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Liliana Dell’Osso: Joker, il bersaglio facile dei populisti penali

Chi è oggi il Mostro? E’ sempre un colpevole? A chi conviene che sia “pericoloso”?

Liliana dell’Osso, psichiatra, ha voluto offrirci un prezioso contributo su chi oggi incarna il Mostro, attraverso  una recensione del film Joker, la pellicola, basata sull’omonimo personaggio dei fumetti DC Comics, che  si è aggiudicata il Leone d’oro alla 76esima edizione della Mostra internazionale del cinema di Venezia.  

Al di là del film, e in un contesto storico in cui dilagante è un certo populismo penale, è importante comprendere i meccanismi mentali che ci portano a puntare il dito con facilità contro l’Altro da noi, e a cercare un capro espiatorio a fatti che richiederebbero non facili scorciatoie, ma pensieri più complessi. Joker, dunque, una bussola per orientarci nella disamina di un mondo che spesso ci appare ostile, ma che non lo è.

“Joker (di Todd Philips, 2019), è un film sugli “altri”, sui diversi e sui devianti, sugli insoliti e sugli inconsueti, sugli estrosi e sui pericolosi, sugli eterni e sui dimenticati, sui migliori e sugli infimi. È un film sull’innocenza della follia. Arthur Fleck (uno straordinario Joaquin Phoenix- Oscar come miglior attore protagonista ), infatti, non è un personaggio da fumetto, è un paziente psichiatrico a tutti gli effetti, che lotta quotidianamente per sopravvivere, cercando un riscatto, nel sogno di diventare un comico famoso, come il suo idolo televisivo, Murray Franklin (Robert De Niro). Paziente con tanto di terapia, farmacologica e psicoterapica. E la sospensione forzata dell’assistenza, “per riduzione dei fondi”, non è estranea a ciò che seguirà.

Un alieno, vittima inerme di continui abusi immeritati. Dopo pochi minuti dall’inizio del film, Arthur viene pestato da una gang di bulli che aveva inseguito in un vicolo per riprendersi il cartello di un negozio per il quale stava facendo advertising. Inutili i tentativi di chiarimenti con il suo capo: non lo ascolta mai nessuno quando tenta di chiarire la bontà delle sue intenzioni. Del resto è facile fraintenderlo, interpretare come irriverente o canzonatoria quella sua risata incontrollata, sguaiata, incongrua rispetto alla situazione!

Strana risata, dissonante rispetto alla mimica, che esprime invece grande sofferenza, panico, disperazione.

Scena dopo scena, si capisce che questa è la routine di Arthur. Alla fine le violenze psicologiche a cui è continuamente sottoposto, unitamente alla sospensione della terapia psichiatrica, lo conducono allo scompenso psicotico. Arthur, in fuga, irrompe in un cinema durante una scena, tragicamente premonitoria, in cui Charlie Chaplin (“Tempi moderni”), bendato, pattina sull’orlo di uno strapiombo. Proprio come Arthur che, inconsapevole, corre “come un matto” verso il baratro della follia criminale che lo trasformerà in Joker.

Il tema della doppia personalità era emerso fin dall’inizio: Arthur piange allo specchio mentre cerca – come sua madre continua da sempre a ricordargli – di “indossare la faccia felice” del suo doppio, il clown, il comico. Ma sarà Arthur, non il clown, a correre per i corridoi del manicomio criminale dove ha appena sottratto la cartella clinica di sua madre, da cui apprende la malattia mentale di lei, e che l’aveva adottato per fornire un alibi al suo delirio erotomanico, per poi lasciarlo in balia del suo compagno abusante.

Il ludibrio continua e così l’isolamento, fino all’epilogo. Murray si compiace di avere in trasmissione Arthur, aspirante comico, dilettante allo sbaraglio, ma è Joker che si presenta e fa impennare l’applausometro. Cambio di programma: non un suicidio in diretta, come Arthur disperato aveva programmato, ma un omicidio, quello del suo idolo Murray, che lo aveva invitato solo per fare audience, dileggiandolo. E Joker diventa “giustiziere’”, strampalato eroe per caso. Il “mostro”, colui che sta dall’altra parte del dito puntato. Non che le sue azioni non siano penalmente rilevanti, non si vuole smentire l’esito di un processo se si dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza di un individuo. Ma il “mostro” è, e sarà sempre, un essere umano. In quanto tale, per definizione, può essere compreso. E a chi obietti che si tratta di uno sforzo accademico, che pecca di intellettualismo e manca di un utile risvolto pratico, rispondo che anche l’epilessia era considerata un segno divino, prima che si dimostrasse malattia del corpo. Solo questo passo ha consentito, con un lungo e paziente lavoro che siamo portati a dimenticare troppo facilmente, di pervenire ad una cura”

Liliana Dell’Osso, psichiatra

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