questa lezione per progettare il futuro. A cominciare dalla sfida delle sfide: quella climatica.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, qualche giorno fa ha annunciato una riforma in sette punti chiave per uscire dalla emergenza. Le sue priorità coincidono con le vostre?

Quella che stiamo vivendo è una crisi sistemica e strutturale, che finirà per accelerare alcuni fenomeni già in atto, dalla digitalizzazione alla de-globalizzazione, con un ripensamento delle catene del valore. Servirebbero, perciò, riforme profonde, che sappiano guardare alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni. Dalla sanità all’istruzione. In questa fase abbiamo visto, per esempio, che il rapporto Stato – Regioni non ha funzionato correttamente. Molti vorrebbero ricentralizzare, ma sarebbe un errore, un autogol, pensare di far tornare poteri e competenze allo Stato solo per sottrarli alle Regioni. Altra questione che vorremmo entrasse nell’agenda delle priorità del Governo è quella relativa alle vecchie e nuove periferie di una parte significativa del nostro Paese. Quella non urbana, per intenderci: aree interne e montagna, che necessitano di politiche sensibili ai luoghi per poter abbracciare un nuovo sviluppo e sottrarsi così all’attuale declino, innanzitutto demografico. Sarebbe, più utile, anche qui, pensare ad una riforma complessiva del sistema delle autonomie locali. Sul Governo Conte, su come ha gestito l’emergenza sanitaria e ha impostato la fase due? Solo con il tempo si capirà se e quanto le gestione della crisi sia stata efficace. Ogni giudizio, adesso, rischia di essere condizionato dal dibattito quotidiano e da pregiudizi più o meno consolidati. E’ del tutto evidente che sono stati commessi degli errori, ma è altrettanto evidente che c’è chi sta peggio in giro per il mondo.

Economia: Vera e Stefano Zamagni nel libro lanciano un pacchetto di proposte: salvare e rilanciare le pmi, ma prima riqualificarle con apposite cabine di regia.  Rivedere la spesa pubblica. Quindi niente più distribuzione a pioggia di sussidi a fondo perduto, ma creazione di lavoro, per cui servirebbe un’Autorità indipendente da affiancare ad un’agenzia governativa. E ancora: rimettere sotto controllo la finanza speculativa. Affrontare il predominio dei colossi informatici. Ripensare l’Ue. Su questo ieri è arrivato un segnale importante dalla Commissione europea con una proposta di fuoco (750 mld di euro) e l’Italia che sarebbe primo beneficiario con 172 mld. Aggiungiamo il decreto rilancio. Abbiamo motivi per ripartire con maggiore entusiasmo?

Sul decreto liquidità preferisco non sbilanciarmi. In linea generale, si può dire che questa crisi dovrebbe servire ad attuare quelle riforme strutturali di cui si diceva, tagliando la spesa pubblica improduttiva e investendo in innovazione e competenze. Se è vero, come pare, che la pandemia favorirà il reshoring (il ritorno a casa) di alcune produzioni, in particolare nei settori dell’hi-tech, dell’automotive, del tessile, del farmaceutico e dell’arredo, è altrettanto vero che è fondamentale creare le condizioni necessarie: dallo sviluppo delle infrastrutture materiali e digitali (banda ultra-larga e 5G) alla semplificazione amministrativa. Per quanto riguarda l’Europa, il saggio di Riccardo Perissich, per anni alla Commissione europea, dice chiaramente come questa crisi rappresenti un bivio. Sbagliare strada significherebbe andare diritti nel burrone della disgregazione. Fa una distinzione tra due scuole di pensiero. Una che vorrebbe tornare ad un modello di sviluppo verso una società più frugale, più ugualitaria e attenta all’ambiente, quella che si appella al saggio Malattia come metafora, di Susan Sontag, in cui la malattia viene vista come punizione dei nostri peccati, per ciò che abbiamo fatto alla società, per cui la pandemia diventa una sorta di occasione per una palingenesi. L’altra scuola, più pericolosa, è quella secondo cui i peccatori non siamo noi, ma gli altri. Una posizione che spiega il nazionalismo e l’atteggiamento di Paesi come l’Ungheria.  Tra questi due filoni di pensiero corretto è al contrario usare il buon senso.

In concreto, come?

Secondo Perissich usciremo da questa crisi carichi di debiti e l’unico modo per assorbirli sarà poter contare per un lungo periodo su una crescita almeno superiore al costo di questo debito. Molto importante sarà il ruolo dell’Europa. La notizia di ieri ci dà una grande spinta. Importante ora è definire un percorso di graduale rientro del debito accumulato, i cui ritmi e le cui modalità dipenderanno da fattori che sono per il momento fuori dal nostro controllo.

Roberto Race, advisor in corporate strategy, communications e public affairs per multinazionali e medie imprese, scrive giustamente: meglio dire celadobbiamofare che andratutto bene. Forse ha ragione. Riavvolgiamo il nastro di questi primi mesi e nello stesso tempo, guardiamo all’anno che verrà.

Questa crisi ha tirato fuori il meglio e il peggio delle persone. Agenti delle forze dell’ordine troppo zelanti, cittadini che si sentivano i nuovi sceriffi della salute pubblica, personaggi di varia natura alla disperata ricerca di visibilità. La cosa che più mi ha sorpreso e che vorrei dimenticare? La passività con la quale abbiamo accettato di sacrificare le nostre libertà individuali sancite dalla Costituzione, smarriti dalla paura di un nemico ignoto. Come dice Race, e condivido, difficilmente dimenticheremo le bare portate via nei camion dell’esercito a Bergamo. Rimarranno nella memoria anche la benedizione Urbi et Orbi del Papa con una piazza San Pietro spettrale o il messaggio We will meet again della Regina Elisabetta, come scrive nel libro il giornalista Tommaso Labate. Dovremo abituarci a convivere ancora per un po’ con gel, mascherine, distanziamento sociale. Ma senza farci prendere dal panico, ora è tempo di rimboccarsi le maniche. Anche perché, sempre Race, nessuno lo farà per noi.

Il ricavato della vendita del volume sarà devoluto all’Associazione Onlus “Sos Villaggi dei Bambini” che lavora in Italia e nel mondo con i bambini, le famiglie, le comunità locali e le Istituzioni per garantire a ogni bambino il diritto di crescere sereno e in salute in un ambiente familiare accogliente, e di sviluppare pienamente le sue potenzialità.

Hanno collaborato: Franco Ferrarotti, Francesco Morace, Stefano e Vera Zamagni, Giuseppe Berta, Francesco Seghezzi, Gianni Silvestrini, Filippo Barbera e Paola Gioia, Riccardo Perissich, Marco Magnani, Alessandro Aresu, Paolo Magri, Martina Carone e Giovanni Diamanti, Maria Elisabetta Lanzone e Claudio Riva, Tommaso Labate e Roberto Race, Nadia Urbinati. La prefazione è di Giovanni Lombardi

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Written by Cinzia Ficco

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